Introducing me.

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Non avevo mai pensato a come fosse la felicità. Sapevo che esisteva, come quando da bambini ci raccontano di quell'omaccione paffuto vestito di rosso e trainato da renne che ogni santa notte di Natale si cala nei nostri camini e ci lascia dei regali di merda sotto l'albero.
Ero sicura che esistesse, ma non l'avevo mai visto.
Sapevo che mangiava i miei sacri biscotti che mamma amava lasciare sotto l'albero insieme ad un bicchiere di latte, e poco dopo capii anche il perché della corporatura di Babbo Natale, ma ancora adesso non capisco il perché della cintura, non dovrebbero nemmeno stargli i pantaloni!
Beh, era così anche con la felicità. Sapevo dell'esistenza e ne ero fermamente convinta, finché, alla tenera età di 8 anni, non scoprii che quell'uomo, in realtà, era una finzione.
Sono Barbara, Barbara Palvin. Ho 18 anni, e sono triste. La tristezza ha cominciato a farsi sentire all'inizio della prima superiore. Si è manifestata poco a poco, giorno per giorno. Iniziai dalla solitudine. Non ho un amico, nessuno che mi parli, nessuno che mi chieda soltanto come sto. Poi passai lentamente a un momento in cui pensavo di essere io, quella sbagliata. Ed ho sbagliato. Ho iniziato a farmi del male e ho pianto, ho pianto così tanto che non sapevo più cosa volesse dire non addormentarsi con le guance rosse e bagnate dalle lacrime.
Mia madre mi portó da una psicologa. Pensavano che fosse dovuto alla morte di mio padre, l'unica persona che mi faceva sentire libera, che mi viziava di baci, l'unica persona che adesso non c'è più, probabilmente, era il mio unico regalo giusto sotto l'albero.
Trevor Joseph Palvin era mio padre. Si spense la notte del 14 ottobre 2014, mentre stavamo guardando il nostro film preferito: la Champions League.
I medici dissero che fu un infarto, che semplicemente il suo cuore aveva smesso di battere.
Mi manca. Mi manca dannatamente abbracciarlo e sentire il suo profumo di menta e tabacco, che fumava a volte quando mia madre lo faceva esasperare.
Mia madre, dal canto suo, non mi è mai stata vicina, e di conseguenza la mia simpatia nei suoi confronti è pari a quella che provo per lo streaming che si blocca proprio nel momento cruciale della mia serie tv preferita. Ha iniziato a darsi la colpa per la morte di mio padre un paio d'anni fa, quando, presa da una crisi di nervi, le dissi che se non l'avesse sposato probabilmente sarebbe ancora qui, anzi, sicuramente.
Portarmi da uno psicologo la faceva sentire al sicuro, come se il mio "problema" adesso fosse minore perché qualcuno sà come aiutarmi.
Ho acconsentito a visitare un dottore perché volevo sapere che stronzata si sarebbe inventato per quei 50€ che mia madre spendeva per un'ora alla settimana, e mi stupì: fu in grado di ripetere esattamente quello che pensava mia madre, senza darmi aiuto di alcun genere. Devo ammetterlo però, mi feci delle grosse risate.
Sono passati quattro anni dalla morte di papà, e per quanto lui mi manchi dannatamente tanto penso di aver già superato la cosa.
Infatti la mia tristezza non deriva da qualcuno che non c'è più, ma da qualcuno che è ancora vivo e vegeto, e che sono costretta a vedere ogni santo giorno a scuola, la mia paura più grande: il mio bullo.

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