Ultima vez

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Quando ho accettato questo ruolo ero pronta, alla fama di cui non mi è mai importato più di tanto, all'invasione di fan ovunque andassi perché non trattata più come una persona normale, comune, esattamente come loro. Ma ero pronta ancora di più a costruire legami con le persone, non solo lavorativi ma anche umani, nonostante la consapevolezza che prima o poi sarebbe finita. Perché tutto ciò che ha un inizio prima o poi finisce, anche le cose belle, quelle che vorresti non finissero mai perché ci stai così bene lì dentro che non vorresti mai uscirne. Quelle che ti fanno sentire al sicuro, protetto pur essendo te stesso senza snaturarti. E non capita tutti i giorni di essere circondato da persone che ti accettano per quello che sei, che ci tengono, che ci sono, e te lo dimostrano, sempre. Non capita tutti i giorni di trovarsi catapultati all'interno di una famiglia già costruita nonostante tu abbia speso tanto tempo e poco allo stesso tempo con loro per il primo anno, lo stesso in cui c'è stata la prima fine.
E ora siamo all'ultima, a quella definitiva.
Qualche settimana fa ha terminato Pedro, oggi io, oggi anche tu. Sapevamo che sarebbe arrivato questo giorno, era solo questione di tempo.
Sei stato dietro alle telecamere insieme a Jesus e al resto della troupe a guardarmi mentre recitavo le mie ultime battute nei panni di Lisbona, mentre giravo la sua ultima scena, la mia ultima scena. Sei stato lì esattamente come lo sono stata io il giorno in cui hai girato la tua ultima scena con Pedro.
Jesus ha urlato "stop" e ha iniziato ad applaudire seguito dagli altri della troupe e da me. Vi siete presi gli applausi, poi hai lasciato che fossero solo per lui perché pensavi fosse giusto così, perché è stata la sua ultima scena, non la tua, per te ci sarebbe stato ancora tempo.
Ti ho visto fare un sorriso, era forzato, finto, non uno dei tuoi soliti. Era uno di quelli che fai per nasconderti perchè ti trattieni,
Hai spostato lo sguardo sul tuo compagno di avventura che ti ha aperto le braccia per accoglierti dentro e quando lo hai fatto, quando ti sei lasciato abbracciare ricambiando, ti ha scompigliato i capelli. Ti ha sussurrato qualcosa nell'orecchio e hai riso, hai riso davvero.
E ora fai la stessa cosa: metti su lo stesso sorriso falso mentre tengo in mano il mio cesto di fiori e sono circondata dagli applausi di tutti.
Mi guardi, hai gli occhi lucidi, proprio come me, forse anche di più. Occhi lucidi, un po' tristi e già malinconici, però tanto fieri di me. Me lo ripeti sempre.

E puoi piangere se vuoi, lo sai? Te lo dico sempre che puoi farlo, che va bene, che è normale, che a volte è l'unico modo per poter far uscire fuori le cose che senti troppo pesanti.

Faccio un piccolo discorso mentre lascio che alcune lacrime mi scivolino lungo le guance. Niente di molto impegnativo, e non perché non mi sia affezionata, non perché il tutto mi è indifferente, ma per il semplice fatto che non riesco, a fatica parlo. Le gambe tremano, ma mai quanto le mie mani, mai quanto il petto, mai quanto il mio cuore.
Finito di parlare ognuno torna al proprio lavoro e io ti raggiungo.
Non faccio in tempo a pronunciare il tuo nome che mi avvolgi con le braccia e mi stringi forte. Mi nascondi.
Mi nascondo.
Lascio che tu mi copra completamente e crollo, perché oggi va bene farlo, oggi posso, oggi me lo merito, me lo concedo. E me lo concedi anche tu, mentre mi baci la testa e mi culli, come si fa con i bambini.
Mi tieni.
Mi tieni mentre mi accompagni verso il mio camper, mentre ti chiudi la porta alle spalle e mentre ti siedi alla mia sedia e mi trascini su di te, proprio come ogni giorno da quando è andato via Pedro. È stato quello il giorno in cui hai realizzato per la prima volta.
Ti avevo accompagnato al camerino, hai detto di volerti cambiare.

"Ti aspetto qui fuori"

"No, vieni dentro, con me"

Mi hai teso la mano, l'ho affettara e mi hai trascinato con te.
Ti sei avvicinato alla sedia posta davanti al tavolino bianco, ti sei tolto gli occhiali che hai rigirato nervosamente tra le mani per qualche secondo senza spostare lo sguardo e poi li hai posati vicino alla custodia, vicino ai trucchi.
Ti ho chiesto "Come stai".
Hai sospirato, pesante. Non ti è stato facile rispondere, non ti è stato facile lasciar uscire fuori tutto quello che sentivi o che ti passava per la testa in quel momento e crollare. È una cosa che a te piace, non vuoi sembrare debole perché hai la convinzione che gli uomini non lo sono e vuoi tenere addosso la maschera dell'uomo forte, che non piange, che non sente.

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