"Ho deciso! Me ne vado domani". Facundo spazzolava sassolini con un piede.
"Ho visto una pubblicità: c'è il sole, un villaggio e una strada. Che farò, Pauline? Pomodori secchi, pesce affumicato e qualche souvenir. Da solo, eh? Da solo".
La provocava, rigirando una cicca di sigaretta tra le dita.
"Levo le tende da questo schifo di città". Barba bianca, occhi lucidi e rughe che raccontavano cento storie, tutte da ridere.
Un tempo Facundo faceva ridere: per mestiere, s'intende. Un comico da stand up comedy: papillon, microfono e quei fari puntati sempre troppo negli occhi, e che poi si sa, il fonico è lì per accenderti il microfono, mica per regolarti le luci. E quelle goccioline sulla fronte gli venivano sia per i fari che per le medicine che doveva prendere ogni sei ore, e le mandava giù col whiskey, così calmava i nervi, Facundo. E sarà per quel torpore che saliva lentamente dagli arti alla testa che, dopo due battute di riscaldamento, iniziava a raccontare storie allucinate. Si sa, il pubblico da stand up comedy è quello che vuole ridere, ridere forte, ma quando la fronte di Facundo cominciava a imperlarsi di sudore allucinato, la gente finiva sempre per ascoltare a bocca aperta le sue storie lisergiche da Bianconiglio.
"Non mi fare quella faccia, Pauline. Qui ormai non ride più nessuno, io ho finito le medicine e ho finito pure le storie". Sputò alla sua sinistra, iniziava a innervosirsi.
"Suvvia, possiamo lasciarci e vivere in pace?"
Si autoconvinceva Facundo, ogni giorno di più. Ma l'indomani era a punto da capo, ancora ai suoi piedi.
E lei, Pauline, teneva lo sguardo fisso sulle tracce di un'estetica, decadente, dell'uomo che era stato. L'espressione di lei, arcigna, lo umiliava ancora dalla fotografia in bianco e nero, nella cornice ovale di ottone, accanto alla scritta "Amata e onorata, sarai legato a me per sempre". Questa frase aveva voluto Pauline, a monito perpetuo: una sorta di sottile condanna, incisa a caratteri dorati, su una fredda lapide di marmo bianco.
