Capitolo 1 - Destino

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Sono già le 10:00 e guido per la città senza una meta da quasi un'ora ormai. Alterno sguardi rivolti ai palazzi sui quali non mi sono mai soffermato a notarne il colore, a quelli rivolti alla strada per evitare spiacevoli incidenti, anche perché intaccherebbero la salute del mio ormai esile portafoglio. A volte mi capita di incrociare gli sguardi degli altri automobilisti. Chissà se anche loro hanno un peso così profondo da non riuscire a parlarne con qualcuno.

Stanco di passare per le strade principali della città, opto per addentrarmi in vie che non ho mai realmente attraversato, sperando di trovare qualcosa di interessante, un qualunque elemento che mi faccia venire l'ispirazione per il mio prossimo libro.

Qualche stronzo ha parcheggiato in mezzo alla strada. Ma come diavolo ragiona la gente? Fortunatamente ho una macchina decisamente piccola, quindi credo di riuscire a passare. Tengo la lingua tra i denti involontariamente, mentre mi concentro per non graffiare gli specchietti della mia povera macchina. So che a 20 anni solitamente si ha già una certa padronanza e sicurezza alla guida, ma non è per niente il mio caso.

Oh, non credevo che qui ci fosse un bar, sembra davvero piccolo. Da ciò che dice l'insegna, qui preparano granite artigianali, ma l'elemento che realmente mi attrae è il nome. Destino. Non credo di aver mai visto un nome del genere: di solito il nome di un locale è semplicemente il cognome del proprietario o qualcosa che ha a che fare con il cibo.

Ho deciso. Oggi farò colazione qui. Guardo in giro per un parcheggio. Devo dire che per essere una via secondaria è molto larga, come mai non l'ho mai notata prima di oggi? Finalmente trovo un posto libero e mi ci inserisco con calma. Spengo la macchina, prendo il mio portatile ed esco, chiudendola.

Cammino con il portatile sotto il braccio su un marciapiede che sembra parecchio antico, ma il mio sguardo cade sulle mie scarpe. Quando le prendo prima di indossarle non sembrano male, ma ai miei piedi fanno proprio schifo. Mi toccherà comprarne altre. Sento anche provenire dalla tasca un lamento del mio telefonino, probabilmente è un messaggio di uno dei miei amici dementi.

Raggiungo l'uscio del locale appena scoperto e mi affaccio per vedere quanti clienti ci sono. Di quattro tavoli, solo due sono occupati: uno da una donna sulla quarantina con un bambino che non smette un secondo di parlare urlando; l'altro da un vecchio che sta sorseggiando qualcosa da una specie di calice.

Mi si avvicina un ragazzo. I suoi occhi scuri, praticamente neri, in tono con il colore dei suoi capelli, mi scrutano da cima a fondo. Questo tipo mi mette i brividi, ma il grembiule che indossa mi fa intuire che sia uno dei camerieri del locale.

<<Buongiorno, scelga pure il suo tavolo.>>

Scegliere? Ma se sono praticamente uguali i due tavoli liberi?

<<Boh, a me non cambia nulla, faccia pure lei.>>

Il ragazzo comincia a guardarmi dritto negli occhi, poi improvvisamente smette, puntando il suo sguardo alla mia sinistra.

<<Allora sei uno di quelli che il destino se lo fa scegliere dagli altri. Prego, questo è il tuo tavolo.>>

Mi indica il posto e si incammina dietro il bancone, lasciandomi pietrificato. Stavo cercando qualcosa di interessante, e mi sono trovato in un locale gestito da un pazzo.

Poggio il portatile sul tavolo, mi siedo dando le spalle all'entrata e prendo il menù posizionato al centro. Questo pezzo di carta plastificato è parecchio pulito, non appiccicoso come quello di quell'altro bar, "Spumante" se ricordo bene il nome.

C'è un'ampia scelta! Praticamente è disponibile ogni pezzo immaginabile di tavola calda, più dolci vari. Sono veramente tentato di provare tutto, ma credo che per questa volta opterò per una di quelle granite che l'insegna vanta così tanto. In caso dovesse sorprendermi, tornerò sicuramente qui, anche perché c'è un clima sereno, senza però considerare quel maledetto bambino così rumoroso.

Not yourselfWhere stories live. Discover now