Viveva in un villaggio un giovane uomo, dai vivaci occhi e dall'ardente spirito.
Come suo padre prima di lui, egli era un contadino: in primavera seminava gli ortaggi ed in autunno reclamava il raccolto; passava quindi il restante tempo tra la lettura di vecchi libri ed il vagabondaggio del pensiero.
A via a via che la sua vita procedeva, percepiva come sempre più strette le mura di quella piccola cittadella.
Un giorno, quindi, decise che avrebbe dedicato la sua vita a scovare e collezionare tutti i mirabolanti tesori celati dalle ignote terre al di là di quella cinta muraria, dove per interminabili anni aveva vissuto la sua esistenza; munito solo di un sacco di tela, unica eredità che avrebbe portato con sé di quel luogo, iniziò quindi il suo viaggio.
Dopo aver camminato per parecchi giorni, si ritrovò sulla cima del monte Prometeo. Tra il gelo e l'aria rarefatta, che a quelle altezze rendono fiacco lo spirito e mettono alla prova gli animi più tenaci, fece l'ultimo passo che lo separava dalla vista del mondo oltre quella seconda naturale cinta di mura.
Come colpito da un fulmine, rimase impietrito alla vista che, tra le non moto fitte nubi, si delineava dinanzi a lui. Una rivelazione colse la sua mente: il mondo era infinitamente più vasto di ciò che egli avrebbe mai potuto concepire.
Non motivo di scoraggiamento fu tale rivelazione, ma paglia secca sull'ardente fuoco della sua volontà.
Dopo alcuni minuti in contemplazione di quello straordinario paesaggio, notò nelle vicinanze una grotta, la cui entrata era leggermente oscurata da un pesante macigno; le pareti erano levigate e di forma regolare, come fossero state costruite da sapienti operai, ma l'ambiente all'interno della piccola caverna era completamene vuoto.
Un solo particolare attirò la sua attenzione: un bulbo oculare posto al centro della stanza.
Intrigato da una tale vista, con cautela lo raccolse, lo studiò brevemente e lo pose nel suo sacco.
Mentre si avviava verso l'uscita, felice di aver raccolto il suo primo cimelio, uno stormo di corvi, che si era radunato dinanzi all'ingresso della grotta, prese il volo sparendo ben presto alla vista.
"Dei corvi a questa altitudine?! Quale strano avvenimento" Pensò tra sé e sé prima di rimettersi in cammino.
Passò del tempo.
Man mano che visitava luoghi, scovava reliquie, ed aggiungeva ogni sorta di tesoro alla sua così variegata collezione, il sacco diventava sempre più pesante da sostenere e gravoso da trasportare: in molteplici occasioni infatti esso si ruppe.
In tali circostanze, furono perduti alcuni di quei preziosi tesori, casualmente scelti dall'infausto destino; giorni furono inoltre perduti, al fine di rattoppare le buche del sacco, il quale nel tempo divenne sempre più precario e soggetto a cedimenti.
Un giorno, tra le folte chiome di una ignota foresta, rinvenne un antico templio, eredità di una civiltà da tempo oramai perduta.
Due erano le statue poste di guardia al monumentale ingresso, dal quale si poteva scorgere un lungo corridoio sotterraneo, le cui mura erano gremite di incisioni e ricami d'ogni sorta.
Percorrendo quella oscura galleria, le pareti divennero sempre più vicine, ed il soffitto sempre più basso, fino a che non fu più possibile portarsi appresso quel prezioso sacco, così straripante di tesori da essere più grande dello stesso avventuriero che, a malincuore, fu costretto a proseguire il suo cammino, spogliato com'era delle sue fortune.
Giunse quindi in una camera chiusa, dinanzi ad un antico altare; delle fiaccole poste sulle pareti si illuminarono ed una stana inquietante figura comparve davanti a lui: era alta quasi fino al soffitto, con otto braccia, gli occhi rossi come carboni ardenti ed emanava un forte odore di zolfo.
Era inoltre ricoperta di ogni genere di gioiello e di marchingegno dall'ignoto funzionamento.
Atterrito da quella visione, si girò e tentò la fuga, solo per rendersi presto conto che la porta dalla quale era entrato non esisteva più.
Con voce pacata, ma tono inquisitorio, l'antica divinità parlò: "saggio tra i saggi, che di districhi nel mondo cercando di esso l'essenza, per qual motivo osi tu interrompere il mio riposo."
Titubante l'avventuriero rispose: "Io sono un cercatore, giunto in questo templio spinto dalla mera curiosità. Ho dedicato la mia esistenza alla collezione dei tesori nascosti nel mondo, speravo di trovarne altri all'interno di questo antico luogo".
La divinità allora rispose: "Ben conosco ciò che in cuor tuo giace, ed una ricompensa ho ideato apposta per te: ti farò dono di un sacco immenso, più grande di quanto tu possa concepire, e della forza di portarlo per mari e monti. Non i tuoi tesori voglio per compenso, ma solamente la tua anima."
L'avventuriero rimase spiazzato da una proposta così inaspettata: per anni aveva infatti tenacemente combattuto per riempire quel vecchio sacco e mantenere appresso i tesori trovati, per trascinare quell'ammasso così prezioso tra monti e valli; ma ora, costei che difronte a lui era apparsa, gli stava offrendo un rimedio definitivo per i mali che affliggevano la sua esistenza.
Senza riflessione ulteriore l'avventuriero stette per aprir bocca, quando gli affiorò alla mente il ricordo di uno di quei tesori che aveva collezionato durante le sue avventure.
Tra i suoi innumerevoli viaggi, infatti, egli aveva reperito una vecchia lira; la aveva rinvenuta al di sotto una roccia, nel mezzo delle rovine di una antica struttura, presumibilmente un'altra sorta di templio, la quale era sita in un'isola ai piedi di una strana terra a forma di stivale.
Ma non fu la lira in sé ciò che al tempo colpì la sua attenzione, quanto invece le incisioni che lesse sulla porta di ingresso: "conosci te stesso, nulla di troppo".
Un profondo dubbio assalì i suoi pensieri: stava per rinunciare alla sua stessa anima, alla sua stessa essenza, alla sua stessa mente. Tutto questo in favore di cosa? Di un sacco più grande in cui accumulare più tesori!
Quale valore ha un tesoro senza alcuna coscienza per poterlo ammirare? Quale valore ha la ricerca della conoscenza del mondo se non viene mediata dalla consapevolezza di sé stessi?
Queste furono le domande che inondarono la mente dell'avventuriero, il quale, riconsiderando la sua posizione, decise di declinare l'offerta propostagli da quello strano essere.
Le fiaccole di colpo si spensero, e nello stesso istante quel demonio che finora era stato davanti a lui scomparve senza lasciare traccia.
Ancora frastornato dai recenti avvenimenti, l'avventuriero si girò, scoprendo che la porta dal quale era entrato in quella misteriosa stanza, era ora aperta.
Ritrovato il suo sacco, pieno come lo aveva lasciato, a fatica lo caricò in spalla; decise quindi che era giunta ora di ritornare dove tutto era incominciato: il suo villaggio.
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Il collezionista di tesori
Historia CortaBreve allegoria sulla limitatezza del pensiero umano e sulla necessità di preservare la propria autocoscienza.
