You're here, but i miss you

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Dazai Osamu sapeva di avere una visione della realtà distorta; vagamente sociopatico, aspirante suicida e consumatore incallito di bende, conduceva la sua strana esistenza con sempre più fatica.
Poco tempo dopo aver lasciato la Port Mafia, iniziò a realizzare che i suoi pensieri perversi, oscuri e molto spesso malvagi, fossero davvero di cattivo gusto: fece questa considerazione spalancando gli occhi, mentre tentava di dormire nel suo piccolo e vuoto appartamento.
Effettivamente, si disse, iniziare ad avere un comportamento etico alla tarda età di 20 anni non era proprio una scelta di vita semplice da attuare.
Si alzò, frustrato. Ormai era la terza notte di seguito che, con calma apparente, si toglieva le bende in modo che l'azione stessa fosse quasi un rito. Le riavvolgeva con manualità e precisione; poi, si sedeva sul piccolo tappetino di fronte allo specchio del suo armadio, guardandosi senza sbattere le palpebre. Più resisteva, più si sentiva forte: peccato che, per la terza notte di fila, appena cedeva diventava la persona più fragile ed effimera dell'universo.
Le sue braccia rivedevano il sangue. Attuava piccoli tagli precisi: il suo obiettivo non era di provare dolore, ma di risvegliarsi dal topore che provava durante tutta la giornata. Quando finalmente scrollò di dosso tutta la noia, si sentì più euforico che mai. Il vero Dazai percepì la sua anima tornare a galla, passando per la gola, libera.

Era giusto essere così? Dazai ci pensava tutti i giorni, e tutte le notti non riusciva a bloccarsi, liberando il sé stesso che durante il giorno considerava malvagio. Era vivo, l'euforia usciva da tutti i suoi pori.
Rimise le bende con maestria, si vestì e si fiondò fuori. Aveva bisogno di vedere la sua amata Yokohama di notte, osservare la luna dalle striature blu grande e alta nel cielo, annusare l'aria frizzantina caratteristica delle ore più oscure. Senza nemmeno pensarci, si diresse al bar dove incontrava i suoi due vecchi amici. Davanti alle macerie i tagli bruciavano, perché vecchie ferite si riaprivano. Stette fermo - non seppe dire per quanto tempo - poi delle voci lo distrassero. Non erano in strada, ma soffocate; sembravano allegre. Poi vide uno spiraglio di luce esattamente di fronte al vecchio bar. Dazai ci si avvicinò, indeciso: avevano aperto un altro bar sottoterra? Dal piccolo foro, spiò i clienti. Iniziò a tremare quando riconobbe qualche persona al tavolo, uno in particolare.
Era Chuuya, che come sempre beveva elegante dal suo calice di vino, assieme a un'uomo che Dazai non aveva mai visto. Dazai si spostò subito. Sapeva bene che Chuuya aveva un sesto senso ridicolmente acuto per scoprire la spia di turno che, in questo caso, era proprio il suo ex compagno. Eppure Dazai voleva tanto dare un'altra occhiata. Una sola, si ripeteva, non sarebbe successo niente. Sapeva che poteva costargli la tranquillità di una notte passata da solo, ma Dazai non era mai stato forte con l'autocontrollo. Posò la testa in modo che l'occhio combaciasse con lo spiraglio, e stette a guardare. Chuuya aveva la stessa giacchetta di sempre, il cappotto nero buttato sullo sgabello di fianco aveva qualche bruciatura. La camicia era sporca, e lui spettinato. L'uomo di fianco gli diede una pacca sulla spalla mentre parlavano che Chuuya sembrò non apprezzare, ingoiando il suo rancore con l'ultimo sorso di vino. Lo zittì, prese il giubbotto e camminò verso l'uscita, che Dazai non riusciva a vedere. Osservò solo l'uomo rimanerci come uno stoccafisso, vedendo il suo compagno volatilizzarsi così velocemente.

Dazai soffocò una risata: Chuuya era sempre stato un caratterino intrattabile. Più gentile era la persona davanti a lui, più alte diventavano le possibilità del povero malcapitato di finire male la propria vita.
"Ti diverti?"
Dazai se lo aspettava. Sapeva che in quella notte tutto andava per il verso sbagliato: ma era davvero ciò che non voleva?
"Sì, quello sembra davvero stupido". Si rialzò e sorrise beffardo al suo ex compagno, camminando verso lui.
"È davvero un idiota, quasi ai tuoi livelli". Chuuya sbuffò contrariato: "che ci fai qui, Dazai?" Guardò l'uomo di fronte a sé con indecisione. Doveva essere amichevole? Doveva farlo fuori?
"Mi autocommiseravo. Tu sei di ritorno da una missione?"
"Sì".
"Sei troppo stanco per combattermi".
"Parla per te!" Dazai soffocò la seconda risata. Perché si sentiva così allegro e al sicuro?
"Senti Chuuya, devo proporti una cosa..."

You're here, but i miss youStories to obsess over. Discover now