54 - Sabato 17 Dicembre

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Era l'ultima sera da passare lì ed io ero seduto al bancone dell'American Bar da solo. Come unica compagnia, il barista che ormai mi aveva preso in simpatia e mi faceva pagare solo la metà di quello che bevevo. Era una di quelle sere in cui odiavo saper reggere così bene l'alcool. Avrei voluto una scusa per non ricordarmi nulla, perdermi e ritrovarmi soltanto il mattino dopo.

Andrea e Marco erano spariti poco dopo essere arrivati lì. Li avevo visti di sfuggita parlare di nuovo con le ragazze della stanza accanto alla nostra. Terry aveva di nuovo ceduto al fascino dei libri e non si era voluta muovere dalla stanza. Daniela non volevo neanche sapere dove si era caccaita. In quel momento per me sarebbe pure potuta esplodere in mille pezzetti e non avrei versato neanche mezza lacrima. Ludovica e Meg, invece, le avevo sempre sotto gli occhi. Erano sedute dritto di fronte a me, insieme a Diego e Jay. Non so perché ma ci avrei potuto scommettere che sarebbe andata così. Meg aveva passato l'intera giornata insieme a lui e Ludovica aveva avuto per me solo sguardi dispiaciuti, delusi. Non avevo avuto il modo di parlare a nessuna delle due. E forse non volevo neppure, perché sapevo che la situazione non sarebbe cambiata. La mia parte di colpa ce l'avevo e facevano bene ad odiarmi. Ogni tanto cercavo di risollevarmi, scusandomi e pensando che fosse una reazione esagerata la loro. Dopo tutto non stavamo insieme, non l'avevo tradita. Ma solo pensarlo mi faceva sentire una merda ancora di più. 

In quel momento, mentre mandavo giù l'ennesimo sorso di alcool che sarebbe servito solo a bruciarmi la gola, mi stava fissando. Vedevo chiaramente gli altri tre accanto a lei ridere, ma Meg era come bloccata in un'altra atmosfera. Una vecchia videocassetta che qualcuno aveva costretto a un fermo immagine. Gli occhi puntati su di me erano, però, diversi da quelli a cui mi ero abituato nell'ultimo tempo. Non erano dolci e sereni. Sputavano rabbia, rancore, tristezza. Tutto condito con un pizzico di delusione e paura. Le labbra serrate a voler dimenticare di essersi donate a me, a voler cancellare il mio sapore, a voler eliminare ogni possibilità di ritorno. 

Distolse lo sguardo. Rise guardando Ludovica e rispose ad una battuta di Jay, mentre passava la mano sulla schiena di Diego. Lui la desiderava. Lo capivo da come la fissava in continuazione, cercando in modo quasi spasmodico un contatto con lei. Le prendeva le mani mentre parlava, le accarezzava il ginocchio scoperto mentre la ascoltava, le scostava i capelli dal viso. Lei gli permetteva tutto. Non si tirava indietro a nessuna carezza. Gli aveva aperto la porta. O almeno di questo lo stava convincendo. E lui non si tirava indietro di certo, anzi. Continuava a tentare di accarezzarla sempre più spesso, ad accarezzarla sempre più a lungo, a spingersi verso nuovi campi. 

Ludovica e Jay avevano preso a parlare fitti tra loro, abbracciati sul divanetto, scambiandosi coccole da innamorati provetti. I loro sguardi lanciavano pioggia di dolcezza e passione. Poco distanti da loro, invece, di dolcezza sembrava esserci rimasto poco. Meg e Diego parlavano, ma si capiva da molte miglia lontano cosa stessero facendo. Sembrava di vedere il pavone esibirsi nella sua ruota e la pavonessa ammicante andarglisi a strusciare contro. Era come se lo spirito di Daniela si fosse improvvisamente impossessato di Meg. E il mio senso di colpa andò a farsi friggere. 

Scolai l'ultima birra e salutai il barista che mi ricambiò con un enorme sorriso, felice probabilmente dell'incasso che aveva ricavato da quella mia serata in solitaria. Decisi di tornare in camera. Non potevo più restare lì a guardare Meg fare la troietta con quello. Che lo facesse sul serio o che stesse solo facendo finta di essere disponibile per poi rifilargli un altro due di picchie non mi interessava. Non potevo sopportarlo comunque. Arrivato sulla porta d'ingresso mi ricordai che le chiavi le aveva tenute Marco. Preso dalla mia incazzatura gliene mandai quattro. Perché avevano dovuto dare a me la responsabilità della stanza quando poi loro si portavano a spasso la chiave? Imprecando mentalmente mi appoggiai alla porta, scoprendo che era stata lasciata aperta. Entrai nella casetta pensando che almeno avrei atteso il loro rientro al riparo dal temporale che sembrava prossimo visti i tuoni che si sentivano. Loro sarebbero comunque rientrati da lì, sia che avessero di nuovo scelto camera nostra, sia che avessero optato per quella delle ragazze. Sperai solo che non fossero già dentro. 

If I don't love you, yet.Where stories live. Discover now