Capitolo 1: Miky

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Sento suonare la sveglia, guardo con un occhio mezzo chiuso l'orario, sono le sei, avendola impostata un'ora prima posso permettermi di posticiparla cinque minuti, peccato che sono talmente stanca che non mi rendo conto che la sposto ancora due volte. Quando riprendo il telefono e mi accorgo dell'orario, salto letteralmente giù dal letto. Mi fiondo nel bagno e faccio una doccia veloce.
Mi vesto con le cose che ho preparato ieri sera: jeans, t-shirt e sneakers bianche e per completare il look una giacca rossa.

Il trucco come sempre è leggero, non mi piace esagerare, però mi piace mettere in evidenza, con l'eyeliner, che continuo a non saper usare, i miei occhi grigi.
È vero, sono di un colore insolito ma è una delle poche cose di me che mi piacciono davvero.
"Brava Miki, hai fatto un bel lavoro!" esclamo soddisfatta per il risultato finale. Prendo l'orologio e quando lo metto al polso mi rendo conto che ora sì che potrei fare veramente tardi.
Controllo dall'app l'orario dell'autobus e poi corro via, prima di infilare nella tasca dei jeans il mio braccialetto portafortuna, che ha un piccolo sole come ciondolo. 

Scendo le due rampe di scale saltando i gradini a due a due, rischiando di farmi male ma ho un minuto per arrivare alla fermata dell'autobus, infatti, mentre sto per chiudere il portoncino, intercetto l'autobus che sta facendo salire le persone, faccio un ultimo sprint e arrivo giusto mentre sta per ripartire. Provo a bussare ma non mi apre. Non so chi ci sia alla guida ma chiunque sia, sembra abbia fretta di ripartire.

"Vai al diavolo, stronzo!" dico a voce alta.
L'autista fa una brusca frenata,  rischiando di far
cadere quei pochi passeggeri coraggiosi che sono in piedi.
"Come mi hai chiamato?" sento domandare da una voce maschile piuttosto arrabbiata che arriva proprio dal mezzo di trasporto ancora fermo.
"Ehm io..."
"La faccia salire e andiamo" esclama una vecchina deliziosa, che intravedo mentre salgo, le faccio l'occhiolino e poi alzo lo sguardo verso lo specchietto, vedo l'autista che mi sta letteralmente fulminando con lo sguardo.
E il mio cuore perde un battito.

Vorrei scusarmi per l'epiteto affibbiatogli poco prima ma ho perso le parole.
Mantengo ancora un attimo lo sguardo verso lo specchietto e poi mi volto dall'altra parte.
Mi siedo accanto alla vecchina e prendo il telefono per contare le fermate che mi mancano all'arrivo.
Fortunatamente la scuola è esattamente a due passi dalla mia.
Quando alla fermata successiva rialzo lo sguardo, trovo l'autista che mi guarda ancora e perdo un altro battito.

-Come è possibile che esista un uomo così bello sulla terra? Dovrebbe essere vietata tanta bellezza!-
"Stai andando a lavorare?" mi chiede la signora accanto a me.

"Sì, è il mio primo giorno di lavoro" rispondo con un sorriso che mi illumina anche gli occhi.

"Cosa fai di bello? Io sono in pensione ormai da anni ma mi piaceva il mio lavoro".

"Io sono un'ose", poi vedendo la sua espressione accigliata, scelgo delle parole più semplici.
"Sono un'educatrice sociale, insomma, una specie di maestra, lavoro con i bambini in difficoltà".
"Che brava che sei" mi dice prendendomi la mano.
"In realtà sto anche studiando per diventare una maestra, è il sogno che avevo da piccola", continuo a raccontarle i miei sogni da bambina, quando all'improvviso mi rendo conto di essere arrivata alla mia fermata.

Saluto al volo la signora e poi il mio sguardo viene calamitato nuovamente verso lo specchietto, dove trovo quello dell'autista che mi sta guardando.
Scendo e corro verso la scuola.
Una bidella mi accompagna dalla preside, che si dimostra essere una persona molto disponibile e gentile, mi accompagna personalmente a vedere le due classi in cui lavorerò e mi consegna l'orario.

Mi occuperò di Valerio, che ha un ritardo psicomotorio e di Celine, una bambina straniera che soffre di diabete.
"La ringrazio preside. Farò del mio meglio!"
La scuola comincerà l'indomani, così ho tutto il tempo di andarmi a cercare in libreria il materiale di cui potrei avere bisogno.
Mentre un'altra collega di nome Sara mi porta nell'auletta che potremo utilizzare, la mia mente torna a pensare allo sguardo arrabbiato dell'autista.
-Credo di non aver mai visto una persona così arrabbiata-.

Una corsa per la felicità Stories to obsess over. Discover now