Il paese era cupo, forse più del solito.
E dire che già di suo metteva sempre addosso una melanconia uggiosa, fosse per i casermoni grigi che tanto lo abbruttivano, fosse per la nebbia che tanto spesso gli si posava addosso o per quell'indifferenza generale che quei quattro cristiani che vi vivevano avevan gli uni degli altri.
Fatto sta che quel mattino, eran da poco passate le sei, parve che chiunque per Ponte Sopra si fosse svegliato di umor nero.
Ponte Sopra era un paesello dalle parti di Asti, suppergiù, che contava a stento cinquecento anime, e faceva comune con Ponte sotto, che invece, di gente a macerarci, ne aveva qualche dozzina di meno, ma nulla che davvero ne facesse differenza.
Ma pur essendo su carta "Ponte" e basta, senza sopra, sotto o chissà cos'altro, quel fiume che lo tagliava per il mezzo bastava, assieme a qualche vicenda nebbiosa di decenni prima, a far sì che difatto i paesi fossero due, e come tali venissero percepiti da chi ci domiciliava, con tanto d'odiosa abitudine di sputarsi l'un l'altro malosangue.
Dicevamo, ad ogni modo, dell'umor nero che stava a ristagnare sui capi smunti e torbidi di sonno dei pochi che, loro disgrazia, stavano già in piedi.
Pareva quasi la si potesse vedere, quell'ansia, dico, una nebbiolina nera e diafana al punto che bastava concentrarcisi per accorgersi fosse solo suggestione.
Ma per quanto inesistente quella nebbiolina punzecchiava davvero tutti come un pungolo tra le scapole.
Giovanni, detto Gianni, per esempio, bestemmiava come un cane a qualunque santo che gli venisse a mente al sè della sera prima che aveva pensato tornare a piedi dalla ferramenta che teneva fosse una buona idea, senza tener in conto che quella voglia di camminare gli sarebbe ben potuta passare, soprattutto se, come quel giorno, fosse partita una pioggia di quelle aguzze: di quelle sottili che ti bagnano senza neppure dare il piacere d'infradiciarsi o di sentir quel bel suono di colpi sull'ombrello, quella pioggia bastarda che, oltre a portar umore cattivo e a levar su quel tremendo retrodore acido di maltempo, potevi star certo che ti portasse un tanfo marcio su dai tombini nel pomeriggio, dato che non era abbastanza a trascinar via lo zozzume, ma al massimo era buona a smuoverlo, rimestarlo e a dargli brodo per macerare.
A vederlo passare tra l'altro, quel demonio del cagnetto meticcio della sciura Sandra, quello alto sì e no una spanna e un mignolo, forse di malo spirito pure lui, gli abbaiò dietro le pene di dio con quella sua vocina da sorcio.
E per tutta risposta Gianni bestemmiava più forte e s'inalberava più ancora, che poco ci mancasse finisse per farsi più rosso in volto di quanto il figlio, Giorgio, che a vent'un anni era del circolo sociale, uno dei più convinti nel suo socialismo postmoderno, come gli piaceva chiamarlo, non fosse.
Sì, postmoderno gli si addiceva: dava un che di già sentito, e non rinnegava gli errore del passato, ma li riconosceva come tali e da questi pensava di poter attingere per un sano rimedio.
Pure lui, quella mattina, avrebbe messo il mondo a ferro e fuoco pur di starsene a dormire ancora un'oretta o due, ma la sveglia lo chiamava con tanta insistenza che a restar prono, la faccia premuta sul cuscino con forza violenta nel vano tentativo di continuare a riposare, non ci guadagnava altro che una triste maniera di sprecare il suo tempo.
Sua madre, Gisella, una signora robusta dai capelli raccolti a crocchia e tinti di un color carota che s'abbinava particolarmente bene col viso tondo e pieno spruzzato di un'ombra di lentiggini, non era in casa, probabilmente s'era alzata presto per arrivar il prima possibile al piccolo discount che avevano sotto casa.
E di questo Giorgio ebbe conferma mentre che, ancora ben caldo nel suo pigiama, voltava l'angolo che portava alla cucina, dove vide un biglietto piazzato sul tavolo rotondo che era sempre stato troppo piccolo per tutti e tre, tanto che a cena volavan tante gomitate che pareva d'esser in guerra.
In effetti la casa in generale era troppo piccola per tutti e tre, giusto un piccolo corridoio che dava direttamente sull'ingresso e poi subito alla sinistra un salottino ordinato pieno di mensole che strabordavano foto, souvenir e argenteria, giusto dirimpetto stava la cucina, poco più d'un bugigattolo.
Quindi il budello svoltava a formare una L e sulla parete che stava opposta al soggiorno si aprivano tre porte di compensato scuro, di dietro stavano in quest'ordine la stanza matrimoniale, quella di Giorgio e lo stanzino degli ospiti che, causa inutilizzo, aveva finito per diventare una sottospecie di ripostiglio.
E infine, ultima porta che stava a chiuder il corridoio nel suo lato breve, il bagno, il quale essendo uno solo era teatro di soventi quanto cruente battaglie per il diritto di dar di corpo.
Stavamo dicendo, ad ogni modo, del biglietto.
Biglietto che pressapoco confermava la tesi di cui sopra*, Giorgio prese quindi una fetta di pan carrè dalla credenza e, non avendo a voglia di aprire il frigo in cerca di marmellate, se la mangiò così nuda, accompagnata da un pigro bicchier d'acqua versata dal rubinetto.
Proprio non aveva voglia di prender quella maledetta corriera che puzzava di sozzo e sozza, di fatto, era, per passar poi la giornata a lanciar sguardi languidi alla finestra da cui i professori lo tenevano ben distante, consci di questo suo pigro distrarsi.
Oh e se si ha da parlar di distratti come non citare quel Leonardo che pareva passar le giornate in un giorno tutto suo.
A trent'anni, ricco ereditiero, passava le giornate oziando sulla sua seggiola di vimini che teneva sulla veranda della sua villetta fuori paese.
A dirla tutta, il suo non era ozio.
Dietro le spesse lenti dei suoi occhiali, in quella grossa testa magra come quella d'una cagna randagia, si muoveva formicolante un piccolo esercito di pensieri e dedizioni che occupavano le sue giornate vuote.
Leonardo pensava per vivere, si costruiva mondi fatti di lettere, politica e fisiche nuove fatte della moltitudine di tutoli lasciati dai suoi studi.
Ecco, questo sì, almeno negli studi Leonardo si era sempre dato da fare, e pure adesso, seppur in privata sede, non era raro che, nei giorni di brutto tempo, lo si trovasse nel suo salotto chino come un'adunco artiglio di falco a fissare con occhi grandi e lucidi grossi tomi sugli argomenti più disparati e, il più delle volte, inutili.
Ma nonostante le piovose circostanze, in questo caso, lo si sarebbe osservato rannicchiato a formar un bozzolo di trapunte dalla mole soffocante.
E così per le ore successive fino a quasi mezzogiorno, quando quasi rotolando si sarebbe pigramente alzato, come solito.
Era una pigra mattina astiosa, sotto uno stillicidio di pioggia mediocre tanto fastidiosa, quando Gianni si trovò in fronte il fascio.
*per coloro che tronfiamente me lo daranno per errore ricordo che esiste una differenza tra
Qui e cui
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La strana Vicenda di Ponte Sopra
General FictionIn un'italia nel pieno della resurrezione delle ultradestre, dove dar spettacolo è più importante di sanare un paese che cade in pezzi, nel piccolo paese di Ponte Sopra una formicolante comunità si vede costretta a fare i conti con un mondo che pare...
