Non chiamatela malattia

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Aveva la barba folta e bianca e in testa molti più capelli di quanto ci si potesse aspettare per la sua età. Piero era un uomo che aveva avuto tanto dalla vita, ma da tempo lo consideravano malato.

Era stato in cura da diversi medici e ognuno propinava le proprie teorie ed eventualmente, somministrava i farmaci che credeva opportuni. Piero non faceva altro che ricordare i tempi che erano passati. Ricordava i viaggi con la moglie Bice, la fatica del lavoro nella campagna, i gesti d'amore, i sacrifici per i figli e li raccontava ogni giorno, a chiunque avesse la pazienza di ascoltarlo. A quella malattia non avevano dato un nome, eppure cercavano di curarla in ogni modo, come fosse un ossessione di voler tornare a momenti che appartenevano al passato.

Un giorno, su una panchina del parco, incontrò un uomo della sua stessa età, impegnato a leggere il giornale.

-Cosa dice la cronaca oggi?- chiese Piero nel tentativo di introdursi nel discorso.

-Solite storie, c'è chi ruba credendosi furbo, chi ruba immaginandosi ricco, chi ammazza in guerra e chi in casa propria. Niente di diverso dalle pagine di ieri-

-Sono tempi diversi, all'epoca nostra era tutto più tranquillo-

-Dipende cosa intende per tranquillità. Ormai siamo vecchi e i nostri acciacchi ci limitano nelle azioni, ma anche la nostra generazione ha fatto il suo-

-Gli acciacchi...già. Mi dicono che sono malato, ma non capiscono come definire la mia malattia. Mi danno medicine che non servono e fanno discorsi che non riesco a capire-

-Mi dispiace tanto...comunque piacere, mi chiamo Armando-

-Piacere mio, Piero-

-Di cosa si tratta?-

-Sa, mi piace ricordare il passato. Ammetto che lo faccio di continuo, ma a chi faccio del male? Mia moglie è l'unica che mi capisce. Grande donna lei. La conobbi che era bellissima: i capelli ricci, castani e gli occhi chiari. Anche ora è una donna meravigliosa. Ricordo ancora di quella volta che nel parco ci mettemmo a tirare a canestro e accidenti se era più brava di me. Piccola piccola, ma che tiro che aveva. Oppure di quella volta che salimmo su, al castello e c'era un vento pazzesco. Tutti quei ricci erano in balia dell'aria e le scattai una foto proprio mentre i capelli le si alzavano sul capo come risucchiati da un'aspirapolvere. Che risate che ci facemmo...-

-Non voglio interromperla signore, ma sta esattamente raccontando ancora del suo passato-

-Ha ragione, ma è la malattia sa. Non me ne rendo nemmeno conto. Come quella volta che iniziai a parlare a mia moglie Bice di un fatto avvenuto a scuola, ma fui talmente prolisso che mi implorò di smetterla, perché desiderava dormire-

-Signor Piero, lo ha fatto ancora...-

-Ha ragione, mi perdoni...mia madre mi diceva che soltanto al telefono ero di poche parole. Sa, quando ero via per il militare i tempi erano ristretti. Avevamo giusto il tempo per ricordare a vicenda che voci avevamo-

-Signore...-

-L'ho fatto ancora lo so, accidenti...-

-Se posso permettermi di dirle una cosa signor Piero, io non sono un medico, ma la sua non è una malattia. Io credo che l'unica "malattia" di cui lei soffra si chiami nostalgia. La nostalgia è perdersi nei bei ricordi per poi sbattere contro il muro della realtà accorgendosi, in lacrime, che qualcosa è cambiato. Non deve averne paura, la nostalgia è un sentimento comune. Lei forse è semplicemente più nostalgico della media, ma lo ha detto anche lei: che male fa?-

-Lei dice, Armando?-

-Certo! I medici che medicine le danno?-

-Integratori, rilassanti, cose così, ma tanto i ricordi me li potrà togliere soltanto la vecchiaia o la morte-

-Allora non abbia paura, non ha bisogno di un medico. Se ha voglia di raccontarmi qualche altra storia l'ascolto. Magari verrà voglia anche a me di confidargliene una-

-In effetti, mi ricordo di quella volta...-

E così continuarono a scambiarsi memorie su quella panchina per ore, perché la nostalgia si cura soltanto così, tenendo vivi i ricordi che vivi ci hanno fatto essere.

C'era una volta la vitaWhere stories live. Discover now