04/08/2018
Era mezzogiorno, oppure l'una, non ricordo, e il sole ormai era alto, faceva caldo, quel caldo umido che ti opprime e ti porta a sudare. La fila di persone che più o meno ordinatamente si era formata aspettava di scorrere, ed avanzava lentamente di qualche passo ogni volta che sul tabellone luminoso appariva un numero. Così coloro che si trovavano in cima oltrepassavano il tornello con facce liete, qualcuno senza celare un minimo di paura per ciò che sarebbe venuto.
Dovevamo attendere anche noi, come gli altri, parlando della scuola ormai finita, dell'esame di maturità conclusosi da meno di un mese, ancora fresco nelle nostre menti, con i suoi lasciti composti da emozioni, speranze disattese e ricordi probabilmente indelebili. Se ne andavano i minuti e fremevamo di provare l'attrazione per la quale stavamo aspettando: l'ispeed di Mirabilandia, famosa per la sua notevole accelerazione impressa da un lancio magnetico capace di portare il treno ad una velocità di 100 km/h in 2,2 secondi. Libidine per un adolescente come me a cui piace provare certe giostre mozzafiato.
Ad un tratto però una normale, consueta, banale e monotona fila si trasforma in un momento di riflessione, quando un uomo di circa quaranta anni scavalca una barriera limitante la fila per passare avanti ad un gruppo di persone che non si rendono conto inizialmente dell'accaduto. Il gesto viene imitato anche dalla donna che si trova con lui, suscitando subito lo sdegno mio e del mio amico. Ci guardiamo negli occhi, consapevoli di aver notato qualcosa di strano, qualcosa che non dovrebbe accadere. Allora ci rivolgiamo a lui educatamente, invitandolo a tornare nella sua posizione, sottolineando come il "superare la fila" sia sbagliato nei confronti di coloro che attendono diligentemente il loro turno per fruire dell'attrazione. "Se dormono passo", ecco la risposta sfrontata, secca, perentoria che ci rivolge con gli occhi ridenti, credendo di aver compiuto un bel gesto, forse anche di meritare la stima della folla, che si trova davanti un individuo capace di ottenere ciò che vuole, di prendersi qualcosa perché non visto dagli altri facendo valere il suo istinto di sopraffazione, applicandolo in una circostanza a detta di molti sciocca e non meritevole di attenzione.
Non contenti del risultato lo invitiamo sempre educatamente, ma con la voce più convinta, a riprendere il suo posto e di comportarsi da persona rispettosa delle regole. Qualcuno, a causa del dialogo che viene udito, rendendosi protagonista di quel minuto, viene attirato ed osserva la scena.
Un dubbio: lasciare che finisca così, che questo fatto, per quanto minimo, passi in secondo piano? Che forse dobbiamo lasciar perdere, in fondo quell'uomo non ha mica ammazzato nessuno, ha solamente mostrato la sua cafonaggine, la sua sfrontatezza, no? No, proprio no, niente affatto. Dobbiamo far valere questa norma, dobbiamo riportarlo alla ragione, farlo tornare al suo posto. Perché? Perché è giusto così. Allora il dubbio se ne va con la stessa velocità con la quale si era presentato, ci lascia liberi di pensare con la nostra testa, di applicare quel minimo di buon senso del quale siamo dotati, di prendersi sulle spalle una situazione, di poter fare qualcosa.
Glielo ripetiamo ancora, fino a quando, accortosi che anche altri lo stavano "guardando male" e lo invitavano caldamente a ritornare sui suoi passi, scavalca nel senso opposto e ritorna nella posizione di origine, sbuffando.
Vergogna? Ripensamento? Non lo so sinceramente. So però che quell'uomo è stato positivamente condizionato in questo caso dalla coscienza collettiva, ovvero da quello sguardo della folla che lo ha spinto a capire di trovarsi nel torto, che lo ha metaforicamente riportato nei suoi ranghi facendogli intendere che il "furbo" ha vita breve e che non rispettare una semplice regola non rechi ammirazione, bensì indignazione.
Il ruolo quindi che assumiamo nei confronti degli altri penso essere di fondamentale importanza. La responsabilità e il corretto modo di comportarsi di un gruppo possono correttamente mettere un altro nella posizione di interrogarsi sulle proprie azioni, e, perché no, regalargli la possibilità di correggersi. Per questo mettersi in gioco e non lasciar passare tutto al caso, al "tanto ci penserà qualcun altro" può essere un impegno proficuo, capace, come in questo caso, di portare risultati.
Probabilmente quell'uomo salterà ancora altre file, forse l'ha già fatto mentre sto scrivendo, tuttavia quella pulce nell'orecchio, quel monito, quel ricordo, quel pensiero, quell'attimo nel quale si ricorderà di tutti i momenti come questo sono sicuro che non lo abbandoneranno facilmente.
Se questa lettura ti è risultata interessante, sarei lieto che tu lasciassi un commento per farmi capire cosa ti abbia colpito. Grazie,
Francesco
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Mia mente
Short StoryImpressioni, pensieri, riflessioni che accumulo ed avverto l'esigenza di condividere dopo averli ordinati vestendoli di parole
