Lumos
James.
C'è un tempo per ogni cosa.
C'è un tempo per aprire gli occhi, per prendere in mano la propria vita e darci un taglio con il piangersi addosso. C'è un tempo per insistere e uno per lasciar correre, c'è un tempo per ridere, per sognare e per vivere con la leggerezza sulla pelle. C'è un tempo per capire e uno per fingere di non poterlo fare, c'è un tempo per arrendersi definitivamente e uno per vivere e combattere fino allo stremo.
Poi c'è un tempo per respirare. E quello, prima o poi, arriva per tutti.
Apro un occhio e sento la palpebra più pesante di un macigno, tanto che questo gesto mi costa uno sforzo disumano e mi costringe a richiuderlo immediatamente. Ma ci riprovo, perché so che non posso restare con gli occhi chiusi e non voglio nemmeno farlo. C'è qualcosa che sembra pesare addosso a me, ma smuovendo lentamente una mano mi rendo conto che sono da solo e quel blocco monolitico che sento sopra il mio petto non è esterno. Al contrario viene direttamente da dentro, da un punto imprecisato all'altezza del cuore.
È questa consapevolezza a obbligarmi ad aprire di scatto le palpebre, facendomi capire all'istante che sì, sono vivo e sono ancora in grado di guardarmi intorno. Certo, se avessi con me gli occhiali sarebbe tutto molto più chiaro e comprensibile, ma non è che qualcosa ultimamente sembri andare per il verso giusto.
Muovo entrambe le mani a tentoni - non sia mai che un colpo di fortuna me li faccia trovare in un secondo - ma sotto di me non percepisco altro che la pietra fredda e ruvida del pavimento. È una mera constatazione che, tuttavia, mi fa emettere un rantolo che vorrebbe assomigliare maggiormente a un sospiro di sollievo, sebbene non gli si avvicini per niente.
Sono a Hogwarts.
Questa consapevolezza mi colpisce con la violenza di un pugno e all'istante un odore di antico, di chiuso e di polvere mi solletica le narici. È un pensiero che però dura appena un battito di ciglia, perché improvvisamente qualcosa di più forte - di più doloroso - sembra abbattersi sulla mia testa, premendo nella scatola cranica e costringendomi a trattenere un mugolio.
Percepisco una fitta all'altezza delle costole e mi lascio cadere di nuovo a peso morto sul pavimento, rinunciando del tutto a cercare gli occhiali e restando così, con un ammasso sfocato al posto del mondo che mi circonda e con una sensazione di sgradevole sofferenza che si fa largo dentro di me.
E poi mi ricordo che è questo il tempo per respirare, che se provo a regolarizzare il battito furioso del mio cuore che pompa nel petto forse ce la faccio per davvero a rinsavire e che, magari, questa sensazione di fastidioso smarrimento se ne andrà via velocemente come è arrivata.
Ma la calma che ho tentato di evocare è destinata ancora una volta a essere interrotta bruscamente, perché il mio orecchio premuto sulla pietra fredda percepisce all'istante un rumore di passi affrettati che rimbombano per tutto il corridoio, arrivando fino a me e obbligandomi ad aprire di nuovo le palpebre. Maledizione, non trovo nemmeno la mia bacchetta.
E poi i passi si fanno più forti, più vicini, più fragorosi, finché non diventano solo il sottofondo fastidioso di una voce che urla, piena di panico e di paura.
«Maledizione, è qui! Sirius, Lily, l'ho trovato! È qui!»
Sento le mie unghie stridere contro la pietra mentre provo a fare leva sulle mani e a tirarmi su, ma tutto si annulla nell'esatto istante in cui intuisco chiaramente che qualcuno sta correndo nella mia direzione e le grida che sento non sono solo dentro la mia testa, ma provengono anche da fuori. Poi qualcuno mi fa girare con poca grazia a pancia in su e mi infila con forza gli occhiali sul naso, toccandomi la bocca, gli zigomi, la mascella e le palpebre come per assicurarsi che io sia tutto integro.
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The Boy Who Forgot
FanfictionTra poco probabilmente il Sole sorgerà di nuovo e tu forse aprirai gli occhi, sbattendo le palpebre un sacco di volte e cercando a tentoni gli occhiali sul tuo comodino, occhiali che non troverai perché come sempre io te li avrò nascosti in un posto...
