Il paese remoto

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Un colpo turbò la quiete del bosco bianco. Altri ne seguirono con un ritmo irregolare che scandiva il tempo sulla cima della collina. I rami neri dell'inverno disegnavano un intreccio sparuto ed incolto. La salita si era rivelata più difficile del previsto: la neve alta li aveva costretti a muoversi a piedi, caricando la bara sulla motoslitta.

Ancora a corto di fiato, tergiversavano spalando piccole porzioni di neve mentre Defedis intaccava con la punta aggressiva della zappa la terra gelata. Il metallo sfregava contro la superficie disegnando brevi solchi, senza scendere in profondità.

"Provo con la vanga", disse sollevando la visiera del berretto oltre le sopracciglia. La fronte gli prudeva e si grattò in modo maldestro con la mano guantata, alzando il viso rosso verso il cielo piatto. Una neve sottile li aveva accompagnati per tutto il viaggio verso Celio. La casa dove Fineo era nato era lunga e stretta, con un grande affresco tra le due finestre centrali: rappresentava una crocifissione in cui si scorgevano ancora abbastanza bene il rosso della cornice e il blu del mantello della Madonna. Il resto era un rudere. Fineo era l'ultimo della famiglia e aveva voluto essere seppellito con i suoi, su al paese, senza rito e senza preti.

Il cimitero di Celio era la parte meglio conservata di quello che era stato un mondo abitato da più di venti famiglie. Famiglie di una volta. Più di duecento persone. Le case in pietra si arricciavano a cavallo di vicoli stretti sorreggendosi le une alle altre e tutt'attorno di stendevano i prati divorati dai rovi.

"Peccato non essere riusciti a salire con la moto", commentò il vecchio Teofilo incespicando tra le parole. La motoslitta avevano dovuto lasciarla duecento metri più indietro. Il sentiero che arrivava al cimiero era troppo stretto e Fineo, dentro la sua bara, avevano dovuto trascinarcelo a forza di braccia.

"Se fossimo riusciti a salire con la moto – interloquì Defedis – avremmo potuto scavare la fossa con il bobcat."

Quando avevano scaricato la bara il morto aveva battuto un colpo sordo. Defedis se lo immaginava sdrucito e scomposto, ginocchia e braccia ripiegate.

Dopo aver fatto rotolare la bara, l'avevano raddrizzata e caricata su un vecchio paio di sci. Avevano fatto passare due corde attraverso le maniglie in ottone e avevano cominciato a tirare. La neve non era battuta e le gambe affondavano fino al ginocchio. Il sindaco e l'operaio procedevano affiancati, barcollando di tanto in tanto sotto una spinta muscolare troppo ottimistica.

Quel funerale si era rivelato una gran rogna sin dal primo momento, da quando cioè, Serena aveva fatto irruzione nel suo ufficio sibilando a denti stretti: "Abbiamo perso la chiave."

"La chiave di cosa?", aveva chiesto Defedis continuando a scorrere le mail.

"Del cimitero di Celio."

Serena aveva appoggiato entrambe le braccia al tavolo, le teneva dritte e rigide, come per parare una pallonata.

"Hai sentito il prete?"

Don Alfonso non sapeva niente della chiave del cimitero di Celio, la voce arrivava disturbata attraverso la connessione precaria. Quando era arrivato, la chiesa di Celio era già decrepita e la curia l'aveva appena venduta al comune. Defedis storse la bocca rimuginando sul fiuto dei preti per gli affari. Comunque, la chiave del cimitero di Celio era sparita nel nulla nonostante Defedis, che era il sindaco, avesse dato mandato a Serena di telefonare a tutte le famiglie del paese e delle frazioni: si sa come vanno queste cose, la chiave finisce nelle mani di qualche beghina che poi scende a valle su insistenza di una nuora stufa di fare la spola fin sull'Alpe. Su e giù. Con il brodino. Giù e su. Con la macchinetta per la pressione. Con la spesa. Con le medicine. Poi porti la vecchia all'ospedale. E speri che muoia. Ma lei si rimette e vuole tornare a casa sua a vivere come le pare, un bagno a settimana, uova del pollaio e a letto alle sette di sera, quando tra le montagne è già buio da tre ore. Arriva il giorno in cui la famiglia dice basta e obbliga la beghina immortale a fare le valigie. Così anche la chiave del cimitero di Celio scende nella civiltà. Poi la vecchia crepa senza che nessuno sappia a cosa serva quella chiave di ferro lunga un palmo.

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