Prefazione

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C'è un quadro di Klee che s'intitola Angelus Novus. Vi si trova unangelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. da Tesi di filosofia della storia, Walter Benjamin 




Sono queste le prime immagini a cui pensavo quando l'Autore, un amico paziente, mi ha chiesto una paginetta di impressioni per la prefazione del suo libro. Incarico che ho, in un primo tempo, schivato, per un naturale senso di cautela, forse dovuto alla fin troppo consapevole convinzione che oggi troppo si scrive, spesso malamente e con tracotante egolatria, su qualsiasi cosa, sugli infiniti mezzi e papelli e canali che il mondo della tecnica "democratica" ha messo alla portata di tutti e di ognuno.

Poi ho capito che sbagliavo, che il piacere di leggere le poesie contenute in questo libro avrebbe in me risuonato in modo ancora più reale, se solo avessi provato, leggendole, a tentare l'abbozzo di una pubblica riflessione, che qui propongo come un contributo insaturo, una lettera che riporta impressioni e immagini frammentate, scritte di getto. Una sorta di completamento, per arricchire una lettura altrimenti solitaria, come ha da essere la lettura della poesia di oggi o, se si preferisce, come la scelta di corrispondere alla domanda aperta che, sempre, accompagna ogni libro di poesie scritte con caparbia visione e, comunque, autenticamente vissute.

E allora provo a cimentarmi in questo gioco, e dico la mia, alle e sulle poesie che ho letto, e pazienza se l'Autore - che mi perdonerà - potrà riconoscere o meno la sua fatica nelle mie note. Il testo, al fondo, appartiene a chi legge.

Ho letto la raccolta tutto d'un fiato, la prima volta. Perché il Libercolo Nero, alias Profondo Nero, è davvero un quadro unitario, una collezione ben poco casuale di momenti di vita, di emozioni, di attese, di rimandi a una autobiografia che continuamente si stende. Il sapore di una poesia rimanda alla successiva, e quella a quella che seguirà dieci pagine dopo, e così via, in un intreccio che si complica e si arricchisce via via che lo si percorre.

E il colore dell'intreccio che via via si afferma nello sguardo di chi legge è, appunto, quello di un buio inverno che sembra essere calato sul nostro tempo: "Ho visto, un angelo nero, col sorriso di neve, col gelo nel cuore...".

Il disincanto che si coglie non pare una posa moralistica, dettata da un atteggiamento giudicante, sterile e già esaurito in se stesso; al contrario, lo sguardo crudo sulla nostra realtà sociale lascia trapelare una possibilità non solo teorica all'avvento dell'Altro: "che sai dar tu, allo straniero?" (da "Al popolo italico").

E nell'intreccio di un verseggiare rapido, ritmato, rimato quel che basta a colorare le emozioni e a rispecchiarle in chi legge, in un dialogo serrato col lettore, che sollecita e intriga rifuggendo le lusinghe di una facile intesa, ecco che "speranza di nuova vita", "come tutto, destinato a passare, prima o poi, dovrà ritornare" (da "C'è un settembre"). E "questo pensiero, il sentire nuovo e vero, antico risolto filo, intero mai spezzato" riemerge come una luce nuova, una possibilità più lieve di pensiero, di speranza, un'alba ad annunciare forse la possibile schiarita: "ritorna sincero, e vero, risorge un'alba, mai vista, sul libercolo nero" (da "E sul libercolo nero").

Frammenti, immagini di sogno nel viaggio del nostro, che "come un aquilone in una tempesta", attraversa una tensione che non si ferma allo spettacolo spettrale del "tempo inverso" in un "Overlook Hotel" madido di smarrimento, ma che sa cogliere la luce di un "faro scoperto, di nuovo pieno, intero". Perché "ora saggezza, è fare tesoro, di questa trovata, pienezza" (da "Faro").

Così, sembra fare capolino, fra crude immagini di guerra, dell'11 settembre o di una strage di Stato, una tensione che, non temo di dire, mi ricorda il senso della compassione che, secondo Walter Benjamin, anima l'angelo della storia nel famoso quadro di Paul Klee. L'angelo pietoso che volge lo sguardo all'indietro, a contemplare i corpi e le voci dolenti dei vinti, gli sconfitti della Storia e di tutte le storie.

Ecco allora che le brume nerastre di un inverno ostile - l'inverno del nostro scontento, si potrebbe dire - lasciano talvolta intuire gli spazi di una possibilità diversa. Perché se è vero che "il vero vero, è ancor peggiore, del più temuto, dolore" (da "Ostica"), la poesia sa riconoscere che il bene esiste, anche se "anche se, per vederlo, ancora una volta, occorre voltarsi all'indietro" (da "Il probo esiste").

Come l'Angelo di Klee, ancora una volta.

A cura di Francesco Simoni

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