Capitolo 1 - gli affari sono affari

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Io e Sergio sapevamo bene che ci stavamo ficcando di testa nella merda pronti a dare grosse cucchiaiate al barattolo, ma non avevamo la lucidità di crederlo a pieno, o forse ci mancava la voglia di tirarci fuori. Ma d'altronde chi avrebbe mai potuto immaginare tanto.

Tutto parte da una domanda. Una di quelle domande che dovrebbero farti capire che è meglio starne alla larga. Una di quelle domande di merda tipo "ti va di fare soldi facili?", e tu dovresti dire no, ma sei un coglione e quindi dici sì; e allora cominci a immaginare la tua vita piena di soldi, soldi ovunque, che ti escono dalle tasche, nella tavoletta del cesso, nelle coperte, nelle maniche dell'accappatoio, nella vasca da bagno, tra un bel paio di tette. E tutte queste immagini  cominciano a girare, e ti ritrovi a pensare che forse ce la puoi fare davvero, che li vuoi, che te li meriti e così finisci con il fare la cazzata. Il passo più lungo della gamba, il passo falso, la pisciata fuori dal vaso. Ti ritrovi dentro e poi non sai più come venirne fuori.

Tutti pensano che la vera forza sia nell'iniziare una cosa nuova, la paura di un nuovo inizio, stronzate per come la vedo io. La vera forza sta nel venire fuori da una dipendenza, da una relazione morta, da un lavoro che ti ha per le palle o da una situazione del cazzo come la nostra. Non è la paura di cominciare che frega, è la paura di affrontare la fine. Le situazioni della vita a volte sono come sabbie mobili, provate ad uscirne, poi ne riparliamo. 

Eravamo andati a bere al Midnight Skin, il locale di Sandrone, il travestito, un caro amico capace di mettertelo nel culo quando meno te lo aspetti, e non sto parlando di sesso. Quella sera due tizi avevano iniziato a infastidire James per i suoi pantaloni bianchi a zampa di elefante che, sotto le luci del locale riuscivano nel mastodontico intento di diventare ancora più spiacevoli. Non nascondo che farsi sputare in un occhio era meglio che guardarli, e avevo provato a spiegarglielo, ma a Sergio quella roba piaceva e guai a chi gliela toccava. E così fu.
S.J. con due ganci spedì l'uno nel corpo dell'altro, letteralmente: tolse loro i pantaloni e, come tessere di un puzzle, ficcò la testa di uno nelle mutande dell'altro così che potessero ricordarsi "il tanfo di merda da cui proveniva la critica".

Di lì a poco uno sconosciuto avrebbe abbassato il finestrino della sua auto, ci avrebbe fatto segno di avvicinarci, ci avrebbe detto che gli era piaciuto come ci eravamo battuti, avrebbe insinuato che due come noi meritavano di più, e quindi ci avrebbe fatto la fatidica domanda:

Vi andrebbero dei soldi facili?

Noi avremmo dovuto dire di no ma, invece, saremmo finiti col dire, sì certo. Lui ci avrebbe raccontato di un posto, un certo posto dove avvenivano certi scambi, e che il lavoro era molto semplice: viverci per un piccolissimo periodo, controllare che niente venisse rubato, dimenticare qualsiasi faccia entrasse o uscisse da quel luogo e che tutto filasse liscio. Poi, una volta terminati gli scambi, ce ne saremmo potuti andare senza nessun obbligo. Pagati profumatamente.

Andammo ad abitare in un postaccio, una sottospecie di grande magazzino abbandonato adibito a ritrovo di concerti punk clandestini. Una di quelle bettole in cui seppellire la gente. L'interno era squallido, tappezzato di graffiti, con divani che erano stati ripassati più e più volte da qualche coltello. Le finestre erano enormi e il lampadario sembrava l'uccello moscio di un elefante che penzolava su e giù mai esausto. C'era uno stereo anni '80, poggiato su un'asse da stiro in decomposizione, in cui ruotavano pezzi blues, punk-rock. Aveva a che fare con la cocaina e per poco non ci finimmo sotto anche noi.

Non so perché lo facemmo, perché accettammo quel lavoro di merda fatto sta che non ci rendevamo conto, ma l'età ce lo permetteva, perché se a vent'anni non fai qualche cazzata, di sicuro sei già morto. Eravamo parte di una sorta di rete del traffico di atti illeciti. Ogni tanto qualche tossico bussava alla nostra porta, chi per la droga, chi per una scopata, e tiravamo a campare come meglio ci riusciva; ogni settimana ci entravano la bellezza di cinquecento euro a testa.
Il nostro rapporto andò avanti per un po', ogni tanto ci ritrovavamo un occhio nero, ma tutto sommato James aveva smesso di indossare quei pantaloni di merda ed era già un traguardo niente male.

Tuttavia c'era una cosa che non avevamo tenuto in conto: non avevamo la più pallida idea che Mucho e Mojo, a un certo punto, sarebbero stati inclusi nell'affare. Una sorpresa che sapeva di piscio, un incidente di percorso. Per essere realisti, un disastro ambientale di proporzioni catastrofiche.

BluffectWhere stories live. Discover now