Sin da quando ero una bambina, gli unici suoni -o meglio, rumori- che le mie orecchie avevano sentito erano state urla.
No, non avevo problemi uditivi e non ero pazza, non sentivo voci inesistenti nella testa.
Erano soltanto i mostri.
I mostri che urlavano ogni giorno.
I mostri che mi avevano portato via tutto.
I mostri che mi avevano precluso la felicità e che mi avevano condannato ad un'infanzia vuota, fatta di lacrime e tanti complessi, fatta di "perché a me?".
Un'infanzia attraversata dal desiderio innaturale di non voler più sentire il cuore rimbombarmi nel petto.
I mostri che ero costretta a chiamare mamma e papà.
Non avevo mai capito come avessero potuto decidere di sposarsi e mettere su una famiglia, se tutto ciò che facevano era rinfacciarsi ogni cosa, accusandosi l'un l'altro di essere prigionieri di una vita mediocre e priva di felicità.
E non avevo mai capito nemmeno perché non potessi avere anche io dei genitori che si amavano come quelli di tutti gli altri bambini, ma soprattutto non avevo capito perché, vista la situazione, non si lasciavano e basta.
Ancora oggi non ho mai trovato una risposta a quelle domande.
Però, se in tutto ciò non esisteva un lato positivo, c'era comunque qualcosa che mi permetteva di sopravvivere: la musica.
L'avevo scoperta al mio primo anno di liceo alla Annapolis High School, quando, essendo negata per lo sport, per le materie scientifiche e per qualunque altro gruppo di attività, ero stata costretta ad unirmi all'orchestra della scuola.
Insomma, non che non conoscessi la musica, ma fino a quel momento non avevo mai capito quanto forte potesse essere il suo potere.
Talmente tanto da salvarti dal baratro, da darti la forza di continuare a lottare contro te stessa.
Avevo imparato a suonare il pianoforte.
Ovviamente non ne avevo uno mio, per questo restavo a scuola fino a quando il custode non era costretto a mandarmi via per chiuderla.
Ricordo ogni singolo pomeriggio a scarabbocchiare spartiti, a bearmi del suono dolce e soave che usciva da quel semplice strumento.
Un suono che sentivo non solo con le orecchie, ma con il cuore.
Quando suonavo la realtà scompariva per lasciare il posto ad un sogno molto più bello.
Un sogno nel quale era tutto perfetto, me compresa.
Un giorno, mentre suonavo, il professore che dirigeva l'orchestra mi diede una notizia che mi portò a pensare che forse quel sogno si sarebbe potuto avverare per davvero, che non sarebbe stato costretto a finire una volta tornata a casa.
Avevo sempre desiderato andare via da Annapolis, una volta finito il liceo, per sfuggire a quel mondo fatto di malinconia e tristezza, così, quando in quel giorno piovoso di inizio gennaio, mi disse che poteva farmi fare un esame per ottenere una borsa di studio per la musica, in un college lontano da lì, non potei che esserne felicissima.
Diedi il massimo di me per tutto il resto dell'anno scolastico, mi concentrai solo sul mio obiettivo, che mi permise di sopravvivere anche alla mia situazione familiare, che si faceva sempre più disastrosa.
Infatti in casa le urla si facevano sempre più forti e a queste si aggiungevano rumori di cose lanciate contro il muro, di vetri rotti e di porte sbattute in faccia.
E la voce di mio padre, resa sempre più impastata ed inquietante dall'alcol che beveva.
Ma io non mollavo, continuavo a stringere i denti e a pensare che di lì a non molto tutto sarebbe finito.
Così lentamente i mesi passarono.
Trovai un lavoretto part time, tre giorni a settimana, dopo la scuola.
Toglieva tempo alle prove, ma avevo bisogno di soldi per affrontare il viaggio a Phoenix.
Il giorno del diploma arrivò.
Avevo ottenuto un buon risultato, del quale ero fiera.
Il giorno stesso della cerimonia mi venne presentato il rappresentante del Phoenix College, che, avendomi sentita suonare, era entusiasta e non esitò a stabilire il giorno in cui avrei affrontato l'esame di ammissione.
Ero felice, ma anche ansiosa.
Non avevo un pianoforte mio e la scuola era terminata.
Non avevo più un posto in cui esercitarmi, ma soprattutto un posto in cui rifugiarmi.
Avrei dovuto subire la rabbia di mia madre e l'aggressività di mio padre ventiquattro ore su ventiquattro, e la cosa mi spaventava.
Continuavo a ripetermi che sarebbe andato tutto bene, ma non riuscivo ad esserne convinta al cento per cento.
Ed avevo mille ragioni per non esserlo.
Mio padre non faceva altro che buttarmi giù.
Due giorni prima di partire, una volta tornata a casa dal lavoro, subii le sue ennesime angherie.
«Eccola, la star della casa. Me lo firmi un autografo?», disse, ridacchiando.
Era ubriaco, di nuovo.
Decisi di ignorarlo e feci per andare in camera mia, ma mi afferrò per il polso, strattonandomi e procurandomi una fitta di dolore che salì per tutto il braccio.
«Guardala, adesso solo perché andrà a suonare in quella catapecchia di scuola crede di essere superiore a tutti!», disse, avvicinandosi sempre di più.
La sua voce mi fece tremare dalla paura.
«Cosa succederebbe se ti impedissi di andare a Phoenix a fare quell'audizione, eh mocciosa?».
«No, no, ti prego! Non puoi farmi questo!», scattai, allarmata.
«Ah non posso? Posso eccome, invece!», urlò.
«Lasciala stare.», intervenne mia madre, «Ha la possibilità di fuggire da questo posto di merda. Vattene e non tornare più, se vuoi avere una vita decente.».
L'attenzione di mio padre si spostò su di lei, ed io ne approfittai per correre in camera mia, mentre loro iniziarono a litigare.
I due giorni successivi li passai chiusa nella mia stanza, perché la paura di uscire ed affrontare mio padre era troppa.
Le parole di mia mandre mi risuonavano nelle orecchie.
Vattene e non tornare più, se vuoi avere una vita decente.
Ero d'accordo con lei, sul fatto di dovermene andare, ma non era a causa della città che dovevo farlo.
Era a causa sua e dell'uomo che aveva sposato.
Non avevo assolutamente niente contro Annapolis, era oggettivamente una bella città, ma a cosa serviva restare se ogni giorno era un inferno in terra?
A niente, non serviva a niente, se non a condannare me stessa.
Avevo tanti progetti, per il mio futuro.
La musica aveva spazzato via l'apatia che per tanti anni mi era appartenuta e mi aveva dato la spinta giusta per continuare ad andare avanti.
Anche il giorno della partenza arrivò.
Presi quell'aereo sempre più euforica e spaventata, di lì a poche ore mi sarei giocata tutto.
Avrei tanto voluto avere qualcuno al mio fianco, che mi tenesse la mano e mi incoraggiasse.
Ma il sedile accanto al mio era vuoto, non avevo nessuno e dovevo farcela da sola.
Quando mi trovai davanti alla commissione che mi avrebbe esaminata il mio cuore iniziò a dare di matto.
Lo sentivo battere sempre più forte ed avevo paura che sarebbe balzato fuori.
«Cosa suona?», mi venne chiesto da un uomo bassino e con il viso abbastanza severo.
«River flows in you, di Yiruma.», risposi, prima di sedermi.
Presi un respiro profondo e cominciai.
Ero troppo ansiosa, che non suonai nemmeno due note, prima di sbagliare.
Non so cosa mi prese, so solo che un suono stridulo e al tempo stesso feroce mi ferì le orecchie.
E, a giudicare dalle espressioni degli esaminatori, ferì anche le loro.
«I-io, s-s-scusate, per-perdonatemi, sono ansiosa. Posso..posso riprovare?», chiesi balbettando, con le lacrime che minacciavano di scivolare via e il groppo in gola.
«Ci riprovi, ma veda di non sbagliare più, non abbiamo tempo da pedere.», rispose lo stesso di prima.
«Si, certo. Scusate.».
Ripresi a suonare, questa volta cercai di lasciare andare ogni ansia, ogni paura.
Chiusi gli occhi ed immaginai di essere nell'aula di musica del liceo, di sera, quando ero ormai sola a sognare, seguendo il ritmo di quella melodia che sapeva sempre farmi stare bene.
Non esistevano più quei professori tutti intolettati, non esistevano più i miei genitori che mi aspettavano in quella che ero ancora costretta a chiamare casa, non esisteva più nessuno, se non io e la musica.
Suonai facendo uscire fuori tutta me stessa, e pensai che chiunque mi si fosse trovato di fronte avrebbe potuto vedermi trasparente ed avrebbe potuto scorgere la parte più profonda della mia anima.
Perché quella ero io.
Ero un'essenza musicale tanto potente da aver preso le sembianze di un corpo.
Finii di suonare che mi sentivo una persona diversa.
Dentro di me era scattato qualcosa, qualcosa di grande.
Avevo capito che, qualunque cosa sarebbe successa, comunque sarebbe andato quell'esame, io non avrei mai abbandonato la musica ed i miei sogni.
Sarei stata libera.
Tornai a casa felice, con la consapevolezza che niente avrebbe potuto fermarmi.
O almeno così credevo.
La specie umana è caratterizzata dalla convinzione di poter fare qualunque cosa, di poter essere invincibile, ma soprattutto dalla convinzione di poter decidere per se stessi, di poter scrivere il proprio futuro.
Peccato che non è così.
Peccato che nell'universo esiste qualcosa di più grande di noi, qualcosa che ci sovrasta, qualcosa che non possiamo controllare, qualcosa che decide per noi.
Credo che si chiami fato, ma non ne sono sicura.
Non si è presentato il giorno che è venuto da me.
Non mi ha detto il suo nome il giorno che ha deciso di togliermi tutto.
Quel giorno in cui mi ha fatta precipitare subito dopo che avevo toccato il cielo con un dito.
E dal mio canto, non gliel'ho chiesto, perché non ero per niente preparata al suo arrivo.
Quel giorno in cui ho ricevuto un'email che mi comunivava che avevo ottenuto una borsa di studio ed ero stata ammessa al college di Phoenix, non avevo certo pensato che non sarei stata in grado di godermi a pieno quella notizia.
Non avrei mai pensato che, mentre salivo le scale del mio palazzo, avrei sentito un botto talmente forte da stordirmi per qualche secondo.
Non avrei mai immaginato di aprire la porta di casa mia e trovarmi quella scena raccapricciante davanti agli occhi.
Mio padre con in mano una pistola, mia madre stesa a terra in una pozza di sangue, con un buco in mezzo alla fronte.
Ricordo il terrore che si impossessó di me, ricordo la paura e l'urlo che nacque dalla mia gola ed esplose come un ruggito.
Indietreggiai, volendo provare a scappare, ma non ci riuscii.
Un altro botto mi colpì la pancia e crollai a terra anch'io.
I suoi occhi erano rossi, sia per via dell'alcol, sia per le lacrime.
«Perché mi hai fatto questo?», rantolai, piangendo anch'io.
Ma le mie lacrime non erano come le sue.
Le sue erano di coccodrillo, le mie erano vere ed assolutamente giustificate.
Mi era crollato il mondo addosso in un battito di ciglia.
Era arrivata una folata di vento ed aveva spazzato via il fragile castello di carte, che avevo impiegato anni a costruire, proprio quando pensavo di averlo terminato.
E con esso si erano distrutti tutti i miei sogni.
Non c'erano più dubbi su come sarebbe stato il mio destino.
Vuoto.
Mi sentivo come se per tanti anni avessi cercato di raggiungere la fine di un sentiero e, una volta arrivata ad un soffio da essa, si fosse aperta una voragine e mi avesse risucchiata via.
Ormai non c'era più speranza per me.
Aver dato tutta me stessa non era bastato.
Le forze mi stavano abbandonando.
«Mi dispiace.», disse solo, prima di farlo.
Terzo ed ultimo, lo sparo finale, che fece cadere a terra anche mio padre e che fu l'ultimo suono che sentii, prima che il buio si impossessasse di me.
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Music Flows in You. - Maryland Contest
Short StoryMaryland contest, di orangeefloyd
