A picture of you

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"Ste, puoi portarmi la scala, per favore?" chiesi con il fiatone. La fronte imperlata di sudore, la maglietta che sembrava più uno straccio bagnato che un indumento; mi tamponai con un fazzoletto le goccioline che scendevano ripetutamente dai capelli, quelli che avrei dovuto tagliare stamattina.

Il sole irradiava il soggiorno; la luce si diffondeva assieme al calore in ogni lato dell'appartamento, il condizionatore non bastava a fermare quest'afa perenne, da ormai un mese.

"Prendila tu, io sono occupato" mi rispose Stefano, spaparanzato sul divano, lo sguardo picchiettante sullo schermo della televisione, un joystick in mano su cui le sue dita scorrevano veloci; sembrò volesse distruggermelo.

"Grazie eh, tanto comunque stai perdendo" dissi, lanciandogli una frecciatina che non colse in modo ironico a giudicare dai suoi occhi che mi fulminarono, che da lontano parevano ipnotizzati dal gioco che io non avevo ancora provato.

Mi arresi all'idea che Stefano potesse aiutarmi. La mia intenzione era di mettere in ordine l'appartamento, ma non riuscivo a fare granché, sia per il caldo sia a causa di Stefano che invece di aiutarmi mi punzecchiava e mi infastidiva tutto il tempo.

Spostai la scala dal soggiorno e ritornai nella mia camera. L'appartamento era provvisto di una piccola soffitta, in cui avevo messo alcuni scatoloni appartenenti all'età arcaica della mia vita. Ci salii, nonostante barcollassi un po'. L'altezza mi spaventava, eppure la soffitta non si sarebbe ripulita da sola.

Tossii più volte a causa dell'accumulo di polvere creatasi in questi mesi, poi iniziai a selezionare gli scatoloni; su alcuni era marcato l'inchiostro di un evidenziatore con il quale avevo scritto cosa c'era all'interno della scatola, invece altri mi ero completamente dimenticato di rinominarli.

Mi sporsi un po' più in avanti, raggiungendo uno scatolone foderato in pelle, marroncino scuro. Rammentai che dentro a quella scatola avevo conservato alcuni dei ricordi più importanti della mia vita. Il mio primo ciucciotto, o il mio primo biberon -questi gingilli li aveva messi mia madre-, o anche il primo giocattolino telecomandato che mi avevano regalato.

Vinto dai ricordi, decisi di riprendere quella piccola scatola, scendendo lentamente dalla scala tenendola salda sul dorso, e ammisi che era abbastanza pesante.

Nonostante fossi a due centimetri di distanza dal pavimento, l'altezza mi fece brutti scherzi, mi dava un senso di vuoto, facendomi girare la testa, così caddi a terra, provocando un tonfo abbastanza assordante e un piccolo segno sul parquet.

"Tutto bene di là?" gridò Stefano, sgranocchiando qualcosa.

A parte le gambe un po' indolenzite, la testa che mi girava, le cosce un po' rossastre, non mi provocai lividi. Non potei dire lo stesso della scatola, che si era aperta miseramente sul pavimento, un po' ammaccata ai lati, e il parquet ne aveva graffiato la pelle.

"Fottiti Stefano, e anche tu maledetta scala" urlai, massaggiandomi le cosce.

Mi avvicinai alla scatola, o qualunque cose fosse diventata, e mi accorsi che da lì ne erano uscite delle foto, un po' sparpagliate sul parquet, altre invece nella scatola. Le foto erano custodite in una lettera, di cui io non ricordavo l'esistenza, che non era stata chiusa adeguatamente; anche il francobollo si era staccato dalla busta.

La lettera iniziava così.

"Caro Lorenzo,
Probabilmente quando leggerai questo pezzo di carta, ti sarai già trasferito in una nuova casa, avrai già una famiglia, e di ciò che leggerai ora, non te preoccuperai.
Ho conservato queste foto affinché ti ricordi di chi e cosa hai davvero amato e di cosa dovrai portare con te per tutta la vita. Io stessa ho imparato che chiudere la mia vita in una scatola non è mai servito a nulla, perché i ricordi ritornavano e mi hanno sempre tirata in ballo. Ho imparato a convinverci, ad assaporarli dolcemente, ad accettarne gli aspetti positivi. La nostra vita passata non è un errore, è solo un percorso su cui proseguiamo e che poi abbandoniamo per un'altra via, quella giusta per raggiungere la nostra vera destinazione.
Spero tu capisca perché l'ho fatto, non mi voler male.

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