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Prologo

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Un altro giorno, un'altra avventura, dicevano

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Un altro giorno, un'altra avventura, dicevano.
Per Wooyoung, però, la frase suonava più come: un altro giorno, un'altra occasione per i miei genitori di ricordarmi quanto sia fondamentale la vita lavorativa.
E poco importava che stesse appena iniziando l'università: a casa sua, ogni conversazione finiva sempre per trasformarsi in una riunione aziendale non richiesta. Non che per lui fosse un grande problema.

Anzi, dopo vent'anni, Wooyoung si era talmente abituato alla pressione familiare da riuscire persino a trasformarla in una sorta di motivazione. In fondo, un giorno quell'azienda sarebbe stata sua, e l'idea di lasciare un'impronta personale lo intrigava più di quanto volesse ammettere.
Ma anche le responsabilità più nobili, se ripetute ogni giorno fino al midollo, possono diventare pesanti.

La verità era che i genitori di Wooyoung dirigevano una delle agenzie di moda più famose di Seoul: NOVA9. Un marchio nato dalla passione per lo streetwear e cresciuto per diventare qualcosa che persone di ogni età stimano e riescono a vedere loro stessi: dall'adolescente che voleva distinguersi, alla nonna che non aveva paura di indossare una felpa colorata.
Forse era proprio questa versatilità ad averlo reso famoso: prima conquistarono i giovani e gli adolescenti, poi, lentamente, il trend si diffuse anche tra le generazioni più adulte.

E in tutto questo, Wooyoung era il volto che tutti si aspettavano di vedere un giorno a capo di NOVA9. Che gli piacesse o meno. Perciò sì, la pressione era costante. Ma ciò che lo irritava di più era sapere che, in fondo, una parte di lui desiderava davvero quel futuro.

Oggi era il suo primo giorno da studente universitario, e lo stava vivendo seduto sul sedile posteriore di una macchina di lusso nera e lucida, guidata dal suo autista privato: Jeong Yunho. L'aria condizionata profumava leggermente di agrumi, e il rumore del motore era quasi un sussuro.
Yunho era sorprendentemente giovane per lavorare per una compagnia così importante, solo due anni più grande di Wooyoung.
Forse era proprio per questo che tra loro era nata un'amicizia: non era soltanto l'autista pagato dai genitori per accompagnarlo ovunque volesse, ma anche un compagno con cui ridere e sopravvivere ai viaggi più noiosi che duravano ore.

«Fortunato, io non ho avuto possibilità di andare a un'università del genere.» commentò Yunho con gli occhi fissi sulla strada.
«Non so se considerarmi fortunato oppure costretto... un'università privata d'élite? Seriamente? Uff.» Sbuffò Wooyoung affondando le spalle contro il sedile.

Perché sì, tra tutte le università disponibili a Seoul, i suoi genitori avevano scelto proprio la più ricca e prestigiosa. Un posto in cui, per regolamento, si poteva iniziare il primo anno solo dopo aver compiuto vent'anni. Giusto un altro modo per dimostrare al mondo quanto fossero ricchi. Almeno, così la vedeva Wooyoung.
In realtà, la decisione era stata motivata da ragioni più semplici, pensavano che fosse l'opzione più sicura per lui: insegnamenti rigorosi, regole ferree e, soprattutto, una vasta scelta di corsi utili per prepararlo a gestire l'azienda di famiglia.

Mentre la macchina procedeva, Wooyoung si ritrovò a fissare distrattamente la città che scorreva oltre il finestrino. Le strade via via si facevano più ordinate, i palazzi più eleganti e alti, le persone vestite con maggiore attenzione ai dettagli. Tutti sembrano sempre sapere dove stanno andando... pensò. E lui?

Forse sì.

Forse no.

Si era già preparato mentalmente a incontrare ogni tipo di persona, a partire dai più viziati.
Per quanto lui non si considerasse tale, sapeva bene che in un'università d'élite non sarebbero mancati quei ragazzi abituati ad avere i genitori pronti a soddisfare ogni loro capriccio, anche da adulti.
E se dall'esterno poteva sembrare che la sua vita fosse uguale alla loro, in realtà i suoi genitori non esercitavano un controllo soffocante su di lui.
Wooyoung era pur sempre un ventenne con la propria testa, non un quindicenne ancora da indirizzare su come funzionasse il mondo.
L'unica vera pressione, quella che non mollava mai, era legata al lavoro.

L'auto scivolava silenziosa tra le strade, tagliando il traffico mattutino con la disinvoltura di chi non ha mai dovuto preoccuparsi di trovare parcheggio. Yunho teneva una mano sul volante, l'altra pronta a regolare la radio oppure il volume delle sue playlist preferite. Quel giorno però non c'era musica: solo il rumore ovattato delle ruote sull'asfalto e il ticchettio dell'orologio sul polso.

Dopo una ventina di minuti, i cartelloni pubblicitari lasciavano spazio a viali alberati dove le foglie sembravano disposte in un ordine quasi innaturale.
Le aiuole, curate fino al millimetro formavano delle forme geometriche troppo perfette per i suoi occhi.
Perfino il marciapiede, sembrava troppo pulito per essere vero

Quando la macchina finalmente imboccò l'ultimo tratto di strada, l'università comparve davanti a loro come una di quelle scene cinematografiche studiate infondo per lasciare le persone senza fiato. Arrivati davanti ai cancelli di quel posto dove avrebbe dovuto trascorrere un bel po' di anni dentro, era proprio come se la immaginava: il cancello in ferro battuto così alto che poteva benissimo competere con quelli di un palazzo reale. Oltre ad esso, un viale lastricato conduceva all'edificio principale costruito con i mattoni rossi, massiccio e imponente, che portava con sé il fascino dell'antico e la sicurezza del moderno.
Ai lati giardini curati fino al millimetro, fontane eleganti e panchine sulle quali i studenti avrebbero trascorso ore a sfogliare i libri oppure semplicemente a chiacchierare.
Ogni cosa, partendo dal cancello alle grandi porte d'ingresso, trasudava la ricchezza.
E a Wooyoung non sarebbe servito un manuale per capire che dentro quel posto sarebbe stato giudicato per il cognome che portava.

Il ragazzo lanciò un'occhiata a Yunho seduto al posto di guida, ed esso gli rivolse un sorriso rassicurante
«Se avrai bisogno sappi che il tuo autista preferito sarà sempre pronto a mettere in moto la macchina.»
Disse, cercando di alleggerire l'atmosfera.
Wooyoung sbuffò, ma un mezzo sorriso gli scappò lo stesso.
«Ti pagano per guidare, non per fare il simpatico.»
«Eppure riesco a fare entrambe le cose alla perfezione.»
Ribatté Yunho, prima di concentrarsi di nuovo a trovare un posto in parcheggio.

Una volta fermata la macchina, Yunho scese per aprire il baule. Tirò fuori una valigia grande e una borsa più piccola, porgendole a Wooyoung senza smettere di sorridere, anche se secondo l'altro ci sarebbe da piangere. Gli diede una pacca sulla spalla
«In bocca al lupo.»
«Sì, sì...» borbottò Wooyoung stringendo la presa sulla maniglia della valigia più grande e avviandosi verso il cancello.

Il metallo freddo e lucido dell'entrata rifletteva il sole di metà mattina, quasi accecandolo. Inspirò profondamente, sentendo l'odore dell'erba tagliata di recente e il lieve aroma dolce provenire dai fiori lungo il viale. Ogni passo verso l'edificio principale sembrava amplificare il peso della sua nuova vita.

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