Mastro Ciliegia

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Beh, se vuoi sentire tutta la storia vai al bancone e prendimi un bottiglia. Anzi, prendine due, una anche per te, sì, fanno due bottiglie, che cazzo. E non con i bicchierini piccoli, ma quelli che si usano per l'acqua. Tanto per cominciare. Qui funziona così. E se non ti sta bene, puoi prendere la tua matita e il tuo taccuino e tornare in città. Te lo dico, qui mi guardano già male, ma non me ne frega un cazzo, perché dopo gli ottanta fai quello che vuoi. Nessuno può farti niente, nemmeno quella figlia di puttana della morte. Che cosa altro aspetta, a venire a prendermi? Lo sai come passo le giornate? Al cimitero, a salutare mia moglie e gli amici, quelli rimasti. E le sere? Qui al bar, a bere. Con la pensione ci scappa una minestra e una bevuta tutti i giorni. E non mi serve altro. Ma se un tizio è disposto a pagarmi una bottiglia, beh, non è che la rifiuto. Vai, vai che io ti aspetto qui. Dio vi stramaledica tutti, scribacchini fottuti. Almeno lo sai dove sei? Guardati, non dimostri trent'anni. T'hanno spedito qui, nel buco del culo del Paese, per farti fare le ossa, l'ho capito subito. E ti ritrovi una bella storia sordida tra le mani. Avrebbero dovuto insegnarti che non si rimesta nel fango. Sempre a caccia di storie, voi. Arrivate, spolpate quello che c'è da spolpare, e lasciate macerie e risentimento. Ma, come ti ho detto, a me non me ne frega un cazzo di quello che succederà, se e quando qualcuno ti consentirà di pubblicare questa storia. Però cerca di essere onesto, quando la scriverai. Onesto... a conoscerli, di onesti. Guarda! Vedi questa cicatrice? Facemmo un patto. Chi fosse riuscito a scappare da qua e avesse fatto fortuna, sarebbe ritornato ad aiutare gli amici. Questo giurammo, col sangue. Eravamo cinque. Tutti uomini. Le donne, tanto sarebbero scappate tutte, sposandosi. Lo sapevano, faceva parte del gioco, qui. Tre di noi ce l'hanno fatta. Ma solo a scappare. La fortuna non l'hanno trovata, dove sono andati. E tutti e tre sono tornati. Se vai al camposanto, li trovi tutti lì. Sotto un metro di terra. Avevamo un lotto tutto nostro. Macabro, eh? Ma quando vivi in un posto come questo, la prima cosa a cui devi pensare è la morte, perché puoi scommetterci il culo che nessuno pagherà il tuo funerale e la sepoltura. Dài qui, me la verso da solo. E serviti!... Buona, eh? Non fare quella faccia, per Dio! Sembra che hai bevuto Coca Cola per tutta la vita. Rammolliti. E non credere che la pelle dura, o il fegato e i reni cotti, ci rendano animali. Possiamo bere grappa fino a farci scoppiare il fegato e il cuore, ma nessuno può insegnarci il rispetto e l'amore. E quando non hai soldi, il rispetto e l'amore sono le uniche cose che ti restano. No, la dignità no. Quella ce la siamo giocata ogni giorno, regalando il nostro lavoro. E lui lavorava bene. Un artigiano coi fiocchi, di quelli che non ne nascono più. Magari poi ti racconto la storia del crocefisso attribuito a Michelangelo. Mai una lira però. Rinchiusi qui una vita. Mai andati da nessuna parte. Lui peggio di me. Che io una famiglia, una moglie e due figli, a farmi compagnia, sino a quando lei è morta e i figli partiti, l'ho avuta. Figurati se rimanevano, non l'hanno mai voluto imparare il mestiere. Nemmeno da piccoli. Nemmeno la curiosità di vedere che faceva il padre. Alla bottega non venivano mai. E la madre che li assecondava. Non voleva mica che facessero la mia vita. Hai capito? Stacci attento, che se anche ti sposano, non è detto che apprezzino quello che fai. Per i loro figli vogliono di più. Mica importa che tu li hai fatti campare spezzandoti la schiena tutti i giorni. Bevi ancora, che non ti fa male. Tanto poi resti a dormire qui. Ehi, oste, ce l'hai una stanza per il ragazzo, vero? Ecco, vedi. Tanto ci vorrà tempo. Con questo freddo, bisogna rimanere al chiuso quando si può. Perché in città voi non siete abituati, ma qui quando la temperatura scende, a stare fuori bisogna essere matti davvero. Ti senti il gelo che entra nella schiena, le mani pietrificate, i piedi dolenti. La neve scrocchia come i passi della morte. Un rumore che fa spavento, soprattutto con la luna. Era bravo, lui, con le mani. Poteva fare l'artista, ma fece l'artigiano, il carpentiere, il falegname, via. Diceva che l'opera d'arte più bella non vale niente se non c'è nessuno a comprarla, mentre su un tavolo ci puoi sempre mangiare e su un letto ci puoi sempre dormire. E come la chiudi una finestra, che non entri la luce, e le porte per tenere fuori i fannulloni e i ladri? Quelli chi te li compra lo trovi. Anche un comodino è più utile di un crocefisso. A meno che non sei un prete. E qui i preti non hanno vita facile. L'ultimo ha chiuso e trasferito la chiesa in città, a trenta chilometri, e anche lì il sagrestano la domenica fatica a mettere insieme venti persone. Magari domani vacci alla chiesa. Ora c'è una casa del popolo. No, il partito non c'è più. Ma c'è rimasto lo spirito. Quando non vai all'osteria, vai lì. Soprattutto le donne, quando hanno finito in casa. Ragazzi non ce n'è più molti. Anche la scuola è in città. Prima erano classi riunite, ma oggi non ci sono bambini manco per quelle. Ehh, bambini. Erano la cosa più bella del paese. Sempre allegri, con le ginocchia sbucciate e i calzoni strappati. Ma ti faceva cuore vederli correre per arrivare per primi e prendere la prima fila allo spettacolo dei burattini. La inaugurava qua la stagione, e poi partiva per i paesi vicini, col suo carro che faceva anche da teatro. Ma il primo spettacolo era per noi. I primi tempi marinavano la scuola per andarci. Poi la scuola si adeguò, e quando c'era il primo spettacolo restava chiusa, come il giorno di Natale.
In tutta la mia vita, non mi ricordo un anno, un mese, che dico, un giorno che non ci fosse la crisi. Qua soldi non ce n'erano per nessuno. Ci aiutavamo tra noi. A dividere una minestra e una bottiglia di vino, o un pezzo di pane fatto in casa. Quando c'era il partito, il sindaco ci aiutava. Passavano la farina, un po' di latte, soprattutto a chi aveva figli. Ma dovevi rimboccarti le maniche e faticare. Giorni interi, e poi se ti pagavano, ti davano la metà di quello che chiedevi. D'altronde, se sai a malapena leggere e scrivere, chi vuoi che ti consideri? Per questo ci tenevamo tanto che i nostri figli studiassero, volevamo offrirgli una vita diversa, migliore. E poi, oggi che i miei figli sono andati via, chi lo sa se la vita che fanno è tanto meglio. Voi siete tutti vestiti bene, la barba fatta e le mani levigate come i pomelli di una testiera di pregio, ma alla sera quando andate a dormire, avete i nostri stessi incubi. Vai al camposanto, prima di partire. Ma allora, quando la sera tornavano a casa, e ci leggevano quello che avevano scritto in classe, ci sembrava che il mondo fosse più bello. Per chi ce l'aveva, un figlio che tornasse a casa. Vieni qui e mi chiedi se lo conoscevo. Sì, lo conoscevo. Tutti in paese lo conoscevano, ma nessuno ti racconterà niente. Tutti pensavamo di fargli del bene. E forse invece è tutta colpa nostra. Ma io ho il coraggio di ammetterlo. Anche se devo aiutarmi con questa grappa. Almeno, dopo il terzo bicchiere, sei sicuro che ti sto raccontando la verità. Sì, ci arrivo, ci arrivo, a Geppetto. Non era matto. Ora ti dicono tutti che è matto, ma i matti son quelli che non hanno logica. Chi ha logica non è matto, non ti pare? E poi c'era la moglie. Donne belle qui non ce n'è mai state. Bellissime manco te lo dico, ma la Maria, era bella come la luna d'estate riflessa nel vino rosso. Era destino che non potesse durare. Geppetto la prese che aveva manco vent'anni, la mise incinta e la sposò. Passarono sei mesi ed erano morti, lei e il bambino. Se non hai visto Geppetto quel giorno non sai cos'è la disperazione. Non piangeva, non gridava, non parlava. Sudava, soltanto. C'erano dieci gradi sotto lo zero e lui sudava come se avesse la febbre a quaranta. Nessuno che ci avesse il coraggio. Allora io me lo porto all'osteria e gli offro il vino e lui beve. Lui ci aveva quasi quarant'anni e non aveva mai avuto una donna prima della Maria, tranne quelle del casino di città, quando vendeva una madia o un armadio. Il padre della Maria lo voleva accoppare quando seppe dell'affare, ma era troppo innamorato della figlia, la madre era morta, e gli rimaneva solo lei. E si fece convincere. Poi quando è morta, dopo tre mesi gli è andato appresso. Le vedi queste mani? In meno di un anno hanno fatto le bare della Maria, del bambino nato morto e del nonno materno del bambino. Io ci ho sempre avuto il legno più bello. Chiedilo a chi vuoi. Per questo vengono da me per le bare, perché le vogliono pregiate. Chi non ha niente in vita, vuole una bella casa, da morto. Che dicevo? Ah, sì, la disperazione di Geppetto. Il lutto più lungo della storia. Dieci anni sempre vestito di nero. Dieci anni da solo. Le ragazze al casino ci chiedevano di lui. E noi alzavamo le spalle. Che potevamo dire? Quelle non capivano mica. E noi non sapevamo spiegare. Lavorava poco. Tirava fuori miracoli con quelle mani, ma non aveva legno e non aveva commesse, ordini. Perché a fare un tavolo, ti faceva un capolavoro, ma coi tempi suoi, settimane, mesi, e chi aveva grana di aspettare quando aveva pagato egli serviva di arredare casa? Noi lo aiutavamo, ogni tanto gli si faceva fare qualcosa, un'anta, una sedia, ma spesso ci toccava giustificare i ritardi, oppure ci toccava farcela da soli, la sedia e l'anta. Era un modo di farlo mangiare. Prima tutti d'accordo, poi solo io. Non mi guardare così, ci arrivo, tanto lo sapete com'è andata, ma non ci credete, e allora lo venite a chiedere a me. Che avevo promesso. Ma adesso che è morto, il voto è sciolto e i vostri soldi mi fanno comodo. Come ti chiami? Carlo? Ecco Carlo, io te la racconto la storia. Stavo a bottega a modellare un treppiede esagonale, quando arriva. Si è tagliato i capelli e la barba. Ha messo una camicia colorata, verdina, ancora me la ricordo e un giaccone che puzzava di naftalina per quanto tempo doveva essere rimasto chiuso nel cassetto. Entra come se fosse un giorno qualunque, come se non fossero passati quei dieci anni, come se nulla fosse. Mi saluta e si guarda intorno. Vede un ciocco di legno. Un bel ciliegio. Morbido. Lo tenevo da parte. Era tanto bello che avevo paura di rovinarlo. Era materiale per una statua sacra, non per un comodino. Lo vede. Lo prende in mano. Lo soppesa. "Quanto vuoi? Mi fa. E io "Mica è in vendita, quello". Tira fuori un rotolo di denari, che non so dove li ha presi. Ma non glielo chiedo. Mi prendo i soldi. "E' tuo", gli dico, e va in malora, penso. Esce senza dire niente. Per tutta la primavera e l'estate nessuno l'ha visto. Stava sempre chiuso nella bottega. Qualche ragazzino diceva che c'era morto dentro, e andava ad annusare se ci fosse puzzo di carogna a uscire dalla porta. Finché prendo e ci vado io. Una sera busso. E continuo a bussare sempre più forte, finché non lo sento che grida ma sottovoce, "sssshhhhhhhhhhhh!!!!!". E mi apre la porta. Mi guarda e si porta l'indice alle labbra. Io vedo la luce soffusa che arriva dal camino, un tavolo apparecchiato per due, e una lettiga piccola, adagiata al muro e con le sbarre di lato, e una coperta rossa e un cuscino. Mentre mi fa segno ancora di tacere, di non fare rumore, si gira verso il lettino, poi verso di me e guarda sorridendo, per la prima volta dopo oltre dieci anni, come sorrideva quando stava con la Maria, e mi invita a uscire, e mentre esce con me e si chiude la porta alle spalle, "Dorme", mi dice, "dorme".

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