Trasparenze
Crisopali di universo, sotto la mia pelle bagnata, livori di stelle franti in interstizi di magia, resi tremuli dal mio affanno per lui.
Il rubinetto gettava acqua sulle mie mani, chiara come una fontana, lasciando gocce gelate su quelle dita che continuavo a fissare, come se non mi appartenessero più, come se fossero un incavo di Saiph.
Zeno aveva frantumato la sua passione nel mio corpo, quella sontuosa notte, incensando parte di sé stesso e della sua galassia in me.
O forse era stata solo una proiezione mentale, la presenza stessa di Emar nei miei pensieri onirici, come se l'atto di riflettere su di lui durante il giorno lo avesse trascinato nel mio sonno.
Non potevo saperlo, eppure mi guardavo le mani in modo diverso ora, mentre pulivo il ramo di un Calicanto d'Inverno per un matrimonio, cercando insistentemente tracce visibili di qualcosa non di questo mondo.
Superluminale, ero stata chiamata, una parola così tecnica, precisa.
Una quotidianità spaccata a metà tra la terra e il cielo, come i remi di una chiatta itinerante in un estuario di coste cosmiche confinanti a quelle terrestri.
«Il Chimonanthus praecox è una scelta che non condivido.» sentii alle mie spalle, insieme a dei passi che si fermarono vicini a me, leggiadri e al contempo in grado di frangere la pavimentazione di ogni stanza e sala della Bottega, come se fosse piastrellata di Cristallo di Rocca.
Girai la manopola, scrollando il fiore invernale nel lavello di acciaio, facendolo sgocciolare come la mia chiglia sollevata da una piena di emozione per il suo ritorno e quasi capovolta, dopodiché mi voltai.
Mareggiate scure e risacche nei suoi capelli, lune nere nei suoi occhi implosi di buio; il ragazzo mi guardava il viso come se avesse voluto spegnerlo con sé in una incendiaria catastrofe senza superstiti.
«Elias...»
Spostò lo sguardo al Calicanto che era scivolato dalla mia presa al suo nome, per finire sul ripiano ligneo come un'esplosione di giallo, il suo profumo liberato tra noi, respirato, umido e delicato, nella stessa aria.
Lo riportò a me, la fronte chiara come lavorata da un marmista, le sue ciocche come boccali di ellebori neri ricadenti, le sopracciglia marcate in linee impervie.
«Non è quella giusta per due sposi.» rincarò flebilmente, arricciando le labbra.
La sua critica mi avrebbe fatta dubitare, se solo la scelta di quel classico fiore per le nozze nella stagione del freddo di una nostra cliente fosse stata mia; invece, non lo era, ma dubitai comunque.
«Secondo la Berti, lo è.» lo informai, continuando a risucchiare voluttuosa oscurità dai suoi occhi, rialzati nei miei, e a farmi a mia volta risucchiare, in un effluvio che accelerava pian piano i miei battiti, tonfi sordi nel petto.
«Lo ha deciso lei?»
«Sì, su suggerimento tra colleghi, anche se Emma aveva nominato la Strelitzia o l'Orchidea, mentre io... niente.»
Lo sguardo di Elias si snebbiò alla mia ammissione, forse intuendo che non andavo fiera di non essere stata di aiuto per quel lavoro.
Si tolse la giacca, facendomi realizzare solo in quel momento che doveva essere appena arrivato dal viaggio di Monte Isola, e che era venuto a cercarmi prima di svestirsi e mettersi a suo agio.
Rimase in una maglia dal color oceanico, che ricordava il riflesso cobalto sui suoi capelli, e si abbinava all'inondazione che poteva far sentire, silenziosamente, quando voleva.
«Anche io avrei fatto come te.» riprese, e lo stupore per una simile affermazione da parte di uno dei ragazzi migliori della Bottega fu tale che credetti di aver sentito male.
«Come me?»
«Sì, sarei stato zitto.»
Mi passò un panno morbido che aveva vicino, affinché mi potessi asciugare le mani, nonostante non ci avessi più pensato da quando lui era entrato nella stanza, dopodiché si girò di schiena, lasciando la giacca dove capitava dietro di noi, senza alcuna fretta di andare ad appenderla come era abituato a fare.
«Davvero non le avresti consigliato nulla?» domandai, mentre fresche e sempre nuove sensazioni affioravano come da una sorgente carsica, in attesa di fluire a forza completa.
Elias annuì con un'espressione immutata, incrociando le braccia al petto, il cotone delle maniche blu sulla sua muscolatura teso in piacevoli archi.
«Non avrebbe mai avallato la mia idea perché sarebbe stata distante da quelle che si aspettava da me, quasi... oltraggiosa per una cerimonia così tradizionale e beneaugurante.» si spiegò.
«E io che ti facevo uno da Peonie, in quel contesto.» sorrisi di lui, l'unico modo che avevo per distendermi, e cercare di rallentare i battiti, che sentivo ancora veloci, troppo, troppo veloci.
La sua posa si riaprì tutto a un tratto, come se qualcosa di quello che avevo affermato o che aveva dentro lo avesse costretto a farlo; nelle sue iridi, il bollore scuro di un calderone stregato.
Si mosse in avanti, chiudendomi in un angolo tra il ripiano dove erano posti in fila alcuni vasi dadi di vetro, e il lavello, e il suo scatto imprudente fece rovesciare l'ultimo di questi, il più esposto a lui.
«Ester...»
I rami di Calicanto recisi si sparpagliarono, liberando un profumo soave, di umidità e dolcezza, mentre io abbassavo lo sguardo sull'acqua riversata sulla sua maglia, all'altezza del bassoventre, su parte dei suoi pantaloni, e sulla curva di uno dei miei fianchi.
Era un disastro trasparente, che si rifletteva nelle emozioni che gli vedevo fluire dietro la retina, allargandosi in un'occhiata tanto inconsistente quanto impetuosa, che aveva la forza di scavare.
«Le Peonie sono volgarmente conosciute come "le rose senza spine", e come può l'unione tra uomo e donna essere tale? Come può... l'amore essere tale?» disse, contraendo la mascella, e piegandosi un pochino su di me, mentre io consumavo fiato a muovermi a grandi bracciate nell'alta marea nera che era lui.
«In una cerimonia nuziale, si augura con quei fiori che non vi siano.» mi giustificai, le labbra che tremavano per il pompare ritmico del cuore, per il freddo della stoffa zuppa, per il gocciolio che dal ripiano alla nostra destra sembrava sangue chiaro colato tra noi.
«L'amore... ha il veleno e il dolore dello stramonio.» continuò, la lucidità negli occhi sempre più evidente, come se l'acqua che aveva accidentalmente versato si fosse nascosta goccia a goccia dentro di lui. «E la resistenza infima del frangipani, di quella pianta i cui fiori sbocciano anche dopo la sua recisione.»
Le dita del ragazzo corsero al mio fianco fradicio, e io avvertii uncini lucenti accarezzarmi il petto con la loro punta acuminata a risentire le sue parole, così definitive, nella mia mente. Erano una litania nei miei pensieri, non riuscivo a sottrarmi.
«Perciò sarebbe stata questa la tua idea per il bouquet di quel matrimonio? Nessun Calicanto come simbolo di affettuosa protezione, ma... Stramonio e Plumeria?»
Pronunciai a fior di labbra i nomi delle piante che Elias avrebbe taciuto per quel lavoro chiesto dalla Berti, ma che segretamente era convinto si adattassero al meglio a uno sposalizio.
Il suo tocco sulla mia maglia si fece sentire di più, tirò leggermente il tessuto a sé, richiudendo le dita a pugno intorno a esso, e spremendo via con lentezza l'acqua, mi guardò fissa.
«Non si può proteggere nessuno dalla vita, Ester.» rispose, facendomi cenno con la mano libera di passargli di nuovo il panno che mi aveva dato. «Per questo, il Calicanto non era la scelta giusta.»
Glielo consegnai, e l'aria si gonfiò nei miei polmoni, per poi essere rilasciata con un delizioso sospiro, quando il ragazzo lo avvicinò alla parte bagnata sul mio fianco, e lo strofinò su e giù.
Mi lasciai asciugare la stoffa da lui, mentre il mio palmo si portò sulla sua ancora gocciolante, poco sopra la linea dei pantaloni, che aderiva alla sua pelle, e cercò di fare lo stesso, inumidendosi di liquido profumato, infiltrato del suo aroma maschile.
La sua superficie di pietra già venata, in quel punto pareva sgretolarsi al mio gentile tocco, lasciando il posto a trasparenze riflettenti come acqua, che abbagliavano, lasciando intravedere un abisso profondo in lui.
Staccò lo sguardo per controllare l'area di tessuto che aveva provato a ripulire, poi lo riportò un istante sul mio viso ora maledettamente accaldato, prima di sollevarmi il lembo di maglia, centimetro dopo centimetro.
Ritirai la mia mano da lui per metterla sulla sua, bloccandola lì dove era, a mostrare la nudità del mio fianco, i battiti come una rincorsa di un destriero che fuggiva nella foresta senza mai voltarsi indietro.
Lui non vacillò alla mia riluttanza, avvicinò di nuovo il panno a me, questa volta posandolo direttamente sulla mia pelle nuda, e solo allora capii che stava cercando di asciugarmi dall'acqua che aveva bruscamente versato.
Compresi pure un'altra cosa.
Per me, lui non era una semplice pietra, un ragazzo che si rinchiudeva in sé stesso, senza far annegare nessuno nel suo abisso interiore, come avevo creduto fino a quel momento.
Elias era... una pietra focaia.
Buonasera! E' finalmente tornato anche Elias a Firenze, alcuni di voi gioiranno, altri forse no (ma il mio sogno è far gioire pure voi, lo stesso ❤), a ogni modo ormai sapete che lui è un personaggio che non resterà indietro.
L'atmosfera tra lui ed Ester, dopo i loro momenti a Monte Isola, nel loro ambiente quotidiano sembra essere inevitabilmente diversa, ma Elias non è facile da conoscere, e ha una visione dell'amore decisamente in linea con il suo modo di essere. La canzone che mi ha dato ispirazione è "RY X - Deliverance", vi consiglio di ascoltarla durante o dopo la lettura.
Vi è piaciuto il costante accostamento ai fiori nel loro discorso? Fatemi sapere nei commenti quali impressioni avete avuto su questa parte, se vi va lasciatemi un voto. E preparatevi a nuovi scossoni di trama forse già dalla prossima. A presto!