Ypnos - Capitolo I

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  I.

Bussai alla porta dell'ufficio del Dottor Edmund. Erano le dieci e trenta del mattino, ormai il sole si stagliava alto nel cielo limpido e senza nuvole, e i suoi raggi penetravano, attraverso il soffitto vetrato, all'interno del lungo corridoio dell'ospedale che conduceva alla stanza del dottore.
Non udii alcuna risposta. Bussai nuovamente, questa volta con più impeto, e finalmente una voce riecheggiò dall'interno dell'ufficio.
“Avanti!”. Scostai leggermente la porta di ingresso senza aprirla del tutto e sporsi in avanti il capo  perchè il dottore potesse guardarmi in volto e riconoscermi.
“Ah, è lei Luca, buongiorno! Prego, s'accomodi.” disse Edmund, non appena mi vide.
Feci ingresso nella stanza. Lasciai la porta semichiusa e, con la testa china e gli occhi che fissavano il pavimento, avanzai a passo lento verso la scrivania del dottore.
Mi accorsi che le mie mani avevano iniziato a tremare. Provai a fermare quegli incessanti movimenti oscillatori ma non ero in grado di controllarli, le mani parevano muoversi da sole.
Portai, allora, le braccia dietro la schiena e le incrociai, nascondendole alla vista. Rimasi fermo davanti alla scrivania, con lo sguardo sempre rivolto verso il basso, attendendo che Edmund mi dicesse cosa dovessi fare.
“Perchè tiene le braccia dietro la schiena?” domandò.
“Niente” balbettai.
“Mi faccia vedere le sue mani”.
“No, la prego”.
“Luca, mi faccia vedere le sue mani” ingiunse il dottore.
Sciolsi le braccia e le portai nuovamente distese lungo i fianchi.
“Stanno tremando”.
“Lo so. Non riesco a fermarle. Ma tra poco passa”.
Sentii il dottore sospirare.
“Mi guardi” disse.
Non volevo guardarlo in viso, ma sapevo dentro di me che dovevo ubbidirgli. Mi avrebbe punito, altrimenti.
Alzai lentamente la testa, quel tanto che bastò perchè i miei occhi si posassero su di lui. La folta barba increspata e poco curata, la forma molto arcuata delle sopracciglia e gli occhi cinerei conferivano all'espressione del suo viso un senso di severità e autorevolezza.
“Bene, così” disse Edmund “ora avvicini le sue mani alle mie, le appoggi sopra i miei palmi”.
Feci quello che mi chiese.
Il dottore mi prese le mani, le avvolse tra le sue e applicò una leggera pressione.
In breve tempo quei tremori frenetici cessarono.
“Va meglio, ora?”.
“Sì”.
Edmund mi rivolse un sorriso.
Il calore che emanavano le sue mani si diffuse gradualmente in tutto il mio corpo, come acqua versata in un recipiente sino all'orlo, e mi trasmise un senso insolito di pace e benessere. Ma fu solo un attimo.
Chinai la testa, ritrassi le mani con un scatto repentino, feci qualche passo indietro e mi fermai in mezzo alla stanza. Portai di nuovo le braccia dietro la schiena.
Il dottore cominciò a parlarmi ma non riuscii a sentire nulla di quello che mi diceva. Il mio udito fu attratto da un rumore insolito, come un picchiettio ininterrotto che a poco a poco cominciò ad aumentare di intensità e a diffondersi per l'intero studio, soffocando ogni altro suono.
Alzai la testa e mi guardai intorno. Appena i miei occhi si posarono sulla piccola finestra che dava all'esterno, vidi al di là di essa un piccolo uccello dal piumaggio nero, probabilmente un corvo, ritto sulle zampe, con gli occhi gialli e sporgenti e dall'aspetto lugubre, che stava beccando contro il vetro, come se volesse romperlo per entrare dentro.
“Ha sentito quello che ho detto? Cosa sta guardando?” domandò il dottore, ora spazientito.
“La prego, lo mandi via. C'è un uccello sul davanzale della finestra. Sta cercando di infrangerla per entrare. Continua a dare colpi al vetro. Guardi”.
L'uccello era lì, piccolo e indemoniato, che continuava a sbattere il becco contro la superficie del vetro, scheggiandola e crepandola in più punti.
“Non vedo nulla” disse il dottore, dopo essersi avvicinato alla finestra e avere guardato fuori.
Ma come? Non lo vede? E' proprio lì, sta rompendo il vetro. Lo fermi, prima che riesca a entrare” dissi, guardando Edmund con occhi sgranati: le mie mani avevano ripreso a tremare.
Il dottore chinò lo sguardo, si tolse gli occhiali da vista, si strofinò le palpebre ed emise un sospiro leggero. Tornò allora a fissarmi. 
“Luca, non c'è alcun uccello alla finestra”.
“Come fa a non vederlo? Dio, fa un frastuono immenso”.
Sollevai le mani e mi tappai le orecchie. Corsi verso un angolo della stanza,  mi accovacciai a terra, mi coprii la testa con le braccia e rimasi in attesa che quel demone d'uccello infrangesse il vetro ed entrasse dentro.
“Aiuto! Vi prego, fermatelo!” gridai.
Il rumore divenne intollerabile. Provai la sensazione che quel suono provenisse direttamente da dentro il mio corpo, come se il mio timpano stesse producendo quel fragore infernale.
Mi appoggiai al muro e iniziai a urlare, delirante, finchè qualcuno non mi prese per le braccia, mi strattonò e alzò di peso da terra, senza che il mio corpo fosse in grado di opporre la benchè minima resistenza.
“Non c'è nulla alla finestra. Si calmi, per favore. Chiuda gli occhi, li tenga chiusi per qualche secondo e li riapra lentamente” ordinò il dottore, che mi teneva con forza per le braccia.
Feci quanto mi aveva suggerito: mentre li tenevo chiusi, provai a distogliere l'attenzione da quel rumore incessante, a isolarmi completamente dall'ambiente esterno, come se mi stessi trasferendo in un'altra dimensione.
Quando li riaprii, il frastuono era cessato. Mi volsi di scatto verso la finestra e notai che il corvo nero non c'era più. Il vetro era intatto e la sua superficie regolare, senza crepe o rigature.
Feci alcuni passi indietro e ristabilii le distanze dalla figura del dottore. Abbassai la testa, incrociai le braccia dietro la schiena e stetti in silenzio, senza più dire nulla. I tremori alle mani erano cessati.
“Si è calmato ora?”.
“Sì”.
“Possiamo iniziare la seduta adesso?”.
“Va bene” balbettai.
“Ok. Mi guardi negli occhi, Luca”.
Alzai il capo e lo fissai.
“Bene, così. Si accomodi ora sul lettino”.
Edmund si diresse verso la porta di ingresso e la chiuse.
“Possiamo lasciarla aperta?” domandai.
“Mi spiace. Sa bene che, per le esigenze della terapia, è necessario tenere molto alta la soglia dell'attenzione. Dobbiamo evitare che suoni o rumori ci disturbino durante la seduta, rompendo l'empatia magica che si creerà tra di noi. Si accomodi sul lettino”.
“L'empatia magica”. Molte volte il dottore aveva usato quell'espressione così ambigua,  e ogni volta mi ero sempre domandato cosa intendesse dire. Forse voleva semplicemente che restassimo soli io e lui.
In preda allo sconforto, feci ciò che mi chiese. Mentre mi sdraiavo sul lettino, mi domandai quale utilità avessero per la seduta tutte quelle regole insulse che  imponeva durante il colloquio.
L'aria cominciò a farsi greve e un caldo afoso si diffuse all'interno della stanza. Allentai il colletto della camicia.
Edmund aprì l'anta di un armadio, tirò fuori una piccola clessidra in legno, la ribaltò e la poggiò sulla scrivania. La polvere finissima che conteneva cominciò a fluire, senza soluzione di continuità, dal bulbo superiore a quello inferiore.
Afferrò dal tavolo un foglio e una penna, mi passò a fianco e poi sparì alle mie spalle.
Per qualche minuto nella stanza calò un gelido silenzio, solo a tratti interrotto dal leggero fruscio della carta maneggiata. Fissai nel mentre il monotono fluire della sabbia all'interno della clessidra e mi domandai per quale ragione Edmund non avesse ancora preso la parola.
“Come si sente oggi?” domandò infine, rompendo il silenzio.
Non risposi.
Il dottore ripetè la domanda.
“Se vuole saperlo, l'ho sognata ancora quell'orribile creatura” risposi ora.
“Anche stanotte?”.
“Si”.
“L'ha sognata sempre con le stesse sembianze? ha notato nella bestia qualche cambiamento?”.
“E' sempre uguale, non è cambiato nulla”.
“Mi descriva come le è apparsa in sogno”.
Mi sforzai di rispondere, ma la voce mi si strozzò in gola. Non riuscivo ad aprire bocca.
“Può descrivermi la creatura, per favore?” ripetè il dottore, questa volta con maggiore incisività.
Alla fine risposi.
“Sembrerebbe un leone, anzi, è un leone. Sicuramente. Ma ci sono due particolari, due elementi, che non c'entrano nulla con questo animale.”
“Quali sono questi particolari di cui sta parlando? Me li può descrivere?” domandò, ora incuriosito. “Non me ne aveva mai parlato prima, o anche solo accennato” aggiunse.
“No, è vero, non gliene ho mai parlato. Non so, in questo incubo il mostro mi era così vicino, mi stava...”
Mi bloccai. Chiusi improvvisamente gli occhi e volsi la testa contro il muro. Iniziai a digrignare i denti. Un rivolo di sudore fluì lungo la mia spina dorsale e un brivido mi percosse la schiena.
“ Possiamo fare un pausa?”domandai.
“Stia calmo, non si agiti” disse il dottore, con un tono di voce ora molto affabile, rasserenante. “Vuole un bicchiere d'acqua?” aggiunse.
“Si, grazie” risposi. Riaprii gli occhi e mi misi seduto sul lettino.
Edmund prese la caraffa appoggiata all'estremità destra della scrivania, la sollevò leggermente e travasò l'acqua che conteneva in un bicchiere lì vicino. Lo afferrai e  m'affrettai ad accostarlo alle labbra per bere.
“Si sente meglio? Possiamo riprendere?”.
“Si”.
Mi sdraiai di nuovo. Il dottore mi passò a fianco per poi scomparire alla mia vista.
“Stava descrivendo i particolari della creatura”.
“Ha una lunga coda, sarà di almeno tre metri, la muove sinuosamente. Ricorda il corpo di un serpente. Anzi, è come se attaccato al suo corpo ci sia proprio un lunghissimo serpente” dissi.
Tentennai un secondo.
“Poi? Vada avanti” esclamò il dottore.
“C'è  qualcosa lungo la sua schiena, come una sporgenza, un rigonfiamento”.
“Un rigonfiamento dice? Che forma ha?”.
“E' difficile spiegarlo. Sembra che sulla schiena spunti un'altra testa, la testa di un animale, non saprei, però, dirle quale. E' una testa, comunque.”
Seguirono alcuni attimi di silenzio.
“Mi descriva per intero il suo sogno” riprese il dottore.
“E' terribile. Forse l'incubo più angosciante che abbia fatto sinora. Non so dove mi trovo, sto correndo disperatamente, con tutto il fiato che ho in gola. Fuggo dalla creatura, che mi sta alle calcagna.
Senza voltarmi mai, corro più veloce che posso. Ma dopo un po' la stanchezza comincia a farsi sentire e inevitabilmente rallento. A un certo punto inciampo su una pietra e cado a terra.
Sono esausto, non ho più la forza di rialzarmi. La creatura mi raggiunge. Comincia a girarmi intorno, la testa china e la schiena curva. Pregusta la sua preda succulenta.
Intanto mi accorgo che sto perdendo molto sangue dalle mani. Guardo con più attenzione e noto che ci sono delle ferite profonde all'altezza dei polsi, sembrano dei tagli. Sinceramente non so come abbia fatto a procurarmeli. Non certo durante la caduta”.
Smisi per un attimo di parlare. Presi di nuovo il bicchiere e bevvi un sorso d'acqua. Non era facile per me rievocare un incubo simile. Feci un respiro profondo e ricominciai.
“Mentre giaccio a terra inerte, con il sangue che zampilla dai polsi, la creatura con un balzo improvviso mi si avventa contro e mi artiglia alla gola. A quel punto mi sveglio  di soprassalto”.
D'istinto portai le mani al collo per controllare se ci fossero tagli o cicatrici. Era stato talmente reale quell'incubo, che anche adesso, nel rievocarlo, mi era sembrato di riviverlo in prima persona. Era come se fossi di nuovo lì, disteso a terra, avvolto in una pozza di sangue fresco, mentre la bestia mi girava intorno, nel suo macabro rituale, sino a quando non mi si scagliava contro e mi uccideva.
“Mentre raccontava il sogno, ha accennato al fatto che sui polsi aveva riportato delle ferite da taglio e che non sapeva come se le fosse procurate, ricordo bene?” domandò il dottore.
“Sì” risposi laconicamente.
“Lei si è accorto di avere realmente dei tagli sui polsi?” chiese Edmund.
“Come, scusi?”
“Ha visto che sui suoi polsi ci sono delle ferite? Le vede?” insistette.
Incredulo, portai le mani all'altezza degli occhi e le guardai attentamente. Un fremito improvviso mi fece sobbalzare sul lettino.
Vidi delle ferite profonde, non del tutto rimarginate. Spaventato, rimasi a fissarle per un po', mentre mille pensieri mi balenavano per la testa.
Quello che avevo sognato allora era reale, pensai. Come facevo ad essere vivo? Nel sogno, la creatura non mi aveva forse ucciso? Come mai avevo segni sui polsi e non anche alla gola?
Avvicinai ancora le mani al collo per tastare se la pelle in alcuni tratti fosse più secca o ruvida ma non notai alcuna stranezza. La sua superficie era completamente liscia e regolare.
Guardai allora le mani e mi soffermai sulla forma di quelle piaghe. Un taglio profondo aveva inciso la pelle, suddividendola in due lembi tenuti avvinti da punti di sutura applicati con precisione.
La cute, al tatto, appariva rugosa e raggrinzita, per via delle numerose croste purulente che vi si erano formate sopra. Macchie informi di un giallo spento si estendevano tutt'intorno, a tratti intervallate da leggere protuberanze simili a bolle, di un colore marrone  scuro, e da abrasioni superficiali.
Un rossore acceso ravvivava le ferite: parevano ancora fresche. L'accompagnava un prurito intenso, lungo i polsi e sino ai palmi.
A poco a poco, il pizzicore aumentò di intensità sino a divenire intollerabile: incrociai allora le mani e cominciai a grattare in maniera energica, senza sosta.
Il sollievo che ne ricavai fu breve. Le unghie delle dita, sfregando la pelle, penetravano sempre più in profondità nella carne, lacerandola.
“Ma com'è possibile?” chiesi.
“Cosa?” domandò Edmund.
“Il sogno era reale. Stanotte qualcuno è entrato nella mia stanza e mi ha ferito. Questi tagli sono freschi. Guardi!”
Mi alzai di scatto dal lettino. Una volta in piedi, mi voltai verso il dottore e gli mostrai i polsi. Sangue copioso fluiva dalle ferite ormai riaperte, arrivando ad imbrattare le maniche della mia camicia.
“Guardi! Sto perdendo sangue!” dissi in preda al panico.
Cominciai a urlare, terrorizzato. Edmund strinse le sue braccia intorno a me e con forza cercò di riportarmi nuovamente sul lettino.
“No! Non voglio! Mi Lasci!”.
Immobilizzato, cominciai a scalciare e a dimenarmi in maniera frenetica, tentando di divincolarmi.
“Stia calmo, Luca. Si calmi, per favore. Infermieri! Correte, presto!”.
Poggiai i piedi sul muro, piegai le ginocchia quel tanto che riuscii e mi diedi uno slancio. Feci perdere l'equilibrio a Edmund e cademmo tutti e due all'indietro.
Da terra il dottore ancora mi cingeva a sé. Diedi un morso al suo braccio e tenni la morsa stretta finchè la presa non s'allentò e riuscii a liberarmi. Urla laceranti pervasero la stanza.
“Infermieri, presto!” disse il dottore, mentre mi alzavo di scatto e cominciavo a correre verso l'ingresso.
In quel momento quattro infermieri spalancarono la porta ed entrarono nella stanza. Due di loro mi tennero fermo per le braccia e gli altri mi sollevarono da terra bloccandomi le gambe, mentre il dottore si rialzava da terra, scosso.
Cercai in tutti i modi di liberarmi ma ogni sforzo fu vano. Gli infermieri mi stesero con forza sul lettino e mi legarono i polsi e le caviglie con dei lacci molto stretti. A quel punto s'avvicinarono a Edmund.
Iniziarono a parlare fra di loro, sottovoce: non riuscii a sentire quello che si stavano dicendo.
“Bastardi! Cosa volete farmi? Lasciatemi andare!” urlai a squarciagola, mentre davo forti strattoni ai lacci nel tentativo di liberarmi.
Uno degli infermieri tirò fuori dalla tasca dei pantaloni una siringa. Infilò l'ago dentro una boccetta e iniziò piano piano a sollevare lo stantuffo, aspirando la soluzione liquida che conteneva.
Appena la siringa fu riempita, l'infermiere che la impugnava mi s'avvicinò, alzò la manica sinistra della mia camicia macchiata di sangue fin sopra il gomito, infilò l'ago nell'avambraccio e iniettò la soluzione.
“Mi state drogando! Dottore, mi sta drogando di nuovo! Maledetti!” feci appena in tempo a dire, prima che un torpore improvviso mi paralizzasse il corpo e sui miei occhi assonnati calasse un cieco buiore.




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