Un lampo squarcia il cielo. La pioggia cade copiosa. Il vento soffia come non ha mai fatto: ulula, cercando disperatamente la sua amata Luna, che sembra non voler illuminare la notte. Non c'è nulla a rischiarare le tenebre. È l'oscurità a circondare il ragazzo in ginocchio in mezzo alla strada, fradicio come uno straccio appena usato per lavare il pavimento. Le sue lacrime si confondono con le gocce di pioggia che gli scorrono sul volto, riempiendogli gli occhi, le orecchie, la bocca. Singhiozza mentre tenta di rimettersi in piedi, senza successo. La debolezza pare non aver intenzione di lasciarlo in pace, proprio come il dolore che lo sta logorando. Vorrebbe reagire, riuscire a riprendere il controllo di sé, del proprio corpo, della propria mente, del proprio cuore, eppure ciò che fa è abbandonarsi alla sofferenza, scivolare lentamente sino a ritrovarsi steso lungo la strada. La pioggia continua a cadere, scorrendogli tra i capelli, scuotendolo di tanto in tanto, ma senza dargli la forza necessaria per alzarsi. Ha smesso di piangere. Si limita a tenere gli occhi chiusi, in attesa. In attesa di cosa, non lo sa nemmeno lui, ma sente che è ciò che deve fare. Sente che è la cosa giusta. Lentamente, lascia che la stanchezza abbia la meglio e che il sonno lo colga, liberandolo dalle sue pene.
Un tepore caldo è quel che percepisce non appena riprende coscienza. Socchiude gli occhi, mentre quelle che gli paiono lenzuola lo avvolgono con il loro profumo familiare quasi come a proteggerlo da un male invisibile. Sa dove si trova, ma spera di sbagliarsi. La luce proveniente dalla finestra di fronte lo acceca a tal punto da costringerlo a chiudere gli occhi. Tenta di ricordare qualcosa, qualunque cosa della notte precedente, ma alla mente non gli affiora altro che il rumore della pioggia e l'ululato del vento e, tutto d'un tratto, il dolore che lo aveva messo alle strette soltanto qualche ora prima lo colpisce nuovamente, come una pugnalata al cuore. Ne è sicuro. È del tutto convinto di trovarsi nella dimora della ragione della sua sofferenza, eppure allontana con un calcio le lenzuola, mettendosi seduto e guardandosi intorno per accertarsene. Un uomo, dal giovane aspetto e dall'aria attraente, è seduto dietro la scrivania posta in un angolo della lussuosa stanza, sin troppo conosciuta al ragazzo, ancora vagamente infastidito dalla luce.
Lo osserva di sottecchi da sopra il libro aperto davanti al volto, sorridendo lievemente.
«Ben svegliato, mio caro» si limita a dire, continuando ad osservare il giovane nel letto, il quale, per tutta risposta, resta in silenzio e tenta di alzarsi, inutilmente.
«Cosa credi di fare? Sei troppo debole per andartene in giro. Ti ricordo che sei svenuto sotto la pioggia e chissà cosa ti sarebbe successo se non ti avessi trovato» continua l'uomo, avvicinandosi al letto per aiutarlo a stendersi nuovamente.
«Sarei ritornato all'Istituto. Sono un Cacciatore, ricordi? Quelli come me si riprendono facilmente dai brutti momenti»
Il ragazzo pronuncia ogni singola parola con lo sguardo abbassato, un sorriso amaro sulle labbra, mentre cerca nuovamente di alzarsi. Questa volta, l'uomo dall'aria elegante e dai lunghi capelli scuri tenuti in alto da una gran quantità di gel gli poggia una mano sul petto per impedirglielo.
Quel tocco leggero, ma deciso, mozza per un secondo il respiro del giovane nel letto, facendo scintillare i suoi occhi, blu come l'oceano più profondo, di una flebile luce. Luce che scompare così come è arrivata: in un battito di ciglia.
Si allontana dalle dita affusolate dell'uomo, il quale, tuttavia, si avvicina ancor di più, stringendogli la spalla sinistra.
«Alexander, io...»
«Non... non toccarmi. E non chiamarmi così. Il mio nome è Alec. Essere il Sommo Stregone di Brooklyn non ti dà il diritto di fare quello che ti pare. E adesso... adesso è meglio che vada. Non dovrei essere qui... è l'ultimo posto in cui vorrei essere, questo»
Il giovane si scosta, liberandosi dalla sua stretta.
Tuttavia, nonostante le parole appena pronunciate, rimane nel letto, non perché glielo impediscano le membra intorpidite dal dolore, ma perché è il suo cuore a farlo.
Si passa una mano sul volto, come per allontanare la stanchezza, prima di parlare sottovoce, le dita a massaggiare la tempia destra.
«Perchè mi hai portato a casa tua? Avresti potuto chiamare Jace o Isabelle oppure...»
«Ti ho portato qui perché è colpa mia se sei ridotto in questo stato, consumato come mai prima. Non potevo permettere di lasciarti andare, non prima di aver chiarito» lo interrompe lo stregone, deciso a farsi ascoltare.
«Già. Tu odi lasciare le cose in sospeso» sussurra il giovane, sorridendo impercettibilmente.
«Mi conosci bene, caro Alexander, meglio di chiunque altro»
«Persino meglio di Camille?» domanda Alec, riempiendo ogni sillaba di sprezzante ironia per poi pentirsene notando lo sguardo dell'uomo di fronte a lui.
«Scusami»
«Non farlo. Non scusarti. Per una volta, sii te stesso. Dì ciò che pensi, ciò che provi, senza preoccuparti delle conseguenze»
La voce del Sommo Stregone si alza leggermente nel sentenziare l'ultima frase, quasi a voler ridestare l'animo del giovane.
«Lo faccio da quando ti ho conosciuto. Ascoltare il mio cuore, non reprimere i miei sentimenti mi ha permesso di avvicinarmi a te» dice il ragazzo, appoggiandosi lentamente sui cuscini dorati dell'elegante letto a baldacchino.
«Immagino che adesso tu ne sia pentito»
«È proprio questo il punto, Magnus. Non lo sono affatto»
Alec sospira, mentre l'uomo sembra essere rimasto senza parole. Un vuoto alla bocca dello stomaco lo travolge, come un mare in tempesta, il senso di colpa ad incendiargli la gola.
«Non dici niente?» mormora il giovane, gli occhi azzurri fissi sullo stregone, il quale si limita ad osservarlo a sua volta.
Si sofferma sui capelli corvini che gli ricadono scompostamente sugli occhi e, ad un tratto, il desiderio di stendersi al suo fianco lo inonda, scuotendolo dal momentaneo torpore. Si sposta verso l'altro lato del letto per poi sedervisi, appoggiando il capo contro la testata in legno alle sue spalle.
Restano entrambi in silenzio, pensierosi, Alec con lo sguardo rivolto verso il soffitto decorato con piccole stelle d'argento, lo stregone con gli occhi fissi sulla parete di fronte.
Dopo quel che appare un'eternità per il giovane ed un frullo d'ali per l'uomo, è Magnus a parlare.
«Mi dispiace, per tutto. Mi dispiace di aver detto di fronte alla tua famiglia di non amarti più. Mi dispiace di averti fatto credere che fosse vero. Mi dispiace di averti causato così tanta sofferenza. Avrei voluto lasciare tutto com'era, ma non potevo. Volevo proteggerti ad ogni costo e credevo che se ti avessi detto di non amarti più, di non averti mai realmente amato, tu ti saresti allontanato da me e saresti stato al sicuro. Per sempre»
«Non ho bisogno di protezione. Credevo avessimo chiarito questo punto già parecchio tempo fa. Sono uno Shadowhunter. Ho il dovere di proteggere gli altri e questo comporta rischiare la vita ogni giorno. Dovrei essere io a prendermi cura di te, non il contrario, ed è arrivato il momento che tu lo capisca»
Alec continua a fissare il soffitto mentre parla, gli occhi leggermente lucidi ed il cuore che gli martella nel petto.
«Forse meriti qualcuno migliore di me al tuo fianco, qualcuno...»
«Magnus, smettila»
D'improvviso, il giovane si drizza a sedere, interrompendo bruscamente lo stregone e voltandosi nella sua direzione, la voce aumentata di tre ottave ed il volto esasperato.
«Smettila di credere di essere un mostro che non sei. Tra tutti, sei stato tu ad aiutarmi ad essere Alec, quello vero, ad aver tirato fuori un lato di me che neanche conoscevo. Mi hai insegnato a lottare per ciò in cui credo, a non sacrificare costantemente ogni fibra del mio cuore e della mia anima per qualcosa di più grande di me, qualcosa che non si può controllare»
Respira affannosamente, ma non si ferma, deciso a sputar fuori tutto quel che avrebbe voluto dire da tempo.
«Per la prima volta, ho amato con tutto me stesso qualcuno che non fosse Izzy o Jace o Max o la mia famiglia. Quel qualcuno sei tu, Magnus. Conoscerti mi ha fatto sentire vivo come mai prima, libero da preoccupazioni, dubbi e paure»
Magnus osserva il giovane infervorarsi, sbalordito. Ogni parola pronunciata sembra alimentare Alec sempre più, cosa che lo fa stranamente preoccupare, facendogli sperare che smetta. Il giovane Cacciatore, tuttavia, non accenna a fermarsi, i capelli arruffati e le mani tremanti.
«Mi hai sempre detto di desiderare la mia felicità più di qualsiasi altra cosa, essendone stato privato per troppo tempo, ma adesso sei tu stesso ad andare contro le tue parole. Sei tu, in questo momento, che mi stai allontanando da ciò che mi rende realmente felice. Hai appena detto che merito qualcuno migliore di te al mio fianco, ma non ti rendi conto che la persona di cui ho bisogno, di cui ho sempre avuto bisogno, sei tu. Sei sempre stato tu, anche quando non me ne accorgevo. Sei tu, Magnus Bane, la mia felicità»
Prima che lo stregone possa ribattere, le labbra di Alec sono sulle sue, morbide e calde, quasi a zittirlo. I loro respiri si confondono, le loro mani si sfiorano, accarezzando i capelli dell'altro, e, d'improvviso, quel sentimento represso per troppo tempo da entrambi, seppur per diversi motivi, riemerge vivo, travolgendoli.
Dopo un bacio sembrato infinito, Magnus si allontana leggermente dalle labbra del giovane, ricambiandone il sorriso imbarazzato.
«Alexander, continui a sorprendermi anche a distanza di tempo»
«Ed io continuo a non capire cosa stia facendo. So soltanto che è la cosa giusta»
Esita un istante, la mano ancora dietro la nuca dello stregone, prima di riprendere a parlare.
«Ti amo, Magnus»
Gli occhi da gatto dell'uomo si illuminano, brillando come un faro tra gli scogli.
«Anch'io ti amo»
Certe cose non cambiano mai, anche a distanza di tempo. Non importa quanto dolore, quanta delusione, quanta rabbia, quanta sofferenza abbiamo provato. Sono destinate a rimanere immutate per sempre
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Nonostante...
Fanfiction[Raccolta di One Shot dedicate ai Malec] Durante un noioso pomeriggio d'aprile, trascorso in parte a rimuginare su quanto futile sia la mia esistenza, le Muse hanno deciso di venirmi a trovare, donandomi l'ispirazione necessaria per comporre questa...
