Quella mattina il Duomo di Milano brillava in tutto il suo splendore, era di un bianco acceso, che già faceva dimenticare il suo triste colorito grigio dell'inverno. La madonnina, simbolo di Milano, luccicava, riflettendo i raggi di sole e dispensandoli in ogni angolo della città, perché lei infondo di quella città è la vera fonte di luce, nei momenti difficili i Milanesi vi si attaccano come un ubriaco si sorregge ad un lampione per non cadere nella notte.
Le nuvole, sporadiche e deboli, nulla potevano contro quel sole grande e accecante, tanto che quando gli si sovrapponevano erano loro ad avere la peggio e scomparire nell'azzurro cielo. Certo il vento aveva fatto il lavoro principale, spazzandone via una buona fetta, quello stesso vento che ora scompigliava i capelli dei ragazzi e degli uomini che, vestiti di tutto punto, passavano per la piazza, quello stesso vento che bloccava i fumatori dall'accendersi una sigaretta e quello stesso vento che faceva aprire in tutta la sua estensione la grossa bandiera tricolore al centro della piazza, che ora sventolava fiera e ben visibile, sopra ad ogni cosa.
Quelle persone, ed erano tante, che si erano illuse di poter riporre a data da destinarsi i giubbini all'interno dell'armadio, oggi avevano dovuto ricredersi, e nonostante la fine di maggio ci riporta solitamente ad un abbigliamento estivo, oggi si vedevano passeggiare soltanto uomini e donne ben protetti dalle loro giacche, che tenevano forte con la mano per impedire al vento di alzarle. Fuori dai bar i tendoni sopra ai tavolini si muovevano con forti ondulazioni, e di fatti gli avventori che sceglievano di consumare all'esterno erano davvero pochi. Il vento, nonostante il caldo, era forte, insomma, aveva riportato tutti al chiuso, come pochi mesi prima, le persone che attraversavano la piazza erano sempre meno, ed evidentemente non turisti, quelli per la maggior parte erano chiusi in qualche negozio di abbigliamento o in qualche bistrot, in attesa che il vento si placasse.
Poliziotti, militari, tramvieri, solo loro, per cause di forza maggiore, erano rimasti a presidiare la piazza, che si presentava vuota e silenziosa, era mattina, quello si, ma quella piazza, emblema di una città che non dorme mai, si presenta già piena anche ad orari non tardivi solitamente.
Ma qualcuno che lì non si era spinto per motivi di servizio o di lavoro c'era, qualche ragazzo, che nell'ipotesi in cui fosse in buona fede, si stava recando a scuola, anche se da sempre questo è luogo di simpatiche bigiate, e anche qualche rara famiglia, poche, ma c'erano, turisti stranieri per lo più. Ecco che allora, da uno di quei bar con i tendoni svolazzanti all'esterno, uscì una famiglia, una di quelle di turisti sopramenzionate, già, ma non erano turisti provenienti dal nord Europa, come la maggior parte dei visitatori di Milano, tutt'altro, sembravano anzi venire da un capo opposto di mondo. La folta barba scura del padre impediva di vederne bene il viso, che sembrava nascondere sotto di essa uno sguardo severo e consumato, era un uomo di mezz'età, sulla cinquantina, l'età perfetta per spingere un passeggino e tenere per la mano un piccolo bambino, poco più cresciuto del fratello. Se la barba nel suo caso rendeva difficile guardarne il volto, ecco che però, nel caso della moglie, il lungo velo che la copriva dalla testa ai piedi, non rendeva visibile di lei nulla a parte gli occhi castani. Gli unici che mostravano il loro viso in maniera limpida erano i due bambini, il figlio maggiore più che altro, dato che l'altro stava rannicchiato sotto su se stesso, con le mani davanti alla faccia, per proteggersi dal sole, che era davvero fastidioso in quel momento. A giudicare dai tratti somatici del piccolo ometto di casa, quella famiglia doveva essere iraniana, una ricca famiglia iraniana per l'esattezza, a giudicare dalle scarpette di marca che il piccolo portava ai piedi, e soprattutto dal giubbotto firmato armani che il padre usava per proteggersi dal forte vento. Anche il telefono che che i due genitori usavano per scattare foto nella piazza, in un raro momento di calma, sembrava rafforzare la tesi che si trattasse di una famiglia altolocata.
Il padre, non appena vide uno degli sparuti passanti, ne approfittò subito per chiedere di scattargli una fotografia, in modo da non dover lasciare escluso nessun membro della famiglia, il padre non parlava italiano, nemmeno una parola, ne tantomeno inglese, così fece dei gesti con la mano sul telefono per farsi capire, e l'altro recepì al volo e gli scattò anche più di una fotografia. Giusto il tempo di ringraziarlo, ed ecco che ora quell'uomo barbuto, così rude all'apparenza, sorrideva come un bambino, mentre mostrava ai suoi cari le foto appena scattate, dovevano essere venute bene a giudicare dal suo sguardo felice, che ora squarciava quella folta barba per rendere visibili i bianchissimi denti.
All'interno dell'appartamento, se così si poteva chiamare quel marcio insieme di stanze umide e incrostate, invece, le cose procedevano per il verso giusto. La finestra che dava sulla piazza era aperta quel tanto che bastava a fare entrare qualche spiraglio di vento, per non fare soffocare dalla puzza il suo ospite. Mentre la valigetta stava appoggiata proprio ai piedi di quella finestra, anche lei come il suo proprietario sembrava essere in attesa, in dolce attesa, lui fumava una sigaretta mentre lei stava lì, ancora chiusa ad aspettarlo. L'eleganza di quella ventiquattrore nera stonava completamente con il pavimento sporco e umido, su cui essa stava posata. Nessuno dei due sembrava avere fretta, lui cercava di godersi il più possibile quella sigaretta, facendola durare interminabili minuti e lei di certo di fretta non ne aveva, se non quella di essere alzata da quel manto di sporcizia e tornare a esprimere tutta la sua bellezza tra le magre mani del suo proprietario. Ancora qualche debole tiro ed ecco che anche il rilassante momento del fumo era terminato, ora si doveva pensare alle cose importanti, al "lavoro", dato che dal suo punto di vista, per quanto potesse sembrare folle, di quello si trattava.
Il sole illuminava fortemente anche quella stanza buia e stantìa, in cui non era accesa nemmeno una luce, dato che anche volendola accendere, non era presente nemmeno una lampadina in tutta la "casa". Il vetro della finestra, colpito dal sole, rifletteva su di esso l'immagine di quell'uomo alto e magro, un vero smilzo insomma, che però racchiudeva quell'esile fisico all'interno di una lunga giacca nera, che lo faceva sembrare di corporatura normale. I pantaloni, anch'essi neri, finivano perfettamente all'altezza della caviglia, in modo da poter evitare brutti risvolti per portarli al di sopra della scarpa. Le lunghe dita affusolate, da perfetto pianista, sistemavano bene gli occhiali da sole, per renderli perfettamente aderenti agli occhi, del resto quel giorno erano indispensabili, ancora di più se bisognava svolgere lavori di precisione, che richiedono accuratezza visiva. Una volta chiusa bene anche la giacca, per proteggersi da quel poco ma non meno fastidioso vento, che entrava dallo spiraglio aperto della finestra, ecco che quella sagoma nera afferrò la valigetta. La prese con la mano destra, supportata anche dalla sinistra, evidentemente il peso era notevole, e la poggiò sopra ad un tavolino che stava poco a destra della finestra, quel tavolino era l'unico pezzo di arredamento presente all'interno di quelle quattro mura. Si infilò degli stretti guanti prima di maneggiarla, dei guanti di modello sportivo, di quelli che aderiscono perfettamente alle mani, anche quelli, per non stonare, erano rigorosamente di colore nero.
Ecco che ora, con le mani ben protette, poteva tranquillamente aprire quella misteriosa valigetta, premette al centro, sopra il tasto che una volta pigiato forte la faceva aprire, ed ecco che incominciò a guardare bene attentamente al suo interno, a giudicare dal suo sguardo non doveva essersi dimenticato nulla. A poco a poco quelle sottili dita incominciarono a posizionare ordinatamente sul tavolo il contenuto della ventiquattrore: a sinistra mise il calcio di legno, a destra il lungo mirino di precisione, in alto la canna, in basso l'otturatore, ed infine da una cerniera all'interno, che aprì una volta svuotata la valigetta, estrasse tre lunghi proiettili, molto appuntiti.
Ma nemmeno ora il losco figuro sembrava avere fretta, di fatti ci mise un pò ad assemblare il fucile, concedendosi anche il lusso di fermarsi diversi minuti ad osservare Piazza Duomo che prendeva vita, mentre l'arma stava riposta sul tavolo, montata solo per metà.
A poco a poco, assieme alla piazza, anche quello strumento di morte incominciava a prendere vita, strinse forte la canna, che ora era perfettamente inserita nel fucile, unì il tutto a quel grosso calcio di legno ed ecco che mancava solo il mirino per completare il lavoro. Ma prima di attaccare il mirino, quell'uomo si concesse un'altra sigaretta, non c'era verso, non aveva proprio fretta quella mattina, Ma quelle sigarette e quelle attese non erano un modo per ritardare un qualcosa di cui aveva paura e che doveva trovare il coraggio di fare, anzi, era proprio il contrario. Era la macabra abitudine di questa attività, che lo rendeva tranquillo a tal punto da potersi prendere queste pause. Ma quella sigaretta durò meno della precedente, quando ancora mancava qualche tiro al suo totale consumo, ecco che la prese e la gettò a terra, schiacciandola con la lunga scarpa scura a punta, molto probabilmente la tentazione di usare quel fucile, che stava poggiato bellamente accanto alla finestra, era diventata forte, tanto che egli non vedeva l'ora di averlo tra le sue mani e ciò aveva fatto passare la sigaretta in secondo piano.
Il tempo delle pause ora era davvero finito: le lunghe mani, coperte interamente da quei sottili guanti neri, afferrarono quell'arnese, la destra era poggiata all'altezza del grilletto, mentre la sinistra stava sotto la canna.
Il piccolo spiraglio della finestra era ancora aperto, e forse non lo era mai stato casualmente, dato che non appena ebbe il fucile a sua disposizione lo poggiò proprio sul davanzale della finestra principale, mettendosi con un ginocchio per terra accovacciato, e con il calcio di legno che premeva contro la spalla destra. La canna del fucile però, poggiava solo con la punta sopra al davanzale della finestra, in modo che ovviamente dall'esterno non fosse visibile, nemmeno con uno sguardo accurato. Passò qualche minuto in quella posizione, che doveva essere faticosa, ma che molto probabilmente non gli era nuova, cercando qualcuno a cui spedire uno di quei lunghi proiettili, che aveva appena caricato all'interno di quel vecchio fucile. Questa volta non si stava più godendo il panorama della piazza che si sveglia, anche perchè oramai essa si era svegliata completamente, e finita quella forte folata di vento era tornata a riempirsi, ed ora la scelta del destinatario per la sua dolorosa spedizione era abbondante.
In tutti questi minuti il dito indice stava sempre pazientemente poggiato sul freddo grilletto, pronto non appena il mirino del telescopio avesse trovato sulla sua strada la giusta preda.
Certo che il mondo è piccolo, è davvero strano come a volte la vita riesce, per qualche strano gioco del destino, a legare a doppio filo le vite di due persone fino a quel momento sconosciute. Ed una volta che le lega lo fa per sempre, in maniera indelebile, anche se forse quelle due persone non lo sanno neppure, ma da quel momento la vita di uno dei due cambierà, in meglio o in peggio, per un'azione dell'altra, ecco che allora una persona avrà cambiato per sempre la vita di un'altra persona. Arrogandosi poteri non suoi: il potere di decidere la sorte di un suo simile, il potere di sostituirsi al giudizio Divino, di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi ha diritto di continuare a vivere e chi invece quel diritto l'ha perso.
Gli uomini, nel loro delirio di onnipotenza, arrivano anche ad ergersi a questi livelli, cosa che nemmeno il più feroce degli animali arriva a fare, nemmeno la tigre uccide il più debole degli animali se non è spinta dalla fame, ma l'uomo è capace di togliere la vita anche per motivi ben più blandi.
Fu in quel preciso istante in cui quel dito magro, dopo che la sagoma nera fece un forte respiro profondo, premette quel duro grilletto, che le vite di due sconosciuti si legarono per sempre.
Un serenissimo padre di famiglia iraniano, in viaggio con la sua adorata moglie e i suoi amati figli, in giro per l'occidente, legava da oggi la sua vita e quella della sua intera famiglia, a quella di quella magra figura nera che stava premendo il grilletto all'interno di un sudicio appartamento abbandonato, all'interno degli ultimi piani di quel grande palazzo rosa che si era fermato ad ammirare da qualche minuto. L'uno e l'altro non si conoscevano, le loro storie non si erano mai sfiorate fin qui, ma adesso si erano andate a scontrare prepotentemente, in un incidente che per uno dei due sarebbe risultato fatale.
Il forte boato dello sparo squarciò il rumore delle voci di migliaia di turisti, che si uniscono in un suono che anima per tutto il giorno quella piazza, ma quella mattina per qualche ora, quel suono sarebbe taciuto, coperto dal suono delle urla di quegli stessi turisti, che fino a poco prima si scattavano selfie vista Duomo.
I poliziotti, i militari e i carabinieri, che posavano come statue davanti alle loro camionette, tutto d'un colpo presero vita, giusto qualche secondo per realizzare che cosa fosse quel suono, una bomba forse pensarono, visti gli anni, ed ecco che subito tutti si nascosero dietro ai blindati, mitra in pugno, in attesa della prossima mossa dell'attentatore.
Ma era tutto inutile, stavano solo perdendo tempo ad aspettare un prossimo passo falso del misterioso cecchino, non avrebbe più fatto nulla, probabilmente non era nemmeno più all'interno dell'appartamento, probabilmente era svanito nel nulla, con la stessa imprevedibilità con la quale era arrivato. Non era un pazzo terrorista, o un estremista che cerca di mietere il più vittime possibili in maniera del tutto irrazionale, niente di tutto questo, quello sconosciuto era un freddo calcolatore, e questo era evidente già dal bersaglio di quel colpo. Era evidente già dal fatto che, dopo aver trafitto con uno di quei lunghi proiettili la testa di quel bambino iraniano, che nemmeno forse capiva dove si trovava e perchè, cessò tutto, non ci fu un altro colpo, non ci fu nient'altro, ci fu solo la morte, l'odore della morte, che dopo anni, secoli quasi, ritornava nel centro di Milano.
Era un attacco mirato quello, un attacco al cuore della città, portato appunto con la proverbiale precisione di un cecchino, questioni private verrebbe da pensare, ma con un povero bambino? A chi poteva avere fatto particolari sgarri alla sua tenera età? Forse una vendetta verso il padre? Ma proprio nei pochi giorni di vacanza in Italia? Era prematuro formulare risposte, sicuro era però che un omicidio in una circostanza simile, non poteva e non doveva essere bollato come un semplice omicidio, c'era di più e questo era evidente.
Ma in quel momento più che delle indagini, era il momento dei soccorsi, fra le sirene delle camionette della polizia, presto si udì anche quella delle ambulanze accorse sul posto, ma fu vano ogni tentativo di rianimare il piccolo. Il colpo alla testa era stato di una precisione rara, che non gli aveva lasciato scampo. Il piccolo corpicino giaceva a terra, riverso in una pozza di sangue, il suo volto era persino difficile da guardare, siamo abituati soltanto a vederli sorridere, ma spesso anche loro provano sulla loro pelle la sofferenza. Come quel piccolo bambino che ora giaceva sul pavimento, proprio quasi sotto a quella grande bandiera tricolore, che sventolava in tutto il suo splendore, fiera, come se nulla fosse successo.
Gli unici che, dopo lo sparo, non si erano nascosti dietro al primo angolo erano stati i genitori dello sventurato, per il resto la piazza si era svuotata nuovamente nel giro di pochi secondi. Non si poteva di certo dare torto a coloro che avevano cercato riparo, a primo impatto ci si aspettava una pioggia di fuoco, e invece quel colpo secco era caduto come una meteora, ed ora non era rimasta che la sua carcassa al suolo.
Nella disgrazia siamo tutti uguali, i due poveri genitori piangevano e si disperavano in una maniera che è univoca in ogni angolo della terra, la disperazione di chi, mentre era immerso nella fantasia tipica del turista, aveva visto suo figlio morire della morte peggiore. Il tutto proprio mentre lo teneva per mano, proprio mentre la sua grande mano ricopriva la sua, cosi piccola e così debole, che tutt'ad un tratto era diventata fredda e gli era scivolata via, proprio come lui, proprio come un palloncino che scappa in alto e non si riesce più a riacciuffare.
Ora le vite di quei due sconosciuti, cosi lontani e cosi diversi, erano legate fino alla fine dei giorni.
Nel giro di qualche minuto, non appena si capì che cosa fosse successo e non appena si capì che il tutto era frutto di una mente fredda, e che non ci si trovava in mezzo ad un attentato, la piazza tornò a riempirsi, quel punto tornò a riempirsi, dato che la folla ora stava tutta a cerchio attorno al cadavere, tenuta a debita distanza dai militari, mentre il cadavere venne coperto con un telo, così piccolo che forse non era grande abbastanza nemmeno per coprire il corpo di un cane morto.
Forse un regolamento di conti, forse un pazzo assassino, forse un colpo male indirizzato, o forse qualcosa non tornava già in quel proiettile che pochi giorni prima aveva colpito una macchina della polizia, distruggendone però solo il vetro, forse ora quello stesso cecchino aveva solo aggiustato la mira, e anche molto veniva da dire. Solo il tempo e le indagini avrebbero potuto dare delle risposte, anche se la città intera le esigeva e anche in tempi brevi, ma era certo che non si trattava di un, per pur quanto efferato e violento, semplice omicidio.
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Non alzerete mai più la testa
Mystère / ThrillerCome reagirebbe una città come Milano, degna delle migliori capitali europee, se la nuova frontiera degli attentati diventasse un cecchino che spara da una finestra? Un freddo calcolatore in grado di sparare, uccidere e sparire, nel giro di pochissi...
