1. Tornare

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Ero tornata.

Non volevo farlo, ma mio padre ha insistito. Non potevo dirgli di no o contraddirlo o imputarmi, come facevo sempre, non era il momento, sapevo che mi avrebbe assecondata, l'aveva sempre fatto, ma dopo tutto quello che abbiamo passato non si meritava un altro dei miei capricci. Sono qui davanti al mio nuovo specchio, nella mia nuova stanza, della mia nuova casa. Sono cambiata tanto in due anni. Beh vivere due anni all'estero, praticamente da sola, ti cambia. Non sono cambiati solo i miei capelli, ora più lunghi e più scuri, non sono solo i il 20kg di meno. Ma la mia consapevolezza, chi sono e cosa voglio diventare, ma soprattutto, so cosa voglio e cosa no.

Esattamente due anni fa, alla fine del mio secondo anno di Liceo, mia madre si ammalò, un cancro incurabile. Mio padre non riusciva ad accettarlo, così prese tutto, vendette la casa e ci trasferimmo a New York, dove si diceva ci sarebbe stata una cura per mia madre, contro il parere dei medici italiani per i quali non ci sarebbe stata nessuna possibilità, nessuna speranza. Lasciammo il mio paese, familiari, tutto.

Abbandonai la mia casa, la mia stanza che mi aveva visto crescere sin da quando ero nata, a cuor leggero, non avevo più amici poiché quell'anno fu un vero e proprio inferno. Così arrivata a New York, ci ritrovammo a vivere in un bilocale a Brooklyn, mio padre in cerca di lavoro e mia madre, che mi guardava fiduciosa con i suoi occhi verdi segnati dai cerchi neri della malattia. Non era fiduciosa della guarigione, aveva solo tanta infinita speranza per mio padre. Quel nuovo posto, così povero di ricordi e di loro, non lo avrebbero fatto soffrire quando lei ci avrebbe lasciato. Perché lei lo sapeva, l'ho ha sempre saputo che sarebbe stato così prima o poi.

Trascorsi due mesi dal trasferimento, mia madre una sera, prima di andare a letto, mi fece trovare una lettera d'addio e la mattina seguente mio padre si accorse che mia madre tornava a essere libera dal male e dalla sofferenza. Fu difficile consolare mio padre. Eppure tramite un nostro vicino di casa mio ebbe un colloquio di lavoro in un importante azienda petrolifera, e così io mi iscrissi ad una scuola privata, dal bilocale ci trasferimmo ad un attico nell'Upper East-Side.

Durante questi due anni, la mia vita è trascorsa serena, ricca delle mancanze da parte dell'effettiva perdita di mia madre e di mio padre che non riusciva a guardarmi più negli occhi, perché diceva, che gli ricordavo troppo la mamma, finché mi disse che saremmo dovuti tornare in Italia. E se la prima fase della mia adolescenza è stata segnata dal bullismo, la seconda parte è stata dedicata alla ricostruzione di me stessa.

Dopo due anni, mio padre ha una proposta di lavoro: Dirigente esecutivo della nuova Filiale italiana dell'azienda nella quale si era distinto per il suo lavoro. Un American dream a tutti gli effetti, la mia versione invece è più stile American horror story. Mio padre non con poche reticenze mi chiese se fossi pronta a tornare. Gli dissi di sì, senza esitazioni. Onestamente, perché mi sarebbe dovuto importare di lasciare Michelle, la mia nuova migliore amica e Potsy, il mio nuovo migliore amico gay. E perché avrebbe dovuto ferirmi l'idea di lasciare Tony, il mio nuovo ragazzo che volevo lasciare già da tempo perché scoppiava a piangere ogni volta che dicevo di non volerlo vedere. Così abbandonai tutto. L'attico, la scuola privata, l'accademia di moda serale, il corso di ballo, il corso di equitazione negli Hampton, il gruppo di canto scolastico e le cheerleader. Chi non vorrebbe lasciare tutto questo per abitare in un quartiere di Roma? Certo l'ho fatto a cuor leggero perché è questo quello che ci si aspettava da me, la brava figlia che segue ovunque i genitori senza parlare, senza piangere. Perché di piangere non se ne parlava, dalla morte di mia madre, il mio blocco emotivo mi aveva reso spesso cinica e cattiva, raramente con gli altri, ma frequentemente con me stessa. Quindi si, la valigia piena di vestiti e vuota di lacrime.

No, in realtà non è niente di vero, mi sentì morire dentro, ma non dissi nulla. Non volevo assolutamente lasciare i miei migliori amici, le cheerleader, la mia villa e né tanto meno Suarez, la mia tata. Era stata per me, la cosa più simile ad una figura genitoriale da quando si era ammalata mia madre. In Italia, tutti mi prendevano in giro perché ero grassa, perché non vestivo alla moda e non avevo le belle macchine o la mega villa. Anche se non avevo niente di tutto quello che avevano loro, ero sempre sorridente e molto, molto logorroica. Affondavo la testa nei libri, e guardavo tanti film. Il sabato sera rimanevo a casa con i miei genitori a guardare vecchi film di Sofia Loren o il Cinema Italiano in bianco e nero. Ma ora tutto questo mi sembra la vita di un'altra persona, adesso non rido più molto spesso, ho avuto tanti ragazzi e mai uno solo aveva fatto battere davvero il mio cuore, e non ricordo l'ultimo volta che ho letto un libro, o visto un film con mio padre. I miei weekend erano le feste nelle ville dei miei amici, ricchi come me, i brunch e lo shopping sfrenato. Tutto questo sarebbe finito e se io non ero più la Simona di prima, la stessa realtà che infondo non era mai cambiata avrebbe accettato il mio cambiamento?

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