Spazio Tempo

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A Glasgow faceva freddo. Il meteo segnava a stento tre gradi celsius, il vento si imponeva nelle foglie e sul viso di Simone, facendolo rabbrividire. Il cielo era grigio e si abbinava stranamente all'atmosfera della città. Se Glasgow avesse avuto un colore sarebbe stato proprio quello, un tortora spento o un marrone scuro. Roma, invece, era decisamente un giallo accesso, un arancione allegro. Allegro, l'unico aggettivo con cui non potevi descrivere Simone.

Infreddolito, impaurito, spaesato, confuso, triste invece sì, quelli andavano benissimo. Triste soprattutto. Un giorno la sua nonna, santa donna che lo aveva trattato più come un figlio che come un nipote per tutto il tempo che sono stati insieme, lo guardò attentamente mentre erano seduti in veranda e, inclinando un po' la testa, se ne uscì con una frase che fece bloccare di colpo il ragazzo che stava completando qualche esercizio di matematica.
«Hai gli occhi tristi», disse, e per Simone fu come se lo avessero accusato di un reato.

Non poteva essere triste. Cosa gli mancava? Nulla. Viveva nella città più bella e importante d'Italia, andava bene a scuola e le materie che per tutti sembravano difficili per lui erano una passeggiata, un passatempo. Aveva una ragazza bellissima, Laura, bionda e occhi azzurri, che ci teneva e lo faceva svagare, parlando o facendo sesso poco imporrava, che era nella vita del giovane ragazzo da mesi ormai e che lo rendeva felice, o almeno così credeva. Faceva sport nel tempo libero e si sfogava così, con i compagni di allenamento, tra un drive e un drop*. Era un bel ragazzo, glielo dicevano spesso, e con il passare del tempo cominciò a crederci a questa cosa e finì con il convincersi che non era proprio male esteticamente e la sua autostima crebbe. Aveva tutto questo, cose per cui i suoi coetanei avrebbero fatto fuoco e fiamme pur di ottenerle, quindi non poteva essere triste.

«Ma non è vero, nonna, perché dovrei?» rispose sforzandi un sorriso. Col senno di poi capì che non era stata proprio una grande idea, aveva solo avvalorato la tesi della donna adesso che aveva finto di essere felice per un istante, ma era in imbarazzo e un po' teso e nella sua testa questi giustificava il suo gesto.

«Questo non lo so, dovresti dirmelo tu», ribatté l'anziana, guardandolo dritto negli occhi.

Simone sostenne lo sguardo e cominciò a pensare, ma era sicuro che se quella conversazione fosse continuata avrebbe portato in luoghi nascosti che il ragazzo per anni aveva tenuto chiusi con un lucchetto e in quel momento non aveva né la forza né la voglia di prendere la chiave e aprirli. «Non lo sono nonna, non ti preoccupare» disse con un tono e uno sguardo rasserenante, distogliendo lo sguardo.

La nonna lasciò cadere il discorso, non chiese più nulla e tornò a leggere una rivista che il ragazzo non si era neanche accorto avesse in mano per tutto quel tempo.
Tornò sui suoi esercizi e quella fu la prima volta di Simone in cui il risultato venne diverso da quello scritto sul libro.

Quella volta pensò che non aveva motivi per essere triste, adesso che ne aveva decisamente troppi.

Il ritorno di suo padre nella sua vita fu come un secchio d'acqua gelata appena sveglio. Lo aveva lasciato immobile e pieno di rabbia, soprattutto quando scoprì sarebbe stato anche il suo insegnante di filosofia. Sembrava uno strano scherzo del destino, una di quelle cose che pensi che il mondo ti mandi solo per ridere di te dall'alto, solo per vedere quanto riesci a resistere prima di scoppiare. E Simone aveva resistito anche tanto. Aveva sopportato quelle lezioni di filosofia che sembravano uscite da "L'attimo fuggente", quelle piene di insegnamenti sulla vita, quelle che ti fanno riflettere, non importa quanto tu provi a far finta di nulla, alcune frasi dette da quei maledetti filosofi sembravano riferite così tanto a lui e quello che stava vivendo che si insediavano sotto la pelle come un tatuaggio che all'inizio prude e che poi rimane lì per sempre. Aveva sopportato i suoi compagni di classe voler bene a suo padre e suo padre voler bene ai suoi compagni e si innervosiva a vedere quelle scene in cui lui aiutava loro e viceversa, perché pensava solo ad una cosa: "perché a loro sì a me da piccolo, quando ne avevo bisogno, no?".

Spazio Tempo. | Un professoreStories to obsess over. Discover now