Era inizio maggio quando Benjamin mi mandò a casa fiori e cioccolatini con allegati bigliettini di scuse.
Avevamo litigato prima di Pasqua, per una sciocchezza che io ricordi, ma per giorni non mi aveva nemmeno mandato un messaggio.
Anzi, non mi aveva nemmeno risposto ai messaggi.
Erano ormai due anni che stavamo insieme e 7 mesi che vivevamo insieme a casa sua a Milano, lui era proprietario di una catena di negozi di scarpe ed era sempre impegnato, io studiavo ingegneria a Milano ed ero pendolare, prima di andare a vivere da lui.
A Pasqua avevamo organizzato di andare giù dai nostri amici di Roma ed era tutto pronto, anche le valige:
"Federico ti prego porta solo l'essenziale hai 10 paia di pantaloni per 3 giorni!"
Si lamentò vedendomi aprire il bagaglio per la terza volta.
"Ben, avevamo detto che saremmo rimasti di più, ricordi?"
Avevo un sorriso che mi andava da un orecchio all'altro, ero in ansia ma anche felicissimo di stare un po' con lui senza cartacce di mezzo, senza impegni previsti ogni 15 minuti, senza i miei libri sparsi sul divano.
Mi sedetti sul bracciolo della poltrona mentre lui era impegnato a leggere dei documenti con una tazza con del caffè in mano.
Gli spostai il ciuffo dietro l'orecchio vedendo che gli ricadeva davanti agli occhi, avrebbe dovuto tagliarlo.
Sbuffò a quel gesto, pensai che se avesse avuto anche lui del tempo per andare dal parrucchiere, come avevo fatto io quella stessa mattina, li avrebbe rasati, nervoso com'era.
Direi era meglio che non ci fosse ancora andato.
"Non posso, forse ho dimenticato di dirtelo. Martedì pomeriggio devo vedermi con un imprenditore francese. Quindi sabato partiamo e martedì mattina ritorniamo."
Non mi guardò nemmeno mentre lo diceva.
"No Benjamin posticipa di almeno uno o due giorni, avevamo già deciso!"
Cercai di impormi.
"Non posso, per favore lasciami stare e rifatti la valigia se hai voglia di perdere tempo."
Nemmeno questa volta mi degnò di uno sguardo.
Ritenni giusto andarmene, poi pensai che quel comportamento fosse dovuto solo al fatto che ormai da giorni era agitato per colpa di quell'impegno che ci avrebbe rovinato i piani, dunque decisi che sarebbe stato opportuno rimanere lì e cercare di ammorbidirlo con qualche coccola.
Cercai di togliergli la tazza dalle mani per sedermi accanto a lui ma la tirò di nuovo verso di sé, rovesciandone il contenuto sui documenti che stava leggendo.
"Ma che fai! Mi hai sporcato tutto!"
Urlò, alzandosi improvvisamente.
Mi sentii in colpa.
"Mi dispiace, non era mia intenzione volevo solo prendertela e appoggiarla sul tavolo."
Cercai di sistemare pulendo la poltrona con dei fazzoletti, lui fece lo stesso con la sua camicia.
Gettò i fogli ormai imbevuti di caffè sul piccolo tavolo davanti a lui, sempre pieno di scartoffie, poi si portò le braccia al bacino e sbuffò guardandomi.
"Smettila di starmi così addosso!"
"Non ti sto addosso!"
"Sì che mi stai addosso, ho tremila cosa da fare non posso pensare a questo stupido viaggio!"
"Non è stupido, Ben, è la prima volta che andiamo a Roma posso essere felice per questo?"
Mi stava salendo il sangue a cervello.
Lui alzò gli occhi al cielo:
"Sii felice ma per favore vai in camera e se non è importante non disturbarmi fino a sabato mattina!"
Sbuffò ancora, poi prese il suo pacchetto di sigarette e uscì fuori in giardino, non rivolgendomi uno sguardo.
