Prologo - Giusy

24 1 0
                                        

E ricorda é dal dolore che si può ricominciare

E lo vedeva sempre, il ragazzo con la giacca di pelle e il pacchetto di sigarette in tasca, gli occhiali sempre indosso, l'aria un po' persa mentre beveva il suo bicchiere di succo di pomodoro. Se ne stava seduto al bancone, da solo, ci metteva tanto a bere il succo, si guardava in giro e teneva il tempo delle canzoni passate alla radio tamburellando sul ripiano di legno. L'aveva notato per due motivi, e no, non per la sua bellezza schietta, anche se quello l'aveva indotta a pensare che sí, forse era la sua bellezza mediterranea ad averla incuriosita, lei, la ragazza che veniva dal freddo. Ma se toglieva il bel viso, i bei capelli, vedeva il dolore inciso nei movimenti misurati, nel silenzio, nella delicatezza dei suoi gesti. E che ti succede, pensava lei. Aspetti qualcuno che non tornerà piú? Sei scampato all'inferno e stai lottando per la tua vita? Chi sei tu, con gli occhi devastati e le mani tremanti non appena accendi una sigaretta? Chi ti ha strappato la felicità?

Lei lo guardava di sottecchi, seduta in un angolo, la chitarra imbracciata e il trucco sfatto, lei, che era nata nel ghiaccio e che si scioglieva in quella Roma sconosciuta. Ogni sera, lui era lí, come d'altronde lei, ammucchiati come stracci vecchi al Marlena, il pub a San Basilio dove si riunivano i rockettari, gli alternativi. E lui chi era? Punk della vecchia guardia, metallaro incallito, emo senza trucco? O solo un povero disperato che era finito tra gli alternativi perchè era lí che si scappava dai propri guai?

Anche lei era abituata a correre, a inciampare nei suoi stessi piedi per scappare dai demoni. Riconosceva le persone tormentate, e il ragazzo del succo di pomodoro lo era, mentre si puliva le lenti degli occhiali, mentre metteva sul bancone qualche spicciolo e si alzava strisciando i piedi, per scomparire dietro le porte del pub quando arrivavano le undici di sera. Lei seguiva ogni suo movimento. Una volta lui l'aveva guardata e lei aveva amichevolmente alzato le corna, nel saluto tipico dei metallari. Lui aveva scosso la testa ma aveva ricambiato. Alla radio passavano gli Slayer, ma lei strimpellava una canzonetta senza pretese e lui teneva un altro ritmo lento. Successe anche la volta dopo che lui la guardasse e ripetessero gli stessi gesti. Quella volta però alla radio passavano gli Slipknot. Alla terza sera, terza occhiata, lei si alzò e lo raggiunse al bancone, lasciando la chitarra sul divanetto, trucco sfatto e borchie. In silenzio, si sedette accanto a lui e la barista le serví il solito caffé americano. Non sapeva esattamente perché fosse andata dal ragazzo triste, ma sapeva che non se ne sarebbe pentita quando lui le sorrise appena. Aveva un sorriso spento, ma lei pensò che fosse stupendo lo stesso - c'era una bellezza intrinseca nella devastazione, nel dolore, nella sopravvivenza e lei amava il bello nato dal dramma di vite spezzate. Gli occhi, cosí scuri, cosí profondi, nascondevano lacrime mai piante, melodie mai cantate, fiori di neve che non riuscivano a sciogliersi. E lui era bellissimo, e lei ancora di piú.

Rimasero qualche minuto in silenzio prima che lei dicesse, alludendo alla canzone in radio

-Grande pezzo, eh?

C'erano i Children Of Bodom in onda, ma lei capí subito che a lui non dovessero piacere granché.

-Beh, é musicalmente solido. Ma non é molto il mio genere, credo.

Lui le rivolse un sorriso di scuse, e lei pensò che avesse una voce dolcissima eppure tremendamente fiacca.

-Capisco.- lei si chiese cosa ci facesse uno a cui non piaceva il metal in un pub dove la maggior parte del tempo veniva pompata roba metal - Stai bene?

Lui si passò una mano tra i capelli e si morse il labbro inferiore.

-Non lo so piú. Pensavo di sí. Poi é arrivato settembre e niente, evidentemente mi sbagliavo.

Cercò di sorridere a fatica e lei annuí, abbassando il capo e lasciando ciocche di capelli caderle sul viso truccato.

-Tu stai bene?

Lei lo guardò

-Ma sí, perché no? Siamo tutti appesi a questa vita per il collo, in qualche modo dobbiamo trovare un modo di superare la melma, trovi?
Il ragazzo bevve un sorso di succo di pomodoro e annuí, posando lentamente il bicchiere sul bancone. Lei guardò le sue mani inanellate, e i suoi occhi grandi nascosti dagli occhiali.
-Sono d'accordo.- disse lui - Ma sai, a volte la melma é davvero troppo pesante.
-Cosa é successo?
Lei si trattenne dal prendergli la mano. Non lo conosceva ma il dolore li rendeva fratelli.
-Brutte storie.- lui sorrise appena - Magari un giorno te ne parlerò. Ma stasera no, per favore. É un dolore fresco.
-Non ti voglio forzare. Il mio dolore forse é un po' piú stagionato, ma posso assicurarti che é sempre lí.- lei si strinse nelle spalle, i capelli legati in uno chignon disordinato, la maglia scollacciata che non lasciava nulla all'immaginazione. Voleva flirtare? No. Voleva solo parlare. Se poi sarebbe finita nel letto di quel ragazzo, beh, sarebbe stata una piega quasi naturale. Un sacco di uomini avevano pianto sul suo seno. Un sacco di uomini si erano sfogati sul suo corpo. Chissà se anche quel ragazzo si sarebbe aggrappato a lei.
Lei gli porse la mano e lui la strinse
-Io sono Yulia, piacere.
-Yulia? Non Giulia?
Lei rise brevemente e scosse la testa, spiegando che in Russia, dove era nata lei, usava il nome Yulia.
Lo vide chinare appena il capo, passandosi una mano tra i capelli
-La Russia... Quanti ricordi ...
-Ci sei stato?- gli occhi di lei brillarono di aspettativa.
-No no, io no.- scosse la testa - Solo che una persona a cui volevo molto bene era molto "fissata". Dovevamo andare a San Pietroburgo insieme.
-E poi che é successo?- sussurrò lei.
-La vita si é messa in mezzo.- lui si strinse nelle spalle - Sai, a volte le persone litigano.
-Oh.- lei annuí - Era la tua ragazza? Vi siete lasciati?- poi, rendendosi conto di poter sembrare inopportuna, si affrettò a scusarsi.
-Non scusarti, è giusto essere curiosi. Comunque no, non era la mia ragazza. Era solo un caro amico.
Lei gli posò la mano sul braccio, e lui le sorrise, grato. Lei non era stata abbastanza fortunata da avere amici, ma era stata contesa da molti uomini nella sua adolescenza. Non sapeva se il loro effimero amore e i loro corpi l'avessero mai davvero riempita.
-Credo che andrò a casa.- disse lui - Domani ci sarai di nuovo?
-Qui al Marlena? Sí, certo.- lei sorrise e gli fece il simbolo delle corna. Lui ricambiò, un po'impacciato, come tutti i non metallari a fare un gesto del genere. Lei lo guardò alzarsi e avviarsi verso la porta, capo chino, cappuccio tirato su. Poco prima di uscire si voltò verso di lei e la salutò con la mano
-Comunque, io sono Niccolò.
-Buonanotte allora, Niccolò.
Lui uscí e lei sospirò, mescolando col dito il caffé ormai freddo.

Ti Dedico Il Silenzio Tanto Non Comprendi Le Parole |ultimo|Des histoires addictives. Découvrez maintenant