Avevo gli occhi lucidi.
Quelle sensazioni non le avrei augurate a nessuno.
Eccola, la prima lacrima, sapevo che altre miriadi di esse avrebbero solcato il mio volto di li a poco.
L'oggetto metallico lacerava i miei ormai rovinati polsi, i quali cominciavano a sporcarsi di liquido cremisi.
Sapevo di meritare tutto quel male.
Che i risolini e gli spintoni erano pallottole in confronto alla lametta che a poco a poco squarciava la pelle del polso sinistro.
Come quando non mi entrava un paio di pantaloni e puntualmente non riusciva ad abbottonarli in vita.
Come quando ogni mattina mi guardavo allo specchio e mi tiravo pugni alla pancia a suo parere troppo grande.
Piangevo, tutte le mattine, perché mi sentivo grassa, enorme.
Non ero come volevo essere. Non ero come la società comandava.
Mi consideravo uno sbaglio. Un errore.
Esatto, proprio un errore. Un puntino venuto male nelle mani di Dio, una mosca che cerca invano di mimetizzarsi tra le tante, troppo numerose api.
Forse mi sbagliavo. O forse avevo ragione. Fatto sta che alle critiche e agli insulti ci credevo. Eccome se ci credevo.
Dovevo solo essere cancellata, come i coetanei avevano fatto con la mia autostima.
Avevo la musica, la musica e basta. Un mondo dove avevo il potere di far tutto.
Per questo mi isolavo dal resto della massa.
Nessuno a suo parere sarebbe riuscito a comprendere l'importanza che una canzone aveva.
Ma nemmeno gli interessava, agli altri.
Si limitavano a lanciare occhiatacce e insulti, magari fatte senza pensare, magari date col cuore.
Ma facevano male, malissimo.
Allora prendevo la lametta.
Avevo ormai i polsi inguardabili, coperti da felpe, bracciali o cosa sia.
Un misto di sangue e disinfettante scorrevano veloci giù per il lavandino,insieme alle lacrime di rabbia nei propri confronti.
In fondo mi andava bene.
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In fondo mi andava bene.
Short StoryAvevo la musica, la musica e basta. Un mondo dove avevo il potere di far tutto. Per questo mi isolavo dal resto della massa.
