Capitolo 1

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Era sabato pomeriggio. No, va bene, era sabato sera ed ero sola sul divano.

Okay, non sola, ero con Posey, il mio cane. Cioè, non mio. Posey è un essere vivente, non appartiene a nessuno. Avrei detto piuttosto che noi due convivevamo e che convivevamo dal giorno in cui l'avevo incontrato per strada e mi ero fermata ad accarezzarlo.

Lui doveva aver capito che chissà quale offerta gli stessi proponendo, perché aveva iniziato a seguirmi fino alla macchina. Quando mi ero fermata a cercare le chiavi nella borsa, lui si era seduto e mi aveva guardato con la testa di sbieco e un'espressione incuriosita sul volto.

Non mi ci era voluto molto per convincermi che avesse bisogno di ospitalità e che io fossi la persona giusta per dargliela.

Dopo una serie di accertamenti veterinari su questo cucciolo di appena quattro chili e mezzo, l'avevo portato a casa mia e da quel giorno di undici mesi fa non ci eravamo più allontanati. Ci eravamo scelti.

«Posey, fammi un po' di spazio», dissi, cercando una posizione comoda.

No, non avevo un divano estremamente piccolo. Diciamo solo che Posey era cresciuto molto negli ultimi mesi. E per molto intendo almeno di trenta chili. E la storia non era ancora finita.

Ad ogni modo, era sabato sera, io e Posey eravamo stesi sul divano (o almeno lui lo era) e stavamo guardando una partita di pallavolo alla TV.

Le squadre non erano scese in campo da molto, ma i giocatori erano già abbastanza sudati da diventare un belvedere.

Cavolo se erano carini. Uno di loro era biondo e aveva degli occhi color caramello così profondi che sembravano porte aperte sulla sua anima.

Ookay, forse era il caso di smettere con la birra.

Mi allungai verso la bottiglia per prendere un ultimo sorso, ma sussultai quando Posey saltò giù dal divano, un secondo prima che bussassero alla porta.

«È inutile che ti alzi, è la pizza. Non ti piace la pizza», gli dissi, raggiungendolo mentre mi guardava inquieto spostando lo sguardo dalla porta a me.

Oliver, il fattorino - doveva essere lui, era sempre lui - bussò di nuovo prima che potessi aprire, scatenando ancora di più Posey, che iniziò a camminare in circolo su se stesso.

Alzai gli occhi al cielo e aprii la porta.

Oh Cristo.

Sul mio zerbino, con un dito ancora a mezz'aria e un sorriso smagliante, c'era un ragazzo di quasi due spanne più alto di me. Capelli castani, occhi scuri, indossava dei jeans slavati, una t-shirt bianca e aveva le spalle ampie avvolte da una giacca di pelle nera.

Era bellissimo. E no, non era Oliver.

Puntò gli occhi su di me, ritrasse la mano e, se possibile, ravvivò il sorriso.

«Ciao», mi salutò, sollevando una mano a cui era appeso un sacchetto della spesa.

Sollevai la mano a mia volta e mi maledissi nel momento stesso in cui la agitai in segno di saluto.

«Ciao», ricambiai infine a voce, decisa sul fatto che non era troppo tardi per fingere un crampo.

Posey annusò l'aria e se ne tornò sul divano frustandomi una gamba con la coda.

«Non sei Oliver», fu la mia brillantissima osservazione successiva.

Lui ridacchiò. «Direi di no», rispose. «Ma forse ho qualcosa da parte sua».

Aggrottai le sopracciglia e lui agitò il cartone della pizza che reggeva con l'altra mano.

Il fatto che non mi fossi affatto accorta che avesse con lui una pizza gigantesca rendeva l'idea di quanto fossi confusa in quel momento.

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