Parte 1 senza titolo

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di Scarlett O'Hara

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7:03 am

Ho le mani indolenzite a furia di trascinare questo dannato bagaglio da un lato all'altro del terminal. Non sono mai stata una persona fortunata, e quando dico mai, intendo proprio mai. Neppure una volta, sapete le persone che mentre camminano scivolano su una banconota da cinquanta dollari?

 Beh, quello non sarebbe proprio il mio caso, al massimo potrei cadere su un dépliant di Tinder per povere zitelle di mezz'età, rompendomi una costola. (cosa che è già successa)

E anche oggi non fa eccezione, dopo le stoccate finali degli esasperanti esami di medicina del primo anno, i miei genitori avevano decretato che era il momento di fare una vacanza, di staccare la spina.

 Beh, per le persone normali il concetto di staccare la spina potrebbe combaciare con una spiaggia assolata delle Hawaii, per la mia famiglia invece sembra l'occasione perfetta per visitare uno dei posti più freddi della terra: rullo di tamburi, la Norvegia, signori e signore.

 Sono una persona abbastanza versatile, ma credo che qua abbiamo toccato il colmo, tre settimane ( e dico tre) in un posto dimenticato dal 90 % del mondo, in mezzo a villaggi diroccati e yak.

 Doveva essere una sorpresa, come regalo per essere uscita viva dal calvario del primo anno della Stanford University, ma a me, più che una sorpresa sembra una condanna al patibolo, ma ahimè è troppo tardi per contestare la scelta alquanto discutibile dei miei genitori. Non mi resta altro che sopportare e sperare di non morire di ipotermia.

 Il volo è in ritardo, doveva essere alle cinque del mattino, per cui la nostra sveglia è stata puntata alle tre, ma invece sono passate le sette, e del volo si sono perse le tracce.

 Segnale divino? Non credo proprio, se avessi un colpo di fortuna, ci dovremmo armare di asce per contrastare l'apocalisse zombie. Da dietro gli imponenti finestroni il sole californiano ha cominciato a riscaldare Los Angeles. Avevo contato i giorni che mi separavano dalle tavole da surf e cocktail in riva all'oceano, e ora mi ritrovo a dovergli dire addio per quasi un mese. Potrebbe andare peggio? No non credo affatto. 

"Jodie, Jodie! Guarda quella signora com'è grassa!" strilla a pieni polmoni quello gnomo malefico di mio fratello, additando la povera donna come se non bastasse a farmelo capire. "zitto idiota! È incinta non vedi?" gli sibilo all'orecchio, mentre la donna ci passa davanti folgorandoci con lo sguardo e  borbottando qualcosa in spagnolo.

 In nove anni mio fratello è riuscito a fare più danni dell'uragano Katrina, e a me tocca sempre porvi rimedio. Gli occhi del demonietto si riempiono di lacrime, mentre storce le labbra in una smorfia. ti prego no! comincia a singhiozzare rumorosamente, saltellando come una pulce impazzia tra le valigie, nascondendosi dietro le gambe di nostra madre.

 "Jodie mi ha detto che sono un idiota!" strepita, non ho neppure il tempo di controbattere, a dire il vero non ci provo neppure. Quando il demonietto parla neppure Atticus Finch potrebbe difendermi. 

"non si dicono queste cose a tuo fratello! Fate la pace su!" mi rimbrotta mia mamma

spingendo Louie verso di me, che con un sorriso a trentadue zanne mi porge la mano con una diplomazia che farebbe impallidire persino il presidente degli Stati Uniti. 

"pace" sillabo, sforzandomi di non stritolargli la mano. La voce nasale dello speaker ci fa alzare la testa, per la mia famiglia di gioia, per me, beh...credo sia rassegnazione.

 Afferro con malcelata rabbia il manico di alluminio della mia valigia, e pure quella di Louie, che secondo lui e cito testualmente: " è questo il compito delle sorelle maggiori!"

Io&VichinghiLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora