Aprì gli occhi e vide solo la sua stanza buia. Le persiane erano ancora chiuse, segno che le infermiere non avevano ancora dato la sveglia, anche se dalla luce che filtrava si poteva capire che fosse già mattina. Giuseppe rimase un attimo a riflettere su quello che aveva appena pensato. Infermiere? C'erano infermiere in quell'edificio? Ma soprattutto, cos'era quell'edificio? Dalle pareti bianco latte e gli strumenti clinici accanto al suo letto, poteva benissimo intuire che si trattasse di un ospedale o perlomeno qualcosa di simile. Ecco spiegato il perché delle infermiere. Molto probabilmente era lì dentro da parecchio tempo perché era riuscito a prevedere la sveglia istintivamente, senza aver alcun ricordo di giorni precedenti in cui essa avesse suonato. Al suono della campanella una graziosa ragazza entrò nella stanza ed aprì le persiane; la luce di prima mattina lo abbagliò.
Subito dopo: colazione, lavarsi i denti e poi si sarebbe dovuto passare la giornata nella sala comune della clinica. Una clinica. Ecco cos'era quell'edificio dalle pareti bianche. Ora vaghe informazioni tornavano alla mente di Giuseppe. Ricordava qualche cosa confusa sui giorni precedenti e alcune persone gli sembravano vagamente familiari, perciò confermò del tutto l'ipotesi di essere vissuto lì nell'ultimo periodo. Ma prima? Che cosa aveva fatto prima di arrivare lì, prima di svegliarsi nella sua stanza buia e disadorna? Questo non lo sapeva e nessuna cosa che vedeva intorno a lui lo aiutava. Sapeva che si chiamava Giuseppe, che aveva.. Aspetta, quanti anni aveva? Non era possibile essere insicuri sulla propria età, era una cosa così semplice. Dovette guardare il cartellino che aveva attaccato al camice per capire che aveva la bellezza di ottantaquattro anni. Cavoli, aveva capito di essere vecchio dalle mani rugose e dal fatto che riusciva a stento a muoversi con il girello, ma non credeva di aver superato i settantacinque anni, dentro si sentiva ancora un giovincello. Ora sapeva benissimo dov'era: non era una clinica comune, bensì una clinica per anziani, una casa di riposo insomma; ma chi lo aveva messo lì dentro?
Uscì nel cortile per godersi il tepore di quel pomeriggio di inizio primavera. Si fermò vicino al cancello che dava sulla strada per osservare i ciliegi in fiore che ornavano la casa di fronte. Pensava. Pensava al suo passato, se mai avesse avuto moglie e figli. Cercava di scavare nella memoria, ma non ci riusciva; al massimo arrivava a qualche giorno prima, ma tutto era offuscato da un velo di nebbia. Sentì dei rumori e si riscosse dai suoi pensieri. I fastidiosi rumori provenivano da dei bambini urlanti che correvano per il cortile. Quell'atteggiamento lo mandava in bestia, dov'era finito il rispetto per gli anziani? Ai suoi tempi i bambini erano più rispettosi, almeno così credeva. Marmocchi maleducati che disturbano la quiete di un povero vecchio: ecco cos'erano quelle due pesti! Ma dov'erano i genitori? A quel pensiero, notò una coppia in lontananza che si avvicinava e capì che erano loro la causa dell'esistenza di quei due rompiscatole. Guardò storto la famigliola per tutto il tempo in cui stettero nel cortile.
Ormai era tardo pomeriggio e il personale della struttura si stava preparando a servire la cena così Giuseppe rientrò e parlò un po' con gli altri ospiti, se cosi li si può chiamare. Durante il pasto fece amicizia con una signora sulla sedia a rotelle. Si chiamava Giada ed aveva ben novantadue anni. La signora gli parlava come se si conoscessero da una vita, come se avessero vissuto insieme mille avventure, ma per Giuseppe era la prima volta che parlava con lei e si sentiva a disagio per tutta quella confidenza. Si rese conto che il suo atteggiamento sospettoso e imbronciato lo facevano sembrare un vecchio burbero, ma lui non ne poteva di niente: non era colpa sua se tutto il mondo gli sembrava nuovo e ostile. La serata la passò a guardare Gualtiero giocare a scopa contro Giancarlo ovvero un vecchietto quasi totalmente cieco cercare di avere la meglio su un sordo. Lo spettacolo era moderatamente divertente, ma anche un po' triste pensando che quelle persone una volta dovevano essere stati sani e forti e che adesso invece si trovavano in quei corpi decrepiti. Andò a dormire all'ora del coprifuoco e il giorno successivo si ripeté simile, se non uguale, a quello prima.
I giorni passavano e lui continuava a chiedersi chi fosse, o meglio, chi era stato. Prima di quel giorno non ricordava niente e più andava avanti più dimenticava. Arrivò a conoscere Giada per ben tre volte nell'arco di una settimana e a sorprendersi di sapere dell'esistenza delle infermiere altrettante volte. Era in un limbo: una completa oscurità lo avvolgeva e gli impediva sia di voltarsi indietro che di guardare avanti. L'unica compagna fissa era la paura, la paura di non esistere al di fuori del presente.
Un giorno arrivò la svolta, purtroppo. Giuseppe stava guardando i ciliegi in fiore come ogni pomeriggio, quando sentì un forte dolore al braccio sinistro. Aveva ancora il nervoso per quei stupidi bambini che lo avevano infastidito fino a pochi minuti prima, perciò non diede troppo peso alla cosa. Dopotutto aveva più di ottant'anni, ma il dolore non era dato dal nervoso. Tempo qualche secondo si accasciò a terra e la vista gli si offuscò. Stava avendo un infarto.
Le infermiere accorsero subito e chiamarono un' ambulanza, la quale fu sul posto nel giro di pochi minuti. Due paramedici lo caricarono sul veicolo e l'autista partì a sirene spiegate. Uno dei due paramedici era una bella ragazza coi capelli biondi e gli occhi azzurri. Guardando quegli occhi del colore del mare Giuseppe si ricordò tutto. Quegli occhi erano gli stessi di sua moglie e adesso l'immagine di lei gli era viva nella mente. Si ricordava perfettamente il loro primo incontro: un semplice incrocio di sguardi fuori dall'università e fu lì che i suoi occhi di ghiaccio lo colpirono. Giuseppe non era mai andato all'università perché i suoi genitori non potevano permetterselo e perché il suo carattere irrequieto cozzava con lo studio, così si era preso un diploma da meccanico e si era messo a lavorare quasi da subito. Il giorno in cui la vide stava proprio andando al lavoro. Quel giorno decise che lei sarebbe stata sua e si sarebbe impegnato fino in fondo per averla. Iniziò a corteggiarla dal giorno successivo e continuò per alcuni mesi, fin quando lei non capitolò e accettò di uscire con lui. Da quel giorno non si lasciarono più. Mentre la barella sussultava sulle buche dell'asfalto, Giuseppe ricordava il dolce tocco di lei quando lo accarezzava, i suoi baci sulle labbra e sul collo. Di riflesso strinse i pugni per la tristezza.
La serie di immagini proseguiva come un film e si vide tenere in braccio una piccola creatura: suo figlio. Aveva preso tutto dalla madre: capelli neri, occhi azzurri e anche il carattere studioso e riflessivo, calmo e deciso era lo stesso di sua moglie. Lui si laureò e andò a fare il medico negli Stati Uniti, dove conobbe una ragazza e mise su famiglia. Dopo due anni dalla nascita del primogenito arrivò una bambina, che questa volta era tutto suo padre: vivace ed irrequieta, non apprezzava lo studio e finì per fare la barista nel paese vicino. Era bellissima e con i suoi occhi castani faceva strage di cuori, ma nessuno riusciva a stare dietro a quella furia della natura; tutti i fidanzati che presentava a suo padre erano scapestrati della peggior specie e non duravano più di qualche mese, fino a quando non trovò l'uomo della sua vita. Lui era un ufficiale dell'esercito, rigido e composto; la prima volta che Giuseppe lo vide, non avrebbe scommesso un centesimo su quella relazione, ma dovette ricredersi. Suo genero era un uomo di polso, calmo ma deciso, ed era la persona giusta per placare la figlia.
La pellicola continuò e Giuseppe apprese che sua moglie era morta qualche anno prima di tumore e lui aveva iniziato ad andare fuori di testa, dimenticandosi persino chi fossero i figli. Non essendo più autosufficiente e visto che i figli non avevano tempo di badare a lui, questi lo avevano messo in quella casa di riposo, ma non vuol dire che lo avessero abbandonato: la figlia lo andava a trovare tutti i giorni con i nipotini, e suo fratello le chiedeva sempre notizie del padre non potendo spostarsi dall'America all'Italia tanto agevolmente. Giuseppe fermò il filo dei ricordi. Sua figlia veniva tutti i giorni a trovarlo. I bambini che sgridava nel cortile non erano altro che i suoi nipotini e i due genitori erano sua figlia e suo genero. Una lacrima gli rigò la guancia.
Le forze ormai lo stavano abbandonando, la vita gli stava scivolando dalle mani. Sapeva che non sarebbe arrivato in ospedale, ma questo non lo spaventava. Aveva ricordato la sua vita e aveva capito di aver vissuto un' esistenza felice. Avrebbe lasciato di sé un buon ricordo. Questo era l'importante.
Morì sull'ambulanza a pochi metri dall'ospedale. Spirò con un sorriso sul volto e l'immagine di sua moglie impressa nella mente.
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Decameron 2.0
RandomHo pensato di sfruttare questo periodo di difficoltà per riprendere un grande classico. Visto che non si può uscire di casa mi è venuto in mente di fare come i protagonisti del Decameron e scrivere una storia ogni giorno cambiando quotidianamente te...
