1° CAPITOLO

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Peter digitò velocemente l'ennesima e-mail di quella sera. Odiava con tutto se stesso dover adempiere a quel lavoro burocratico, ma in quanto proprietario di uno dei più famosi locali di New York sapeva che tutto doveva essere in regola. E chi avrebbe dovuto farlo, se non lui? Con un sospiro si alzò da quella sedia, comoda quanto una gabbia dorata, e decise di fare il solito giro per quella che ormai considerava una seconda casa. Non appena mise un piede fuori dall'ufficio un forte odore di pelle, incenso e olio lo colpì piacevolmente: era un mix che aveva immaginato essere perfetto per un luogo alternativo come il "Lyrique". Il nome non era molto indicato ma Peter mirava a una clientela ristretta e fidata, infatti solo pochi avevano goduto dell'intima atmosfera del suo locale dotato di due sale: una più piccola riservata alle piacevoli conversazioni e alle consumazioni e una più grande dove si trovava l'anima della festa. Ammirò le quattro gabbie sospese ai vertici immaginari di quel cerchio perfetto, controllò che fossero ben assicurate e che il rivestimento di cuoio alla sua base fosse pulito, fece la stessa cosa col tavolo al centro della sala. Anche se quel pezzo di legno era più un sostegno per una delle sue ragazze, pratica nell'arte dei tessuti aerei, che un oggetto adatto per mangiare. Il rumore di una porta che si apriva lo fece destare dai suoi pensieri e tornare nella sala più piccola, dove la sua fedele barista Lydia stava accogliendo con un sorriso le ragazze appena arrivate: mancava poco all'apertura ormai. Le salutò con un cenno della mano mentre si dirigevano verso le loro camere per prepararsi,notando solo all'ultimo che l'unico ragazzo del gruppo mancava all'appello, ma non ebbe neanche il tempo di preoccuparsi perché il giovane entrò in quel momento con uno sguardo di scuse sul volto e le mani giunte sotto il mento

<<Già in ritardo il primo giorno della settimana, Stiles?>>

<<Mi dispiace! Il tram ha avuto un ritardo>>

Non aspettò neanche la risposta e svanì dietro la porta riservata allo staff, Stiles era il suo preferito, anche se non gli aveva mai riservato trattamenti speciali. Era venuto da lui quando aveva solo diciannove anni per chiedere lavoro, era stato mandato da un vecchio amico di Peter che garantiva per lui nonostante l'inesperienza nel settore, e l'uomo l'aveva preso in prova per un mese. Superato l'imbarazzo iniziale era diventato perfetto, nessuno riusciva a posare totalmente legato dentro una gabbia con il suo stesso candore, era come se donasse purezza a quella pratica incompresa che era il bondage. Infatti, era quello che principalmente avveniva nel locale: le sue ragazze venivano legate da Jordan, un professionista in legature Shibari, all'interno delle gabbie che avevano più il compito di creare l'atmosfera ed evitare che qualcuno allungasse troppo le mani. Anche se, per questo, c'erano un numero fin troppo elevato di uomini della sicurezza: due per ogni gabbia, quattro nella sala piccola e altri due all'entrata. Non che non si fidasse dei suoi clienti, ma sapeva che spesso l'eccitazione poteva portare a compiere atti stupidi, quindi preferiva non rischiare. Lo spettacolo non durava più di una mezz'ora abbondante per ragazza e c'era sempre una pausa a separarli, la paga era buona e le giovani erano tutte maggiorenni e con un contratto. Era fiero di essere riuscito a creare un locale come il suo, dotato di professionalità e raffinatezza: aveva spesso ricevuto molti complimenti sul beige delle sue pareti o sulle tende rosse in raso che, artisticamente, celavano la luna e il suo chiarore. L'atmosfera era tutto, in quel luogo. Il suo orologio digitale suonò ricordandogli che doveva cambiarsi prima della serata, era sempre partecipe e girovagava fra la sua clientela per assicurarsi che tutto fosse nella norma. Ma quel giorno aveva un motivo in più per mettersi in tiro: il suo austero e noioso nipote aveva accettato di visitare per la prima volta dopo anni il suo piccolo impero, e Peter aveva tutte le intenzioni non solo di vantarsi come Narciso ma anche di presentarlo a tutti gli uomini importanti che conosceva. Infatti, sotto l'aspetto severo, si celava un talento dell'informatica che lavorava presso una delle più famose aziende di New York: in poche parole il suo unico cucciolo era riuscito a guadagnarsi una vittoria nella sua vita di sconfitte. Era molto fiero di lui.

Ore dopo le sale ospitavano una moltitudine di persone, Lydia si stava dando da fare preparando cocktail di ogni tipo mentre Kira portava nei graziosi tavolini accanto ai divanetti in pelle le varie ordinazioni; nell'altra sala, invece, una dozzina di persone stava ammirando il lavoro di Jordan su Erica, una ragazza bionda dal sorriso malizioso. Stava eseguendo una legatura non troppo complessa ma che riusciva ad esaltare ogni forma della giovane, era sempre un piacere notare la profonda attenzione con cui gli spettatori osservavano la scena, seguendo ogni movimento con gli occhi. In realtà sapeva che molti venivano non solo per godere della bellezza del momento, ma anche per osservare a livello tecnico i nodi e le tecniche utilizzate, non che gli desse fastidio. L'importante era non causare disturbo. Un colpetto sulla sua spalla lo fece voltare, si ritrovò davanti uno sguardo cupo e innervosito che conosceva fin troppo bene

<<Caro nipote, già arrabbiato? Cosa ti ha fatto il mondo?>>

Peter adorava prenderlo in giro, soprattutto perché sapeva quanto il giovane lo odiasse, infatti ricevette in risposta una smorfia infastidita

<<Non farmi pentire di essere venuto a questa assurda pagliacciata>>

L'offesa non lo toccò minimamente, anzi lo spinse ad afferrare saldamente il suo braccio muscoloso e a scarrozzarlo a suo piacimento per quella "pagliacciata". Si sarebbe divertito molto.

Due ore dopo Derek era riuscito a sfuggire dalle grinfie dello zio per qualche minuto, non che facesse differenza: quel luogo gli era così indifferente da fargli preferire il lavoro che lo attendeva a casa. Certamente era felice per Peter, si era impegnato molto per realizzare il suo sogno, ma proprio non capiva cosa ci potesse essere di intrigante nel vedere persone mezze nude che si facevano legare come un salame. Totalmente schiave della situazione e, soprattutto, dell'uomo che era con loro nella gabbia. Lui non avrebbe mai permesso a nessuno di metterlo in una posizione così sottomessa, al massimo sarebbe stato l'aguzzino che legava la sua povera vittima... un sorriso cattivo gli incurvò le labbra sapendo che lo zio l'avrebbe rimproverato per i termini utilizzati, se li avesse sentiti. Onestamente era stanco dei suoi monologhi sulla sensualità e l'esperienza del bondage, sembrava volergli ricordare costantemente che sapeva benissimo di cosa parlava e delle intense esperienze di vita che aveva vissuto. Evidentemente al contrario di lui, che viveva nella stessa città da tutta la vita e che lavorava nel settore informatico, più noioso di così non si può. I suoi lamenti interiori vennero interrotti da una vista accattivante, in realtà fu come se il karma volesse dargli un bel calcio nelle palle, perché quello che i suoi occhi incontrarono fu proprio la limpida concretizzazione di tutto ciò che aveva insultato fino a un momento prima. Un ragazzo giovane, forse troppo, era inginocchiato dentro una delle gabbie che esaltavano il salone, indossava un paio di boxer bianchi che sembravano, allo stesso tempo, armonizzarsi con la sua pelle chiara costellata di nei, e scontrarsi con le corde rosse che l'uomo dietro di lui stava usando. Derek rimase ammaliato dalle mani che, sicure, creavano nodi su quel corpo latteo ma il vero shock fu immergersi in delle iridi nocciola. L'uomo le trovò prive di paura o vergogna, al contrario sembrava il ragazzo si stesse abbandonando languidamente al tocco dell'altro. Si stava imponendo di distogliere lo sguardo da quei vortici ormai ambrati, ma era come paralizzato e neanche l'altro sembrava intenzionato a mollare il contatto visivo. Probabilmente non lo aveva mai visto lì, non che stesse guardando proprio lui, era semplicemente finito nella traiettoria del ragazzo. Gli era di fronte, dopotutto. No, non lo stava fissando da cinque minuti buoni e lui non stava assolutamente immaginando di mordere i fianchi morbidi e soffici di quel moccioso. Assolutamente no. Era una follia. Come lo era rendersi conto del modo in cui angelico e peccaminoso si incastrassero alla perfezione in quel momento: la gabbia era il fuoco e al suo interno si trovava un angelo, eccitato dalle fiamme che gli lambivano la pelle. Con sgomento si accorse di avere un accenno di erezione, che nascose prontamente, ma non prima di incrociare il ghigno divertito e famelico del suo amato zio. Si, era stato un bel calcio nelle palle. 


Lyrique- SterekDove le storie prendono vita. Scoprilo ora