Il grand'uomo

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Il cavaliere attraversò la grande radura, avviandosi verso la strada, con la spada in pugno. Era solo, in quella missione. Non doveva attirare l'attenzione. Si strinse nel mantello,rabbrividendo per il freddo.

La fortezza si ergeva davanti a sé, imponente, stagliata contro la notte nera.

Vedeva movimento, sulle merlature delle torri.

Non sarebbe mai riuscito ad entrare senza essere visto, se non per il passaggio segreto.

Si avviò sotto le mura, col passo felpato. Si fermava ogni volta che un rametto sotto di ui scricchiolava, con l'orecchio teso e l'arco stretto nel pugno. Le fognature erano esattamente dove gli avevano  riferito. Entrò nella buia galleria, cercando di non pensare a ciò che stava pestando. Aveva fiso in mente il suo obiettivo finale, la vittoria del signore che serviva. Doveva uccidere il Conte usurpatore, che aveva preso quella terra con il fuoco e con il sangue di innocenti. Pregustava già il gusto della vendetta.

Proseguì chino, cercando di respirare dal naso il meno possibile. Dopo minuti, o forse ore, di camminate a tentoni, riuscì a uscire da uno sfiatatoio al bordo di una stradina buia, in mezzo a delle case fatiscenti. Cercò di fare meno rumore possibile, mentre si alzava, scrutando tra le ombre. Sentì un fruscio. Una guardia, forse. Si rintanò nell'oscurità e continuò verso l'obiettivo.

Si avvicinò ad un portone di quercia. A destra di questo, su uno sgabello treppiede, dormiva un giovane soldato. Il cavaliere cercò di passargli oltre senza svegliarlo, ma il ragazzo, avvertito un movimento, si alzò cercando di dare l'idea di non essersi mai addormentato ad un eventuale superiore passante per di là.

Con un colpo preciso, gli tagliò la gola. Il ragazzo ebbe qualche spasmo spalancando la bocca per urlare, ma ne uscì solo del sangue denso e scarlatto.

Così il cavaliere si infilò nel portone per uccidere in grande Conte.

Mi presento. Quello sono io. Il cavaliere senza macchia né paura? Magari. L'altro. Il ragazzo, che avrebbe avuto tutta la vita davanti, e invece non ha raggiunto i vent'anni. Per cosa poi? Per nulla. Perchè un ricco signore vuole conquistare il castello di un altro ricco signore. Sangue generato da sangue che genererà altro sangue.

Ho sempre desiderato diventare uno di quei famosi cavalieri a cui dedicano intere ballate. Uno di quelli che il re convoca per farsi difendere, e lo avrei seguito, a testa alta, consapevole di essere un guerriero talmente forte da essere desiderto dal sovrano in persona.

Ma la vita non me lo ha permesso. La vita mi ha sempre riservato bocconi amari, come le si dà ai cani che si avvicinano alle carogne.

Figlio bastardo di un menestrello, sono stato cresciuto da mia madre, che per mantenerci faceva la lavandaia. Puliva gli abiti sfarzosi della contessa, tessuto grezzo chino a lavare damasco. Andavo al mercato da che ho imparato a parlare, da solo, a comprare le uova e a parlare coi soldati. Raccontavo loro che sarei diventato ili cavaliere più forte di tutti i tempi, facendoli ridere, e giocavo alla guerra con gli altri bambini. A volte vincevo. A volte. Perlopiù perdevo.

A dodici anni sono stato addestrato per diventare soldato. "Non hai la stoffa da combattente. Non sei nato per la guerra. Sei nato per grattare la terra, impugni la spada come fosse una zappa."

Sistemavo la presa. Della spada, e caricavo, con rabbia. Con un solo colpo, gli altri soldati mi buttavano a terra. Non ho la stoffa da combattente. Non sono nato per la guerra. Sono nato per grattare la terra, impugno la spada come fosse la zappa. E quando pensavo a questo, nella mia testa si accendeva una furia nera, che mi portava a distruggere tutto, caricando con ancora più foa, ma sempre rozzo e impreciso nei movimenti. Deriso, umiliato, insultato. La mia vita faceva schifo. Se mi avessero ucciso a quei tempi, non me ne sarebbe importato granché. Non avevo neanche più mia madre a proteggermi, il morbo aveva preso con se anche lei.

Ma poi nella mia vita sei arrivata tu, Miriam. La cosa più bella che io abbia mai visto. Il tuo sorriso mi riempiva di gioia e di amore. Sei arrivata nella mia vita con un turbinio di capelli neri e di abiti chiari, sgualciti, che risaltavano la tua pelle nera come l'ebano. Quando ho visto i tuoi occhi, così scuri ma così luminosi, ho pensato che fossero dei fuochi ardenti di bellezza.

Dicevano che tu fossi una strega. Dicevano che ti avevano messa al rogo, ma tu non fossi bruciata, e che il fumo ti avesse reso la pelle così scura. Non ci ho mai creduto.

Piuttosto, sono più propenso a credere che tu fossi una stella. Una stella che ha brillato così tanto da incendiarsi e diventare nera, per poi scendere dal cielo la notte di San Lorenzo, entrando nella mia vita. Ti amavo, Miriam. Ti amo ancora, se oltre alla morte si può amare.

Mi hai dato la forza. Ti ho sempre difeso dai pregiudizi, e questo mi ha temperato. Mi ha insegnato a combattere, a non arrendermi.

Anche se ssolo adesso capisco che la tenacia non basta. Ho tenuto duro, Miriam. Ho tenuto duro per te, ma evidentemente non era scritto nel mio destino che avrei vissuto a lungo e felice.

Addio, Miriam, mia amata. Sono morto senza darti un ultimo bacio, senza avere osservato un'ultima volta il tuo sorriso, senza avere osservato un'ultima volta i tuoi bellissimi occhi. Ti amo.

Non avrei mai pensato di morire in una maniera così stupida. Morire senza neanche avere il tempo di gridare, di svolgere il mio unico compito. Sono inutile. Non avevo la stoffa da combattente. Non ero nato per la guerra. Ero nato per grattare la terra, impugnavo la spada come fosse la zappa.

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