1.

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Dopo ore davanti allo specchio, decisi che ero pronta per una nuova ma abitudinaria serata al solito club in centro.

Ross mi aspettava fuori dalla porta, con la pazienza, coltivata in questi diciassette anni passati ad attendermi di fianco alla nostra auto di servizio, quasi arrivata al limite; ma senza darlo a vedere: mi voleva bene.

Il programma prevedeva che passassimo a prendere Allice e Sam, mie sorelle elettive, figlie di zia Rose e zia Katy.
Dalle nostre mamme, noi tre, avevamo ereditato il rapporto affiatato che le legava da tutta la vita.

Mia madre.
Passavano i giorni e di lei nessuna traccia.
Se n'era andata da due settimane, prendendo un appartamento in affitto in città, da sola.
Soprattutto, lontano da mio padre.
In casa sembrava andasse tutto male.
I miei fratelli ed io avevamo ormai capito da anni quanto girasse di sporco intorno alla famiglia; e mio padre si era dimostrato impotente, nell'allontanare i figli maggiori, soprattutto Richard, dai brutti giri.
Non ci avrebbe mai incoraggiati a prendere parte ai suoi affari, benché meno alle sue guerre.
Richard, però aveva uno spiccato senso di protezione verso la famiglia, per lo più verso mia madre e me; dunque, dai quindici anni in poi, aveva iniziato ad allenarsi a sparare e combattere, e adesso si stava laureando in economia, per prendere le redini dell'azienda di mio padre.

"Io esco" esclamai a gran voce perché qualcuno mi sentisse.
Sentii dei passi e poi una voce di risposta: "Torna entro le due".

Annuii a mio padre, contrariata e senza guardarlo in viso.
Aveva lasciato che mia madre si allontanasse, senza proteggerla.

Il rancore mi costrinse a voltarmi indietro.
"Tu glielo avevi promesso";
"I tuoi fratelli hanno scelto questa strada. Non credere che non abbia provato a fermarli. E comunque gli affari tra tua madre e me non ti riguardano";
"E invece ci riguardano tutti.
È sola, senza protezione".
Iniziò a tremarmi la voce, mentre mi padre sospirò a pieni polmoni, evidentemente amareggiato e dispiaciuto.

"Principessa, sistemerò tutto.
La mamma non è sola.
Io ci sono sempre";
"Domani andrò da lei";
"Non vuole che stia lì, lo sai.
Saresti senza guardie";
"E a lei non ci pensi?!"
"Ha scelto da persona adulta. Ha bisogno di tempo. Lascia che rifletta. Se ti va, chiamala; ma stare lì è troppo pericoloso".

Nemmeno ebbi il tempo di rispondere.
Si aprì la porta, rivelando la figura di Richard, con un braccio sanguinante e uno zigomo aperto.
Respirava affannosamente.
Appena varcato l'ingresso, cadde in terra.

Accorremmo subito verso di lui.
Il mio vissuto, in qualche modo, mi aiutò a reagire in fretta.
Subito presi pinze, disinfettante e garze dal bagno e tornai da mio fratello.

"Chi è stato?"
Chiese mio padre, con la voce sottile, fredda e spietata.
"Non ho detto niente papà" ansimò;
"Chi è stato Richard?" Continuò l'uomo;
"Stain. I suoi uomini.
Era un attentato. Volevano uccidermi".

Mio padre aiutò mio fratello ad alzarsi, lo stese sul divano e io lo medicai.
Avevo imparato a farlo, affiancando il nostro medico di famiglia.
Volevo diventare un'infermiera.

"Diamante, tu stasera non esci";
"Avrò la scorta dietro, papà. Se rimango qui, non riuscirò a chiudere occhio stanotte".

Lo vidi prendere il telefono e scrivere dei messaggi, poi puntò il dito verso di me:
"Alle una a casa.
Sta arrivando il dottor Karl.
Adesso chiamo vostra madre".

Uscii di casa, tra le lacrime.
Mi buttai tra le braccia di Ross, che mi accolse con dolcezza.

Poco dopo raccontai alle mie due migliori amiche quanto accaduto.

"Non dite niente, tanto non serve".
Le interruppi, non avendo voglia di inutili e patetiche consolazioni.

"Domani vado da mia madre, salterò scuola";
"Veniamo con te!" esclamarono in coro;
"Non se ne parla. Adesso godiamoci queste ore di svago".

Entrammo nel locale, dove ci accolsero i soliti camerieri, e raggiungemmo in pochi minuti le nostre cugine, al tavolo riservato per noi, da circa un anno, ogni venerdì e sabato sera.

"Si balla!" Urlo Tiffany, già ubriaca.

La ragazza era nel bel mezzo di una ricaduta.
Aveva giurato di aver mollato le pasticche da qualche mese; ma all'alcol non ci sapeva proprio rinunciare.
I suoi genitori le avevano fatto passare l'estate in un centro di riabilitazione per tossicodipendenti.
Un controsenso, se si pensa a tutta la droga che girava in casa sua.
Ergo, toccava a noi amiche e cugine tenerla sott'occhio, quando eravamo insieme.

"Non guardarmi così, che sono solo al secondo bicchiere" mi disse divertita;
"Sarai almeno a quarto. Questo lo prendo io".
Le tolsi la bevuta di mano e la trascinai in pista insieme a me e alle altre.

La musica era alta, fin troppo, quando, una mezz'ora dopo, decisi di recarmi in bagno.
Lì il fracasso sarebbe stato lontano.

Alla vista di una figura familiare mi bloccai sul posto.

"Diamante!"
"Ciao Rudolf, scusami ma sono di fretta"
"Fermati" ringhiò, prendendomi per un braccio e avvicinandosi a me.

"Non si saluta più?"
"Lasciami"
"Sei bellissima come sempre.
Sei da sola? O sei con un ragazzo?"
"Sono con le mie amiche" balbettai.

Mi squadrò avvicinando i nostri volti e poi sussurrò:
"Ti sei messa a balbettare, adesso?
Forse perché stai mentendo... ti ricordi ancora cosa succede quando menti?".

Iniziai a tremare, distolsi lo sguardo.

"Molla quel braccio e allontanati da lei, oppure ti pianto una pallottola nella testa".

Mi voltai verso sinistra, riconoscendo la voce di Illias, il proprietario del club.

"Allora è lui che ti scopi adesso" sorrise beffardo Rudolf;
"Esci da qui e non farti più vedere".

Il ragazzo lasciò la presa sul mio braccio, per poi andarsene con un ghigno sarcastico sul viso.

"Stai bene?" Chiese Illias avvicinandosi.
Io, per tutta risposta, indietreggiai e lui alzò le mani.
"Non ti tocco Diamante, tranquilla".
Abbassai lo sguardo.

"Ti va di prendere un pi' d'aria?".
Scossi la testa:
"Devo tornare dalle mie amiche".

Iniziai a camminare ma la sua voce mi fermò:
"Prego";
"Non ti ho chiesto aiuto";
"Certo. Sai quante ragazze ho visto come te? Tutte pensano di farcela da sole, di amarlo, di essere amate.
E poi cade tutto in merda.
Buonanotte Diamante".

Ero scossa e si vedeva, infatti la mie amiche mi tormentarono di domande, che prontamente ignorai.
Tornai a casa presto, come promesso a mio padre.

Aprii la porta di casa e trovai Richard ancora sul divano, insieme a Hugo, il nostro cucciolo di Rottweiler, che, appena sentita la serratura scattare, mi corse incontro.

"Ciao cucciolo" sorrisi accarezzandolo e avvicinandomi al divano.

"Rich, come stai?"
"Il dottore mi ha dato degli antidolorifici. Ha detto che sei stata brava a ripulire la ferita".
Lasciai lui una carezza sulla guancia; ma sentii che si irrigidì.
Di colpo si tirò su col busto, guardandomi severo.

"Hai visto Rudolf? C'era anche lui al locale?" Chiese, riferendosi al mio braccio;
"È solo un pesto. Sarà per la caduta durante l'allenamento dell'altro giorno. Non sono atterrata bene dal salto...".
A quel punto aprì il braccio destro, in quanto unico funzionante al momento, e mi abbracciò.
"Non mentirmi, ti conosco troppo bene. Ne riparliamo domani".

Mi diressi in camera, mi struccai, infilai il pigiama e uscii sul balcone.

Rich sapeva ogni mio segreto, era il mio confidente preferito, dopo mia madre. E, in quanto tale, era l'unico a sapere che fumavo una sigaretta ogni tanto. Più che ogni tanto.
Mio padre era troppo severo e geloso di me perché mi aprissi totalmente con lui.

Accesi la sigaretta e aspirai lentamente.

"Ce la faccio da sola".

Quante volte l'avevo pensato.
Rudolf mi aveva mostrato il suo lato tossico gradualmente, cosicché il suo amore intermittente mi facesse affezionare a lui sempre di più: una dipendenza a tutti gli effetti.

Tornai in camera, guardai l'ora: le tre e venti.
Il giorno seguente mi sarei dovuta svegliare presto, per uscire senza dare nell'occhio e andare da mia madre.

Sul display un messaggio dolce e inaspettato:

"Sei a casa?".

Smeraldi -Vita difficile-Stories to obsess over. Discover now