Eccolo lì. Era il mio momento. Il momento che tutte le donne (o quasi) aspettano da una vita con impazienza. A stento riuscivo a credere che fosse arrivato, ma più sentivo mia madre singhiozzare, e più mi rendevo conto che era vero. Lei piangeva e singhiozzava sempre quando era molto emozionata.
Vidi delle signore che stavano passeggiando con fare frettoloso, ma che passando dal negozio, si fermarono guardandomi attraverso la vetrina lanciandomi uno sguardo malinconico e sognante, come se non vedessero l'ora di essere al mio posto. Appena si accorsero che le stavo guardando, tornarono a camminare a passo svelto, imponendosi di interrompere subito quel sogno ad occhi aperti e tornare alla realtà.
Nessuno di noi aveva paura di esprimere le proprie emozioni in quella mattinata di sole di inizio marzo. Avevo il cuore in gola quando, uscendo dallo stanzino dove mi stavo preparando, mi concentrai sullo sguardo sorpreso ed emozionato di mia madre che si portava le mani al viso, dicendo: "Tesoro mio, sei meravigliosa!", strappandomi un gran sorriso.
Camminai verso un grande specchio a parete con dei led accesi sui lati, e salii sulla pedana rotonda come se fossi salita su un palcoscenico e tutti fossero lì a guardarmi: mia madre, mio padre, la commessa dell'atelier e Samantha, mia cugina, nonché mia migliore amica e testimone di nozze. Avevo invitato anche i miei suoceri, la mamma e il papà di Marcus, ma avevano declinato l'invito dicendo che preferivano l' "effetto sorpresa".
Mentre salivo il gradino, tenevo basso lo sguardo e trattenevo il fiato, quasi avessi paura di quello che potevo vedere.
Quando ero una ragazzina non avevo molta autostima e passavo ore davanti allo specchio in bagno cercando di convincermi che potevo essere carina come le mie compagne di classe, ma si rivelava tempo sprecato perché la conclusione alla quale giungevo era quasi sempre la stessa. In quel periodo difficile mia madre provava a tirarmi su il morale dicendomi che ero sempre bellissima, cercando anche la complicità del mio amato papà; ma io ci credevo fino a quando il mio sguardo non incontrava un altro specchio in cui guardarmi. Adesso che ero una donna e che quella crisi era passata, mi consideravo abbastanza piacente, e quelle poche volte che passavo del tempo davanti allo specchio a casa mia ero abituata a guardarmi vestita casual (seppur alla moda), elegante per qualche particolare occasione, o con il camice dell'ospedale, scoprendomi abbastanza fiera di me stessa e del mio look. Ma quella che stavo provando in quel momento era una sensazione completamente diversa e molto più grande: mi sentivo una vera principessa.
Alzai lo sguardo e tirai un sospiro di sollievo scoprendomi bella come non mi ero mai sentita. Questa volta credetti davvero ai complimenti di mia madre e nessuno mi avrebbe convinta del contrario. Nemmeno le "osservazioni" di Samantha, onnipresenti in ogni occasione e situazione. Lei era solita essere molto schietta quando qualcosa non le piaceva e amava essere al centro dell'attenzione. "Quando era piccola e nessuno le dava ascolto, si sdraiava per terra e urlava!" diceva infatti mia zia quando ci ritrovavamo a rispolverare il passato. Sin da quando eravamo piccole ed andavamo a scuola insieme, ricordo che io essendo molto piccola e minuta, ero il bersaglio di molti nostri compagni, e lei impavidamente riusciva a difendermi da quei bulletti. Anche da adolescenti, quando io mi prendevo una cotta per un ragazzo, lei mi metteva subito in guardia su quello che le diceva il suo magico sesto senso. I suoi consigli e aiuti mi avevano aiutata, anche se non sempre aveva ragione; tuttavia la mia ingenuità mi portava ad appoggiarmi alla sua sicurezza, portandomi a fare sempre quello che diceva un po' come una schiavetta, e dopo tanti anni, qualche volta, mi ritrovavo a pensare che forse se n'era inconsciamente approfittata. Forse anche io avevo sempre giustificato alcuni suoi comportamenti da quando era morta la sua mamma. Ne era distrutta naturalmente, a maggior ragione perché non avevano mai avuto un rapporto invidiabile e non avevano avuto occasione di salutarsi. Per quanto potessero fare male alcune cose nel corso della vita, arriva sempre un momento in cui bisogna andare avanti, e mi piaceva pensare che io e la mia famiglia l'avessimo aiutata a superare quel periodo. Certi eventi ed esperienze ti cambiano la vita, e lei non era diventata esattamente il tipo di donna tranquilla e con tatto.
D'altra parte però le ero amica perché ammiravo in qualche modo il suo modo di fare: volevo cercare di imparare da lei a non sembrare troppo fragile ed emotiva, ad essere più furba e più razionale. In un modo o nell'altro, era una delle poche persone che c'erano state per me fino a quel giorno, che non fossero i miei genitori o i miei colleghi, e che facevano parte della mia vita.
Con il tempo però avevo imparato ad acquisire maturità e autonomia, e a prendere le cose che diceva con meno pesantezza, anche se avevo ammesso a me stessa che il nostro rapporto non era più forte come quello di un tempo. Tuttavia in quel momento speravo comunque che lei non dicesse nulla che non riguardasse soltanto lei o che mi scoraggiasse. Ma così non fu. Mi girai verso i miei e Samantha in attesa che dicessero qualcosa.
"Mmh.. Ti dirò, non mi convince del tutto" disse Samantha portandosi la mano sul mento con fare pensante. Non riuscivo a capire cosa avesse di strano il mio vestito, era davvero perfetto.
"Forse sarebbe meglio con le spalline e con un po' meno di strascico. Credo che sia un po' troppo audace per te questo abito" e concluse la frase spostando il suo sguardo dal mio corpo ai miei occhi.
L'abito aveva un corpetto stretto con una scollatura a forma di cuore con delle payette, una gonna semplice molto ampia con un lungo strascico e portavo una cintura con dei brillanti. A tutto ciò si aggiungeva un copri spalle a maniche lunghe tutto di pizzo a barca che si fermava all'altezza delle spalle, lasciandomi il collo libero. Era l'abito dei miei sogni.
In tutti quegli anni invece avevo sempre immaginato Sam con un abito molto più sensuale, che mettesse in risalto le sue giuste curve. Magari un abito a sirena o... No, non dovevo pensarci.
Mia madre sembrava stranita da ciò che aveva detto Sam.
"A me sembra perfetto invece", disse cercando il mio sguardo. Io le sorrisi e dissi guardando entrambe "Io mi sento perfettamente a mio agio. Chissà cosa penserebbe Marcus guardandomi" dissi abbassando un po' la voce con sguardo sognante.
"Se non pensasse che sei bellissima, sarebbe davvero uno stupido!". Tutti ridemmo un po' alla battuta. Era il modo di mio padre di esprimere la sua opinione e di farmi i complimenti, perché era un po' troppo rigido per esprimere i suoi sentimenti ma era un uomo di una umanità grandissima da quando riuscivo a ricordarmi. Era sempre stato un esempio da seguire per me, un punto di riferimento, e da come teneva alla sua famiglia riuscivo ad immaginare il motivo per cui mia madre lo amasse così tanto.
Nel frattempo la commessa ascoltava la conversazione in disparte, ma appena ne ebbe l'occasione tirò fuori un velo che si intonava benissimo con l'abito. Si avvicinò a me e lo sistemò, congedandosi subito dopo con un "Ecco fatto, adesso c'è davvero tutto". Ci fu un attimo di silenzio e, dopo aver scacciato le lacrime, dissi "Sì, è questo il mio abito."
"Beh, se ne sei convinta tu. Però... Pensandoci... Sì. Ti sta bene." Confermò Samantha; mi sembrava che stesse affermando una cosa chiara a tutti ormai, ma come sempre lei doveva avere l'ultima parola. Per fortuna non mi importava.
Dopo aver scambiato qualche parola con la commessa per alcuni dettagli, uscimmo tutti dall'atelier soddisfatti e quasi sollevati, e indugiammo un po' lì davanti nel frattempo che contattassi Marcus, poiché avevamo deciso che avremmo pranzato tutti insieme. Era raro che io e Marcus pranzassimo insieme perché spesso i nostri orari di pausa dal lavoro non coincidevano, o in caso opposto, la distanza non ci avrebbe permesso di incontrarci in tempo e mangiare con calma. Io lavoravo in ospedale ed era già di per sé distante dall'azienda in cui lavorava lui, e inoltre, in quanto direttore di vendite, doveva spesso fare dei viaggi, cosa che non gli pesava affatto perché amava viaggiare. Credo che lui abbia scelto il suo lavoro proprio per questo motivo. Proprio come io avevo scelto il mio per l'amore per le persone e per la scienza, sommati all'incondizionato desiderio di aiutare chi era in difficoltà. Inoltre avevo imparato ad essere una persona molto paziente. D'altronde mi ero allenata tutti quegli anni a tollerare Sam, cosa c'era di peggio?
Chiamai Marcus sul cellulare per confermare il pranzo e mi rispose subito dopo il primo squillo. Sembrava sempre che sapesse quando stavo per chiamarlo, ma la verità era che era sempre al telefono per altri motivi e la mia era sempre l'ennesima chiamata della giornata, anche la mattina presto.
"Ehi Lizzy" esordì senza troppa enfasi, al contrario di come facevo sempre io, almeno quand'ero di buon umore. Mi chiamava così da quando ci eravamo messi insieme da ragazzi, ma per la prima volta dopo tanto tempo, non mi risultò tenero come doveva essere.
"Ciao amore, dove sei? Ti ricordi del pranzo tra mezz'ora, vero?".
"Ehm... certo, sì." Disse senza convinzione, come se nel frattempo stesse parlando con un'altra persona di fronte a lui e stesse facendo fatica a seguirmi.
"Ma farò un po' tardi, ci vediamo lì tra un'ora?".
"D'accordo, ma cerca di non tardare troppo".
Chiuse la chiamata e rimasi un po' stranita, ma subito dopo pensai che non avrei permesso a nessuno di rovinarmi quel giorno, mentre mi ricordavo l'emozione che avevo provato con indosso quel vestito. Forse mi stavo impuntando su una cosa inutile.
Quasi a volermi distogliere dai miei pensieri, Samantha disse con voce acuta: "Prima di venire a pranzo dovrei andare a casa a sistemare delle cose, ci vediamo al ristorante tra poco" dando un bacio volante a tutti. Si girò di scatto facendo ondulare i suoi lunghi capelli neri senza neanche lasciarmi il tempo di replicare. Pazienza, lei era fatta così.
Così io e i miei genitori decidemmo di approfittare del tempo rimasto per andare in centro, fare una passeggiata, e arrivare al ristorante a piedi. Volevo approfittare della compagnia dei miei genitori ancora per un po'.
Era stata una vera impresa prendermi quella mattinata libera dal lavoro per poter provare il mio abito, e avrei dovuto riprendere quello stesso tardo pomeriggio, quindi speravo di poter passare un po' di tempo con Marcus. Fu per questo che il fatto che lui non arrivasse ancora dopo un'ora e venti minuti mi fece innervosire, ma cercai di non farmi passare la voglia di condividere con lui la gioia di quella mattina. Volevo assolutamente sapere il motivo di così tanto ritardo! "Sarà stato trattenuto da qualcuno, in fondo è un uomo molto impegnato" pensai, giustificandolo.
Samantha era arrivata qualche minuto dopo di noi più truccata e pettinata di quando ci eravamo lasciate prima di pranzo e pensai che era davvero una bella donna. Chiunque la noterebbe, e gli uomini non le toglievano gli occhi di dosso. Guardandola mentre parlava con i miei genitori di cosa ordinare sul menù, mi ricordai di un episodio buffo: io e Sam stavamo passeggiando per il centro alla ricerca di un regalo di natale per Marcus (credo di avergli regalato un orologio quell'anno - forse ancora lo indossava) e vedemmo un ragazzo che ci veniva incontro. Egli notò subito Sam e gli fece l'occhiolino. Una volta che gli passammo davanti, lui si girò verso di noi mentre eravamo di spalle e ci fischiò. Nel girarsi di nuovo per continuare a camminare andò a sbattere contro un palo e noi ridemmo a crepapelle. Non avrei voluto essere nei suoi panni in quel momento imbarazzante.
All'improvviso, forse sentendosi osservata, Sam si girò facendomi un gran sorriso, mostrando i suoi denti perfetti. "Cosa c'è da ridere?" mi chiese, e io le riferii a cosa stavo pensando. Il parlare un po' con lei mi fece passare di mente per qualche minuto dell'assurdo ritardo di Marcus e appena finimmo di parlare, come per dare parole ai miei pensieri, mia madre mi consigliò: "Prova a mandargli un messaggio tesoro, magari ha avuto un contrattempo. Sono sicura che sta bene".
Presi il telefono che avevo posto nella mia pochette bianco perla abbinata al mio completino chiaro corto, che avevo acquistato apposta per quell'occasione un mese prima. Appena cominciai a digitare un messaggio, vidi Marcus al di là della strada attraverso il vetro di fronte al nostro tavolo. Ne avevamo prenotato uno affacciato alla parete, e io ero seduta di fronte alla grande vetrata con alle mie spalle tutti gli altri tavoli. Accanto a me il posto era vuoto e non vedevo l'ora che Marcus riempisse quel vuoto accanto a me.
Finalmente entrò nel ristorante indicando al cameriere il nostro tavolo e poi venne verso di noi sistemandosi la cravatta.
"Ci vediamo lì tra un'ora, eh?" dissi un po' seccata ma anche un po' scherzosa mentre si sedeva, forse alzando un po' il tono di voce così da essere sicura che mi sentisse. Non avevo voglia di fargli una ramanzina davanti a tutti. "Perdonami, sono stato trattenuto. Ma l'importante è che ora sono qui, no?" disse velocemente dandomi un bacio veloce sulla guancia e cominciando a parlare con i miei genitori, come se volesse liquidare il prima possibile quella conversazione. Sapevo che a lui dava fastidio dare troppa attenzione su di sé in pubblico. Era un uomo molto riservato per quanto riguardava la sua vita privata, ma abbastanza disinvolto in presenza di persone con la quale era in confidenza. Mi promisi che mi sarei fatta spiegare tutto una volta a casa.
Eravamo andati a vivere insieme da qualche mese e ciò mi piaceva molto perché sapevo di poter avere la nostra intimità senza preoccuparci di nessuno, quindi avremmo sicuramente avuto occasione di parlarne con calma. Volevo che dopo il matrimonio il rapporto tra di noi non mutasse, e non che fosse un motivo per lasciarsi andare ognuno alla propria vita, come se ormai non ci fosse più un obbiettivo da perseguire.
Dopo qualche minuto di conversazione la piccola tensione fra noi si era appianata e io mi feci coinvolgere da quella scia di positività e di gioia che riusciva ogni volta a dare il mio papà con una battuta delle sue. Stava facendo dei commenti sul risotto che avevamo ordinato, ripetendo che il risotto che faceva la mia mamma era il più buono che avesse mai mangiato. Tutti fecero un cenno di approvazione: nessuno metteva in discussione le capacità culinarie di mia madre e io volevo essere almeno brava la metà di quanto non lo fosse lei, anche se a casa nostra Marcus non si era mai lamentato della mia cucina, per quelle poche volte che aveva avuto l'occasione di testarla. Inoltre io, pranzando spesso nella mensa dell'ospedale, non avevo fatto molta pratica, e la cucina non era nemmeno il mio forte. D'altronde se ero davvero una cuoca così pessima e lui non me lo diceva per non offendermi, o per la sua scarsa capacità di dire le cose tonde e chiare alle persone, per lo meno una volta a settimana mangiavamo bene e sano andando a cena da mia madre. Infatti per i miei turni all'ospedale spesso non riuscivo a vedere la mia mamma e ci eravamo promesse che almeno una volta a settimana, il venerdì sera, avremmo provato a tutti i costi a pranzare o cenare dai miei e a volte anche con i miei suoceri. Ciò non mi pesava affatto perché adoravo passare il tempo con la mia famiglia, e potevo approfittarne per parlare con mia madre, mia unica certezza indiscussa. Io ero figlia unica e non ero riuscita a farmi degli amici per tutto il periodo degli studi almeno fino alla prima adolescenza, a parte il legame con Samantha, alla quale mi ero legata anche perché mia madre l'aveva praticamente adottata dopo la morte della sorella. Il papà di Samantha si era abbandonato a se stesso e non aveva la forza e la voglia di occuparsi di lei, quindi tutti erano ben felici che Sam rimanesse con lui, per il bene di tutti. Avevamo condiviso molti momenti insieme ed eravamo inseparabili. Complice anche il fatto che ero molto vulnerabile ed insicura, quindi lei mi aveva fatto un po' da sorella maggiore.
"Allora, Marcus... Tra poco sarai il mio genero ma ci vediamo così poco! Dimmi, di cosa ti stai occupando ultimamente?".
"A dire il vero al momento ci stiamo attivando per lanciare una nuova strategia di marketing e stiamo mettendo insieme delle idee per delle soluzioni innovative che ci consentano di aumentare il fatturato e di ridurre i costi, quindi..." Mi persi tra i loro discorsi, perché Marcus mi aveva già parlato di quel suo recente progetto e mi concentrai su quello che avevo nel piatto. All'improvviso mi accorsi di avere una gran fame e non invidiai per nulla i piatti molto magri e quasi dietetici ordinati da Sam: fra le due sembrava che fosse lei a doversi sposare e a preoccuparsi continuamente del peso in vista del matrimonio in giugno.
Eravamo stati presi tutti da argomenti diversi e mentre io parlavo di bomboniere con mia madre, all'improvviso Marcus posò una mano sulla mia coscia nuda e io lo guardai in volto sorridendogli; mi dissi che sicuramente uno dei motivi per la quale mi ero sicuramente innamorata di lui erano i suoi occhi verdi.
Fu in quel momento che sentii squillare un telefono e la piccola magia di quel momento fu interrotta. Tenendosi fra le dita una ciocca di capelli, Samantha disse "Credo sia il tuo Liz".
"Oh, hai ragione". Presi il cellulare dalla borsa in qualche secondo e risposi senza vedere chi fosse per paura di non rispondere in tempo.
"Pronto?"
"Pronto Lizzy, ciao, scusami se ti disturbo, lo so che ti eri presa la giornata libera apposta." Disse così velocemente che a stento capii cosa aveva detto. Mi ero messa una mano sull'orecchio per riuscire a sentirlo meglio. Nel ristorante c'era un gran rumore di stoviglie e di persone che conversavano.
"Non preoccuparti Liam, cosa succede?".
"In una casa c'è stata un'esplosione a causa di una fuga di gas e sono state coinvolte molte persone. Ci sono molti feriti, tra cui alcuni bambini con lesioni gravi che necessitano un intervento immediato. Il pronto soccorso è stracolmo di gente e siamo a corto di personale. Abbiamo bisogno di te".
Risposi "Arrivo." Senza nemmeno batter ciglio.
Misi in fretta il cellulare in borsa e spiegai velocemente la situazione a tutti scusandomi. Diedi un bacio veloce a Marcus e corsi a cercare un taxi: non era il caso di camminare per venti isolati con i tacchi fino al Cedars-Sinai Medical Center. C'era un'emergenza in corso.
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Salvami
RomanceElizabeth è una dottoressa molto valida e ogni giorno salva delle vite. Il suo lavoro di medico rispecchia moltissimo la sua personalità: è sempre presente, disponibile, famosa per la sua pazienza ed umiltà. Tuttavia la sua ingenuità le giocherà bru...
