l rumore secco della portiera della mia auto rompe il silenzio della notte scura, mi desta dai miei pensieri e cerco di rimettermi in carreggiata, quando il motore borbotta e l'auto finalmente parte. 3:20 di mattina, dal finestrino non si scorge altro che buio, mentre lascio il centro della mia città, e presto mi porto dinanzi alla strada che divide le colline dalla vita mondana. Le luci sono spente, Bologna dorme, tra i portici; e in un bar isolato la musica ancora scorre, riempie il mio abitacolo in modo assordante e mi spinge (pur dovendo sacrificare la brezza mattutina) a isolare il suono all'esterno. Dalla mia radio, parte in sottofondo "Dov'è l'Italia" e, a denti stretti, mugolo ogni parola, quasi spaventato che pronunciarle ad alta voce possa farle perdere di valore, se a pronunciarle non è che Motta in persona. Disperse nel silenzio, le parole hanno un suono nuovo, e forse è solo nella mia testa, è solo un farmi condizionare dal flusso del mio pensiero, ma sembra che ogni strofa scorra fino a sbattere sul vetro del finestrino, e librandosi nell'auto, si vanifichi.
Inchiodo, arrivato alla mia meta e, quando chiudo con un tonfo la portiera dell'auto, mi sembra quasi di percepire un sussulto, lassù, sui colli. Scrollo le spalle, d'altronde, chiunque fosse, non mi riguarda, anzi, non ci riguarda. Anche oggi, io e Bologna siamo soli, stretti sotto il buio della notte cupa, e ci guardiamo. L'erba è fresca di pioggia, e le stelle strillano dall'alto, mentre si rincorrono lungo il cielo. Le guardo da disteso, mentre l'aurora inebria la mia Bologna da lontano, e ammaliato, mi perdo tra le vie, ancora fermo su questi colli.
Ancora una volta, sento un sussulto, che piano si affievolisce e si trasforma in un singhiozzo, sommesso, e poi in un altro ancora. Poco distante, una figura piange mentre squadra Bologna che, inconsapevole, riposa e non si desta. Mentre mi avvicino, le lacrime continuano a solcarle il viso, ma la ragazza non pare triste e, adagiata sull'erba con fare distante, parla a voce bassa con Bologna. Le racconta la sua storia e lei, mera ascoltatrice, la ode senza accennare preoccupazione. Mi siedo al suo fianco, ma non la disturbo, e in silenzio, mi perdo ad ascoltare anche io (insieme alla mia Bologna) il flusso di pensieri della ragazza, che piange ma non accenna a smettere di parlare. Vorrei parlarle, chiederle che cosa l'ha spinta a salire fin quassù, alle 3:30 del mattino, ma mentre l'ascolto, mi rendo conto che non serve che io dica nulla, che la sua storia, la sua voce e le sue lacrime parlano per lei, e io, come la mia città, capiamo quello che dice, i suoi crucci e i suoi timori, e (senza che lei smetta di spiegarci quanto si senta estranea a tutti tranne che a noi) le cingo le spalle con le mie braccia. Il gesto non sembra disturbarla, e non c'è titubanza nella sua voce. Poi, d'un tratto, si ferma. Mi domando cosa accada, se si sia appena resa conto di non essere da sola, ma lei non parla più, bensì indica il cielo, e capisco. Finalmente, è nata l'alba, e con lei Bologna si è svegliata, e, troppo frenetica per l'inizio della vita del borgo, non ha più tempo per ascoltare.
Spostandosi dalle mie braccia, la ragazza si alza, mi guarda per qualche attimo, ma tace, quindi mi decido a prendere a parola, dopo tutto quel silenzio.
-Io mi chiamo Dario, è un piacere conoscerti- le dico, porgendole la mano, senza troppi convenevoli. Mi sembrava di conoscerla da troppo tempo, dopo aver ascoltato quel che di suo avesse da dire, e presentare me stesso in poche parole, mi sembrava il minimo. Ma lei non parla, non si degna di rivolgermi parola, pur stringendo la mia mano, e mantenendo lo sguardo sui miei occhi. I suoi lineamenti sono decisi, gli occhi scuri sono attraversati dalla nuova luce del giorno e le lacrime ormai asciutte, le delineano le labbra, che avevo visto muoversi in movimenti concitati per tutto quel tempo. Spostando la sua mano dalla mia, per riporla tra i capelli bruni, lascia cadere lo sguardo sul mio palmo, dove, inerme, giace un piccolo fogliettino. Troppo preso da esso, non mi accorgo che, tra i primi rumori di civiltà, lei è scomparsa, lasciando dietro di sé il suo profumo, e le sue parole incise su carta.
Ora, non posso far null'altro che leggere, quelle poche righe scritte a matita, che mi scorrono sotto gli occhi in fretta.
Abbiamo atteso per giorni che tu tornassi, quassù. Bologna ti ringrazia, per essere venuto a salutarla stamattina, inoltre spera tu possa tornare presto, e anche io. Ricorda però, che non ha più senso parlarle dopo che l'alba è sorta, lei non può più ascoltare d'altronde.
Ti aspettiamo ancora, stesso posto e stessa ora.
E grazie.
Zittito, rimango fermo a fissare la grafite che sporca il foglio, la mente piena di domande, il cuore allietato da quella nuova presenza, che lo ingombra senza ritegno. Io, che le parole le ho sempre amate, inizio a temerle, senza poterne fare a meno. Forse, perché la prossima volta tocca a me, raccontarmi. Bologna e Lei, mi aspettano, e io, non voglio deluderle.
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Salve a tutti, mi chiamo Anna e questa è la mia storia. Si tratta di una storia che occupa il mio cuore da tanti anni, e che per varie ragioni è stata abbandonata su questo profilo, essendo io incapace di spingere me stessa a continuarla. Ho deciso di darle una nuova vita, annullandone la pubblicazione e iniziando a pubblicarla revisionata d'accapo, e spero che possa essere apprezzata. È una storia di due giovani (di cui uno trae ispirazione da Dario Matassa, per chiunque potesse conoscerlo), dalle visioni nettamente diverse, accomunati da una passione smisurata per le parole e per la città in cui vivono, Bologna, che è arrivata a diventare per loro una sorta di confidente muta, fino al momento in cui, sorta l'alba, ella rinasce con lo svegliarsi dei suoi cittadini. Spero che, silenziosi o meno, questa storia abbia dei lettori e possa piacere ed entrare nel vostro cuore tanto quanto è nel mio. Grazie.
KAMU SEDANG MEMBACA
3:30.
Romansa"In quegli occhi stanchi e un po' turbati, ci avevo visto l'epilogo di un nuovo mondo e avevo deciso in quel momento, che su quella panchina, da cui era iniziato e finito tutto nell'arco di un ricordo, io, ci avrei ritrovato me stesso." Una storia d...
