Sopra il cosa siamo

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Nel buio della mia camera, lontano da tutto e da tutti, mi ritrovo perso nei miei pensieri sul futuro, sulla vita, e sul ciò che siamo tutti.

Questi sono pensieri che ci tenevo a fermare sulla carta (o almeno, su qualcosa di simile a essa), poiché ritengo che, seppure io non mi fregi del titolo di filosofo e non voglia pretendere di esserlo, sono degni di essere letti e apprezzati da qualcun altro al di fuori di me.

Dicevo, quindi, che mi soffermavo su pensieri di vario genere, e finisco cadendo sul quesito esistenziale: cosa sia la vita, e cosa siamo tutti, e cosa è la coscienza, ovverosia ciò che ci rende tanto umani.

Per incominciare, sono partito da un'analisi anatomica del nostro essere. Alle scuole capiamo tutti una cosa, che se avessimo una lente d'ingrandimento così potente da permetterci di osservare fino ai micrometri e ai nanometri, e la puntassimo sulla nostra mano, capiremmo che la nostra mano, apparentemente una struttura compatta, è in realtà composta da minuscole cellule, costituite a loro volta da  molecole, la cui unità fondamentale è l'atomo. Una cosa morta. La vita è costituita di morte. Atomicamente parlando, non siamo diversi da un sasso o da un albero. Dunque, per capire meglio cosa siamo, bisogna ridurre lo zoom col quale stiamo osservando la nostra mano, e fermarci alla cellula, il primo vero nucleo "vivo" del nostro organismo. Una cellula possiede un'enorme qualità rispetto a tutti gli altri agglomerati di molecole: ha il DNA, il nostro codice genetico, uguale in ogni altra singola cellula del nostro organismo. Esso, in breve, fornisce istruzioni per far produrre al nostro corpo delle proteine, che assumono il compito di collegare ogni parte del nostro essere; e così, la cellula della nostra mano è in contatto con la cellula del cuore. 

Eppure, se potessimo usare la nostra lente sul cuore, ci accorgeremmo che è fatto di cellule molto diverse da quella della mano, con molte altre funzioni e doveri. L'impalcatura di base è la stessa, ma si struttura in modo differente, perché deve soddisfare altri bisogni. Il fatto che debba essere così lo comanda il DNA. Il DNA è il gestore di tutte le nostre attività molecolari. E sa quali cellule devono fare cosa. Dunque noi siamo una perfetta macchina, il cui ingegnere risiede in noi stessi. E tuttavia, il comandante del piano più grande, il generale che regola il movimento e il pensiero -e che quindi mi detta di scrivere proprio in questo momento- sappiamo che è il SNC (Sistema Nervoso Centrale). Qua governano il cervello, il cervelletto, e il midollo spinale. Possiamo semplificare il tutto dicendo che il cervello è il vero maestro di questo Sistema; è una semplificazione approssimativa, ma che permette di rendere il discorso molto più fruibile. Come ho accennato, il cervello (che è composto di neuroni) è il padrone dell'organismo: è ciò che ci fa respirare, digerire, muoverci e, anche, pensare. L'atto del pensare pare solo proprio dell'umano, ma sarebbe errato considerarlo una prerogativa esclusivamente nostra. Un gatto, quando deve scalare una parete, crea all'interno della propria mente vari percorsi, e valuta quale sia il migliore: pensare è anche questo. Ma, tornando al nostro discorso, il pensare non implica la coscienza (nostra cara amica), poiché un gatto non si chiede il perché dovrebbe scalare, lo fa e basta. Noi umani abbiamo la peculiarità, che non ci soddisfiamo di sopravvivere, ma di chiederci anche il perché. E la colpa è proprio del cervello, che, sviluppandosi nel corso di millenni, accrescendo la propria intelligenza, è cresciuto eccessivamente per soddisfare il bisogno istintivo di sopravvivere, iniziandosi anche a chiedere i motivi di una tale futilità. 

Inizialmente pensava che non potesse essere altrimenti, che questo era un mondo troppo bello per non essere vissuto,  fatto com'era proprio a sua misura. Subito dopo ha capito che tutto ciò era una menzogna, che non era vero che un Signore là sopra di lui governava l'esistente, ed è caduto in depressione, in uno stato di perduto nichilismo. Alla fine, è arrivato alla conclusione che la vita vale la pena di essere vissuta, che è bella e va presa per ciò che é. Un'opportunità. Ma tornando a noi.

Perché sopravvivere? Mi spiego meglio: ogni essere vivente, su questo pianeta, ha il bisogno di preservarsi e di riprodursi, al fine di continuare l'esistenza della propria specie; non c'è motivo, lo fa e basta. E non se lo chiede, l'unico è stato l'uomo. Ricollegandoci al discorso precedente, può darsi che questa esigenza sia data da un particolare segmento di DNA del primogenitore di ogni essere vivente. Questo si è conservato proprio perché aveva questa propulsione, e chi mancava dell'istinto di sopravvivere, non è arrivato ai giorni nostri. E lo accettiamo. Ma perché la vita si è sviluppata in queste forme, così vaghe, in cicli vitali destinati a ripetersi in continuazione? Semplice caso? 

No: è il risultato dei sensi, sviluppati da quasi ogni organismo. I sensi mettono a contatto l'essere vivente con la realtà esterna a esso. Senza di essi, nessuna cellula progenitrice avrebbe potuto sperare di sopravvivere nelle condizioni apocalittiche della Terra di 4miliardi di anni fa. Dunque, vuole sopravvivere perché ne sente il bisogno, e si accorge che per sopravvivere e mantenere attive le proprie funzioni vitali necessita di energia: trova il mondo di sintetizzarla, e si sviluppa. Ci riesce perché ha i sensi, e più si accresce e si moltiplica, più sensi guadagna. Passano i miliardi di anni, e uno dei suoi discendenti, un mammifero, l'homo sapiens, sviluppa il senso finale: il senso del senso. Capisce di percepire, ne è consapevole. Questa è la coscienza. Ma quale organo è preposto a percepire il senso? In fondo, ci sono gli occhi per la vista, gli orecchi per l'udito, la lingua per il sapore... ma non esiste un organo per la coscienza. Il cervello non può essere considerato tale, poiché ogni parte del cervello è adibita a una determinata funzione, e queste consistono nello smistaggio delle informazioni, nella differenziazione di questo o di quello, nel controllo delle attività respiratorie... dunque l'insieme, diviso di per sè, non può essere adibito a un qualcosa di così complicato. La situazione diventa ancora più critica, quando veniamo a sapere che le nostre emozioni, i nostri pensieri, le nostre reazioni, sono dettate da composti chimici rilasciati nel sangue, che di per sè sono Morti. Noi dipendiamo dalle interazioni di componenti morte, che da sole non possono nulla, ma nell'insieme forniscono al corpo delle sensazioni false e meschine, che sono il semplice risultato di millenni di evoluzione votati alla sopravvivenza.

Siamo coscienti perché dobbiamo sopravvivere. La nostra coscienza di per sè non è nulla. E' una banale illusione. Un banale modo di sopravvivere. Ci illude di essere completamente liberi e indipendenti, ma finiamo con l'agire nel migliore dei modi possibili per garantire la nostra sopravvivenza. Quando decidiamo di mangiare un gelato, lo facciamo perché il senso dei sensi, ovverosia la coscienza, capisce che facendolo ha maggiori probabilità di sopravvivere. 

Viviamo per sopravvivere, la verità è questa. È verità anche che un giorno moriremo, però. Ma cos'è il morire, veramente? Prima ci siamo detti che il corpo è fondamentalmente un insieme di parti morte. Lo sappiamo perché abbiamo la coscienza, che pareva essere una prova della nostra superiorità rispetto ai sassi: ma abbiamo capito, da questo monologo, come in realtà la nostra coscienza non sia altro che il tentativo di una cosa morta di rimanere in uno stato di vita apparente. Agiamo perché dobbiamo, non perché vogliamo. Non siamo differenti da un sasso.

Eppure, siamo vivi. Non possiamo negarlo. Siamo vivi, il mio cuore batte, le mie mani scrivono, la mia mente pensa. E questo mi basta. Tutto ciò che ho detto può essere falso come vero: ma finché potrò agire, non avrò motivo di non farlo. Se nel mondo nulla di ciò che faccio ha un vero senso, poiché senso non ha la mia esistenza, che di fatto non è differente da quella di un sasso, allora tanto vale fare di tutto, almeno per stare bene, o darmi l'illusione di stare bene.

Ma cosa è lo stare bene? E cosa è la nostra volontà?



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