capitolo unico

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Nella nebbia densa del tardo autunno, le strade di Stratford erano agitate da un'atmosfera di eccitazione. Il quotidiano locale annunciava in prima pagina l'arrivo di un personaggio di spicco, un magnate dell'industria siderurgica. I ricchi sono sempre accolti a braccia aperte, ma io, Detective Jake S. Anderson, guardavo quei titoli con un cinismo che mi faceva sollevare un sopracciglio.
"Servo e padrone", pensai tra me e me, mentre sorseggiavo il mio caffè amaro in un pittoresco bar del quartiere. "Credono di essere padroni del mondo solo perché hanno qualche sterlina in più in tasca. L'arrivo di questi Signori spesso porta più guai che benefici alla nostra tranquilla città."
Il mio ufficio, un buco nell'angolo di una strada poco frequentata, era decorato da vecchi dossier e cartine geografiche appese alle pareti. Seduto alla scrivania, fui distratto dal suono della campanella che annunciava l'arrivo del mio assistente, William.
«Detective Anderson, dovreste vedere le strade là fuori. Tutti sono eccitati per l'arrivo di Lord Hamilton» disse William, il suo tono era impregnato di un misto di impazienza e curiosità.
«Non c'è niente di speciale in un uomo che pensa che il suo denaro lo renda migliore degli altri,» risposi, sorseggiando l'ennesimo caffè.
La città era in subbuglio, ma il mio lavoro non si fermava. Avevo un assassino da catturare, uno che si faceva chiamare "Maestro d'inchiostro". La sua firma consisteva nel lasciare accanto alle sue vittime, bigliettini scritti a mano con inchiostro nero, contenenti frasi tratte dalle opere di Shakespeare. Un assassino colto, ma pur sempre un assassino.
Il primo incontro con il Maestro era avvenuto quando il corpo di un mercante era stato trovato sulle rive del Tamigi. Il biglietto recitava: "La colpa, non è delle nostre stelle, ma di noi stessi che ne siamo sottomessi." Era chiaro che l'assassino non agisse per rapina, data la presenza sul corpo delle vittime , di tutti gli effetti di valore, ma si distingueva per il suo approccio acculturato.
Continuai a sfogliare i vecchi dossier, cercando di collegare i fili sottili che legavano le vittime del Maestro d'inchiostro. La mia scrivania era un caos di mappe, fotografie e fogli ingialliti, ma in quel momento la priorità era il magnate di cui parlava la città.
Non perché mi interessasse particolarmente la sua presenza, ma piuttosto a causa dell'incalzante pressione del sindaco affinché risolvessi il caso con la massima celerità, temendo la possibile perdita di opportunità in concomitanza con l'arrivo imminente dei vari Signori. L'ultima telefonata ricevuta da parte sua aveva assunto le tinte di un dettagliato racconto, delineandomi con precisione quasi maniacale come dovesse svolgersi l'imminente evento teatrale che si sarebbe tenuto tra un paio di sere.
«William, fai una cosa, scopri tutto ciò che puoi su questo Lord Hamilton, e cerca di capire se c'è qualche collegamento con le vittime del Maestro d'inchiostro.» ordinai, sollevando lo sguardo dai documenti sparsi sulla scrivania.
Il mio assistente annuì e uscì dall'ufficio, lasciandomi solo con i miei pensieri. Non avevo mai avuto una grande fiducia nella fortuna, ma sapevo che ogni indizio, per quanto piccolo, poteva essere cruciale nella caccia a un assassino così astuto.
Le giornate trascorsero tra indagini sul campo e notti insonni a seguire piste che sembravano tutto fuorché fondate. Nel frattempo, Lord Hamilton sfoggiava la sua ricchezza, circondato dalla folla di adulatori che lo osannava, e ciò non aiutava la mia antipatia verso tali persone, ma sapevo che il mio lavoro richiedeva distacco emotivo.
Una sera, mentre passeggiavo tra i vicoli bui alla ricerca di indizi, sentii il suono di passi dietro di me. Mi girai rapidamente, mano sulla pistola, un uomo di corporatura minuta era appoggiato ad un muro, un cappello in testa e una sigaretta tra le labra. Non ci fu nessuna spiegazione, voltò semplicemente la testa verso l'altro lato, troppo velocemente per vederne il volto e mi poste una busta, il tempo di guardarla che già la misteriosa figura era scomparsa.
«Spero di non avervi ancora fatto perdere il senno, Detective Anderson, ma la tragedia della vita non si ferma davanti a nessuna logica. Anche quest'atto è concluso»
Mi irrigidii leggendo quelle parole. Il Maestro d'inchiostro era stato a pochi passi da me, e il suo sguardo era riuscito a scrutare ogni mio movimento.
Aveva deciso che la mia parte nella tragedia doveva finire.
Nei giorni seguenti, continuai a investigare con rinnovato fervore, sapendo che il tempo giocava contro di me. Il Maestro aveva dimostrato di poter anticipare i miei passi, e ogni notte la città si stringeva sempre di più nel suo tetro spettacolo.
La sera dell'evento, con l'aria frizzante che prometteva tempi più freddi, osservai la folla dal mio posto. Le luci soffuse illuminavano il palco, rendendo l'atmosfera carica di aspettativa. Il teatro, un antico edificio imponente con decorazioni elaborate, si ergeva come un monumento al passato, mentre il sipario si alzava per svelare l'inizio di un'opera avvincente.
La platea esplose in un boato di applausi mentre attori e figuranti facevano il loro ingresso sul palco. Il magnate, figura imponente in abito sontuoso, sedeva in prima fila, il suo volto rifletteva l'aura di potere che aveva accumulato nel corso degli anni, mentre la trama dell'opera si dispiegava con mistero e tensione.
Poco prima dell'ultimo atto la folla esplose in urla, il magnate, invitato poco prima sul palco, si accasciò a terra. Una lama fredda conficcata nel suo petto con attaccata ad essa un biglietto: "Il mondo intero è un palcoscenico, e gli uomini e le donne sono solo attori."
Passata una settimana dal tumultuoso evento, la città sembrava essere piombata in un baratro, molti erano i locali che avevano dovuto chiudere e altrettante, se non di più le persone che avevano lasciato le loro case. Le indagini avevano condotto a una crescente lotta tra il Maestro e le forze dell'ordine, con ovviamente l'intensificarsi delle chiamate da parte del sindaco, che sembrava presupporre che io avessi una sorta di potere soprannaturale per poter risolvere la situazione soltanto schioccando le dita e che semplicemente non lo volessi fare.
Si era ormai fatta sera mentre rientravo dall'ennesima giornata di lavoro; camminavo tra le vie della città, mentre la mia testa cercava di vagliare possibili piste per poter mettere finalmente fine a questa storia.
Molte imposte degli edifici erano chiuse, e le strade quasi deserte, facevano eco al suono dei miei passi. La mia determinazione era intatta, ma ogni angolo della città raccontava la storia di un declino, e la pressione aumentava con il susseguirsi degli avvenimenti.
Il tessuto della città era lacerato, portandomi a un incontro inevitabile con l'oscurità che aveva gettato la sua ombra sulla nostra comunità.
«Shakespeare comprendeva la natura umana meglio di chiunque altro. Volevo far sì che il mondo vedesse la tragedia che si svolge sotto i suoi occhi senza nemmeno accorgersene» disse un ragazzo dietro di me, quasi sorridendo, mentre le sue parole risuonavano nell'aria carica di tensione.
L'indagine aveva rivelato un nascondiglio segreto del Maestro, fonti poco attendibili, ma pur sempre qualcosa. L'incontro non era certo programmato per quella sera, tantomeno con me soltanto, ma non credo che ciò interessasse particolarmente al Maestro.
«Incredibile come qualcuno di tanto giovane e talentuoso possa avere un lato così sadico...»
«Lei mi ritiene un pazzo, presumo, io preferisco definirmi un visionario: odio quanto lei le persone che si sentono padroni di un qualcosa capace di sottometterli con un nonnulla, solo che io non mi nascondo dietro una maschera ben piazzata e qualche bicchiere di whisky, abbassando la testa solo perché qualcuno m'impone di farlo.»
La sua voce si trasformò quasi in un sibilo mentre estraeva due revolver dalla giacca, «non pensavo ti saresti abbassato a tanto, la tua istruzione romantica non predilige le lame?», per parlare ad un pazzo non c'era altro modo che fingersi come lui.
«Dovrebbe, si, ma per lei farò un'eccezione. Ora, detective, è giunto il momento di liberare questa città dalla sua ipocrisia, di rivelare la tragedia che scorre anche nelle sue vene.»
I revolver brillarono nell'ombra, la stradina illuminata solo dalla luce fioca dei lampioni, divenne presto il palco di uno scontro, mentre le ombre danzavano sulle pareti delle case come spettatori silenziosi.
Il conflitto iniziò con il suono acuto dei colpi, i proiettili tagliarono l'aria, lasciando dietro di sé scie luminose nella penombra. Il rumore assordante dei revolver si fondeva con l'eco delle parole dell'assassino, creando una melodia sinistra che permeava l'atmosfera pesante.
Dopo un po' però il Maestro, venne colpito alla spalla da uno dei miei proiettili  e cadde, ma quando mi avvicinai per arrestarlo, sentii una fitta lancinante al petto. Mi tastai, la mia mano era coperta di sangue. La realizzazione di quanto era successo mi colpì come un fulmine: ora era il mio turno di cadere, vittima del Maestro d'inchiostro e dei suoi intricati giochi di potere.
L'assassino guardò la scena con distacco, quasi compiaciuto. «Questo è il suo atto finale detective» disse, posandomi a dosso un biglietto: "aspetto il prossimo."

Servo PadroneOnde histórias criam vida. Descubra agora