La badante

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L'ambulanza andava veloce e a sirene spiegate verso l'o-spedale "San Giacomo" di Casermia, una piccola cittadina alla periferia di Napoli. A bordo c'era Riccardo Mendina, un uomo anziano di ottantotto anni appena colpito da un probabile caso di ictus cerebrale.

Ad una cinquantina di metri di distanza, Tania Kostov, una badante ucraina, seguiva il veicolo del 118 con la sua Ford Fiesta rossa. Quando l'ambulanza si fermò davanti all'en-trata del pronto soccorso la donna era appena arrivata nel parcheggio dell'ospedale. Pochi minuti dopo stava for-nendo, ad alcuni membri del personale ospedaliero, varie informazioni riguardo a cosa era successo e sulle condizioni generali di salute del paziente in questione.

"Adesso, signora, si accomodi fuori in sala d'attesa, per favore." Le disse la giovane infermiera. "Le faremo sapere qualcosa appena possibile."

Lei uscì fuori, all'aperto, e si accese una sigaretta. Fumava di rado. Pensò che in un caso simile una sigaretta le avrebbe calmato un po' i nervi. Di certo era visibilmente scossa. Anche se il signor Mendina era un uomo anziano avanzato negli anni e un tale episodio c'era sempre da aspettarselo, era stato comunque per lei una scena molto spiacevole alla quale aveva dovuto assistere. Lo aveva visto gironzolare tranquillamente, una decina di minuti prima che gli venisse il malore, nel piccolo giardino dietro casa sua in compagnia del suo cane Gioia, una femmina di labrador bianca. Si stava godendo le prime ore di sole di una tiepida giornata di aprile. Appoggiato al suo bastone, si era fermato per qualche attimo a contemplare, compiaciuto, un albero stracarico di limoni. Il primo a dare l'allarme era stato proprio il suo cane che, dopo aver visto il suo padrone accasciarsi al suolo, aveva iniziato ad abbaiare incessan-temente. La badante si trovava al piano di sopra intenta a sbrigare le solite faccende domestiche. Attirata dal conti-nuo abbaiare del cane si era affacciata dal balcone e, ve-dendo il signor Mendina disteso per terra, si era precipitata per le scale a soccorrerlo. Il vecchio, tremante e semico-sciente, aveva lo sguardo spento, fisso nel vuoto e la bocca storta dalla quale uscivano solo pochi bisbigli incompren-sibili. La donna aveva provato a gridare aiuto per richia-mare l'attenzione di qualche loro vicino di casa, ma nes-suno poté sentirla. La loro, era la penultima, in fondo, di quelle poche abitazioni situate in una stradina laterale di una via secondaria del paese. Dopo i primi attimi di smar-rimento chiamò il 118.

Tania Kostov aveva da pochi mesi compiuto cinquantatre anni. Era una donna di media altezza, robusta, quasi un po' rozza. Aveva gli occhi neri e capelli corti, dello stesso co-lore, che le scendevano leggermente sul collo. Non era particolarmente bella ma certamente molto simpatica con quel suo sorriso sempre così cordiale. Anche se il suo me-stiere non le permetteva di affezionarsi ai suoi clienti, la sua innata sensibilità e gentilezza le procuravano non poca tristezza quando, per un motivo o un altro, doveva sepa-rarsi da loro.

Proveniva da Siryaky, un paesino ad alcuni chilometri dalla grande città di Kharkov, ai confini con la Russia. Era in Italia da quasi dieci anni. Aveva capito che con i soldi che portava a casa suo marito, un muratore saltuario, non sa-rebbero mai andati da nessuna parte. Così, un giorno, piena di spirito di iniziativa e con tanta voglia di lavorare, decide di venire in Italia, come tante altre migliaia delle sue connazionali.

Aveva mandato ai suoi, durante tutti questi anni in Italia, abbastanza soldi da far prendere, a sua figlia Yelena, una laurea in lingue e mandare suo figlio Sergey al suo primo anno di università. Ma la nostalgia di casa era forte. Quelle tre settimane l'anno, nel mese di agosto, che spendeva col loro quando li andava a trovare, voleva che non finissero mai. Lavorava al servizio del signor Mendina da poco più di cinque anni, subito dopo la scomparsa della moglie dell'anziano uomo, la signora Adele, morta all'età di set-tantasei anni dopo l'ennesimo e fatale attacco di enfisema polmonare. Dopo aver finito di fumare, decise di telefonare alla signora Teresa, moglie di Armando Mendina, nipote del signor Riccardo. Non è che questa donna se ne im-portasse molto delle condizioni di salute del vecchio, però, la Kostov aveva ritenuto doveroso doverla informare dell'accaduto e che lei, a sua volta, potesse riferirlo a suo marito. D'altronde la signora Teresa e suo marito Armando erano le uniche due persone con le quali, lei, aveva un minimo di contatto per questioni riguardanti l'anziano uomo. Dopo essere stata informata della vicenda, la donna alla fine si limitò a dire. "Va bene, signora Tania, grazie per avermi chiamata. Informerò mio marito non appena sarà ritornato dal lavoro stasera. Ciao."

Dopo la morte di sua moglie Adele, Riccardo Mendina era rimasto praticamente solo. Fu proprio in occasione del funerale della sua consorte che vide i suoi due figli per l'ultima volta. Sua figlia Marisa viveva con la sua famiglia, da anni, in Alto Adige. Con lei aveva litigato da molto tempo e neanche in quell'occasione si erano parlati.

L'uomo aveva sempre provato ad ostacolare la relazione della figlia con l'attuale marito, un cittadino austriaco di colore. L'idea che sua figlia si mettesse con un uomo di colore, proprio non gli andava giù. E quando lei minacciò suo padre che se ne sarebbe andata via di casa, a ventidue anni, piuttosto che troncare la relazione, lui non glielo fece ripetere la seconda volta. Il figlio Vittorio, invece, che viveva anche lui da anni in Argentina con la sua famiglia, ancora comunicava con lui, anche se lo faceva molto ra-ramente. Se c'era qualche altro suo familiare in giro, molto probabilmente neanche lo sapevano che lui fosse ancora vivo.

Quando l'infermiera dell'ospedale la scosse leggermente per svegliarla, lei sobbalzò dalla sedia nella sala d'attesa; si era appisolata per circa un'ora. "Mi scusi, signora, c'è il dottor Martini che la sta aspettando nel suo ambulatorio. Le vorrebbe parlare per qualche minuto."

Il giovane chirurgo stava seduto dietro una scrivania grigia. "Signora Kostov, se i miei colleghi non mi hanno riferito male lei dovrebbe essere la badante del signor Mendina, giusto?"

"Sì, dottore. Sono la sua badante da più di cinque anni." Si affrettò a confermare con il suo spiccato accento straniero.

"Ora, signora, cercherò di spiegarle, grosso modo, come stanno le cose. Il signor Mendina è stato colpito da un ictus ischemico, causato da una forma di trombosi cerebrale. Cioè un grumo di sangue che si forma all'interno di un'ar-teria e blocca l'afflusso del sangue al cervello. Mi segue, fin qui?"

Le chiese il medico, consapevole della limitata conoscenza della lingua italiana della donna.

"Sì, sì, ho capito benissimo." Rispose, lei, senza esitare. "Abbiamo dovuto operarlo per rimuovere il grumo di sangue. Possiamo dire che l'intervento è andato bene anche se è molto probabile che il cervello abbia subìto dei seri danni irreversibili. Potrà, per esempio, avere problemi a parlare, camminare e altro. Questo, però, lo sapremo con più precisione nelle prossime ore, quando avremo l'esito della TAC. Teniamo presente che il signor Mendina ha un'età molto avanzata e uno stato di salute generale non proprio soddisfacente. Questo non ci facilita certo le cose, comunque per adesso rimarrà sotto osservazione per alcuni giorni per poter monitorare eventuali cambiamenti. Ve-dremo cosa succederà in appresso, va bene?"

"Molte grazie, dottore, lei è stato veramente molto genti-le."

Replicò Tania Kostov sfoggiando uno dei suoi più cordiali sorrisi.

Lui le strinse la mano, sorridendo a sua volta. "Non c'è di che, signora."

Dopo aver parlato con il medico decise di tornare a casa.


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