Federico Vismara entrò in classe con il solito atteggiamento strafottente. Lo zaino portato su una spalla sola, la camicia della divisa scolastica mezza fuori dai pantaloni e un sorriso da "chi se ne frega" stampato in faccia. Era l'ultimo ad arrivare, come sempre. E come sempre, la professoressa di matematica lo fulminò con lo sguardo.
"Vismara, vuoi degnarti di arrivare in orario almeno una volta?"
"Ma prof, stavolta è colpa del destino. Ho trovato un gatto per strada e dovevo salvarlo, non potevo mica lasciarlo lì!" Un paio di ragazzi ridacchiarono. Federico era un maestro nel raccontare scuse assurde con la faccia più seria del mondo. Non importava se nessuno gli credeva, l'importante era far ridere la classe. "Siediti e tira fuori il quaderno. E senza commenti inutili." Federico si lasciò cadere sulla sedia accanto a Luca, il suo vicino di banco, che sospirò.
"Un giorno ti cacciano, Vismara."
"Quel giorno sarà un grande giorno, amico mio."
Ma in fondo, Federico lo sapeva: nessuno l'aveva mai cacciato davvero. Forse perché, per quanto fosse insopportabile, non superava mai davvero il limite. Forse perché i professori sapevano che a casa sua le cose non andavano granché bene. Dopo una giornata passata a lanciare battute, disturbare le lezioni e beccarsi l'ennesima nota sul registro, Federico uscì da scuola con le mani in tasca, fischiettando. Il sole del pomeriggio illuminava la strada, ma a lui non importava granché. Andava sempre a casa da solo, senza nessuno ad aspettarlo. Viveva con suo padre in un appartamento piccolo e disordinato. Sua madre se n'era andata anni prima, e di lei ricordava poco. Suo padre, invece, lavorava tutto il giorno e tornava la sera tardi, spesso stanco, spesso arrabbiato. Non era violento, ma non era neanche un padre presente. Più che altro, sembrava uno che aveva smesso di provare a fare il genitore. Quando Federico arrivò a casa, trovò il solito biglietto sul tavolo della cucina: Lavastoviglie rotta. Pizza nel freezer. Non fare casino. Lui sospirò e accartocciò il foglio. Poi aprì il frigo, tirò fuori la pizza surgelata e la buttò nel forno senza troppa cura. Mentre aspettava, prese il telefono e iniziò a scorrere le notifiche. Un messaggio da Luca.
"Oh, domani c'è l'interrogazione in storia. Hai studiato qualcosa?" Federico sorrise tra sé. Come se lui studiasse mai.
"Tranquillo, Luca. Mi invento qualcosa e sopravvivo." Era sempre stato così: una battuta pronta, un sorriso sfrontato, e via. Il primo forno suonava e lui si sedeva a tavola da solo. Federico finì la pizza, guardando l'orologio. Era ormai tardi e il silenzio che lo circondava sembrava fargli pesare ancora di più la solitudine. Senza nemmeno pensarci troppo, si alzò, spense il forno e si gettò sul divano, con il cellulare in mano. Scorrendo su Instagram, si soffermò su un post di un amico. Era uno dei pochi momenti in cui si sentiva un po' meno solo: quei post di vita apparentemente perfetta che gli davano l'illusione che qualcuno ci fosse, da qualche parte. Poi, senza pensarci troppo, aprì la chat con Luca e rispose all'ennesima domanda sulla storia. "Domani faccio il minimo sindacale, ti prometto che non prendo una brutta sufficienza." Mentre il messaggio partiva, Federico si rese conto che era già ora di andare a letto. Le luci della casa erano spente, tranne quella della cucina che illuminava appena il disordine. Niente di diverso. I soliti pensieri che lo distraevano: il padre che sarebbe tornato tardi e che non l'avrebbe nemmeno salutato, la scuola con le sue interrogazioni, il suo futuro che sembrava essere già scritto, eppure non sapeva cosa fare per cambiarlo. Federico si sdraiò nel letto, ma non riusciva a prendere sonno. La solita sensazione di vuoto lo avvolgeva. Si alzò e si guardò nello specchio del bagno. L'immagine riflessa non gli piaceva. Forse sarebbe stato meglio se fosse stato più serio, più responsabile. Ma era troppo tardi per cambiare. O forse no? Pensò ancora per qualche minuto, ma poi il sonno ebbe la meglio, trascinandolo in un sonno agitato, dove ogni sogno sembrava solo una continuazione della sua realtà monotona.
La mattina dopo, Federico Vismara si presentò a scuola con la solita aria da "non me ne frega niente". Camminava per i corridoi con passo lento, le mani in tasca, e il solito sorriso mezzo strafottente mezzo divertito. Aveva i capelli rossi e un ciuffo. Gli occhi, di un marrone chiaro, sembravano sempre lanciare una sfida a chiunque lo guardasse, e aveva le lentiggini. Era medio di altezza, con spalle larghe e un'aria che oscillava tra il ribelle e il ragazzo a cui la vita aveva già dato qualche schiaffo. La divisa scolastica - obbligatoria nella loro scuola - su di lui sembrava sempre fuori posto: la camicia mai abbottonata fino in cima, la felpa della scuola legata in vita invece che indossata, le scarpe da ginnastica sporche di terra.
"Vismara, sempre in ritardo. Novità?".
La voce del professore di storia lo accolse appena mise piede in classe. Federico si fermò sulla soglia, si concesse un secondo per guardarsi attorno e sorrise. "Prof, sono in anticipo sulla mia solita tabella di marcia. Merito un premio."
Qualcuno in classe rise. Il prof sospirò e indicò il banco. "Siediti, prima che cambi idea e ti interroghi per primo." Federico si lasciò cadere sulla sedia accanto a Luca.
"Lo vedi? Sono una leggenda. Il solo pensiero di interrogarmi lo fa riflettere sulle sue scelte di vita." Luca gli lanciò un'occhiata rassegnata.
"Tu sei un cretino, Vismara." "Forse. Ma un cretino che sa come sopravvivere." Solo che, quella volta, la fortuna decise di girargli le spalle. "Va bene, Vismara. Vieni alla cattedra." Il sorriso di Federico si bloccò per un secondo. Poi si alzò, infilò le mani in tasca e si avvicinò con la solita aria da "non mi importa". "Allora, raccontaci la battaglia di Canne.".
Federico fissò il professore con il solito mezzo sorriso, anche se dentro di sé sapeva già come sarebbe andata a finire. Non era la prima volta che si trovava davanti alla cattedra senza avere la minima idea di cosa dire.
"La battaglia di Canne..." iniziò, allungando le parole come se stesse cercando di ricordare qualcosa.
"Beh, sicuramente era una battaglia. E si è svolta a Canne, ovviamente."
Qualcuno in classe soffocò una risata. Il professore lo guardò senza espressione.
"Continua, Vismara."
Federico si appoggiò con noncuranza alla cattedra.
"Ehm... è stata combattuta da... soldati. Tantissimi soldati. E c'erano due eserciti, chiaramente, perché in una battaglia servono almeno due eserciti, no?"
Ora anche Luca si stava trattenendo dal ridere. Federico si voltò verso la classe con un'espressione teatrale.
"Dai, qualcuno mi dia un indizio! Un suggerimento da casa, un aiutino, una lettera..." Il professore sospirò e incrociò le braccia.
"Vismara, smettila di fare il buffone. Ti faccio un'ultima domanda: chi ha vinto?"
Federico fece una pausa drammatica. Poi si schiarì la voce.
"Beh... diciamo che chi ha perso non ha vinto."
A quel punto, la classe esplose in risate soffocate, mentre il professore chiudeva il registro con un colpo secco.
"Basta così. Voto: due." Federico scrollò le spalle come se non gliene importasse. Un altro due, tanto per la collezione. Non era una novità. Prendeva sempre voti negativi, e ormai neanche ci provava più. Tanto sapeva che nessuno a casa gli avrebbe detto niente. Si girò per tornare al suo posto, ma, prima che potesse sedersi, il professore aggiunse qualcosa che gli fece gelare il sangue nelle vene. "E domani, lo interrogo di nuovo. Voglio vedere se almeno una volta nella vita Vismara riesce a studiare."
La classe si zittì all'istante. Federico rimase per un attimo fermo, poi fece un sorriso forzato.
"Prof, così mi rovina la reputazione."
"Siediti, Vismara. E stavolta apri il libro."
A fine giornata, Federico si trascinò fuori dalla scuola con il solito passo svogliato. Il cielo era grigio, e l'aria fredda annunciava pioggia. Ma quello che gli pesava davvero era il pensiero dell'interrogazione del giorno dopo. Non aveva mai studiato sul serio. Mai. E nessuno a casa gli aveva mai chiesto di farlo. Arrivato nel suo appartamento, si tolse le scarpe alla meno peggio e lanciò lo zaino su una sedia. Il tavolo della cucina era come sempre vuoto, tranne per un nuovo biglietto di suo padre.
Torno tardi. Pizza nel freezer.
Federico sospirò e si lasciò cadere sulla sedia. Sempre la solita storia. Prese il telefono e mandò un messaggio a Luca.
"Fra, dammi un motivo per aprire il libro."
Luca rispose dopo pochi secondi.
"Se non vuoi fare scena muta di nuovo."
Federico fece una smorfia. Lui sapeva reggere una figuraccia. Lo faceva sempre. Ma il prof lo aveva preso di mira, e sapeva che non l'avrebbe lasciato stare. Dopo qualche minuto, prese il libro di storia e lo aprì con aria rassegnata. Gli occhi scivolarono sulle parole, ma nella sua testa non entrava nulla. Non riusciva a concentrarsi. Gli sembrava tutto lontano, senza senso. Dopo dieci minuti, sbuffò e lo richiuse.
"Chi se ne frega della battaglia di Canne."
Lanciò il libro sul letto e prese il telefono. Eppure, per la prima volta, dentro di sé sentiva qualcosa di strano. Non era preoccupazione... ma una parte di lui si chiedeva cosa sarebbe successo se, per una volta, avesse provato sul serio.
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Ciao ragazzi! Sono io, spero che questa storia vi stia piacendo! Anche se in realtà è presto per deciderlo, ma mi auguro che vi siate fatti almeno un opinione. Aspetto con impazienza delle stelline. Baci ✨
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VISMARA
Teen FictionFederico Vismara è il ragazzo che tutti conoscono a scuola: sempre in ritardo, sempre con una battuta pronta, sempre al limite tra il fastidioso e il divertente. Con il suo sorriso sfrontato e il suo atteggiamento strafottente, sembra non prendere m...
