Nero.
Aprii gli occhi e non vidi nulla.
Né il bianco delle pareti di un ospedale, né il colore caldo che avvolgeva la mia stanza.
Scorsi soltanto l'oscurità, quella in cui i bambini riescono a vedere mostri e forme indistinte che spaventano, finché la luce non si accende e rivela che in verità nulla è fuori posto.
Io non avevo paura.
Speravo che il mio comportamento fosse come quello dei bambini e che quindi quell'oscurità non celasse nulla di spaventoso. Tuttavia, non sapevo dove mi trovassi.
Per un momento pensai di essere morta e che presto o tardi avrei intravisto la luce bianca che il pensiero comune dice appartenere al paradiso. Eppure, quello mi sembrava più essere l'inferno. Un punto indefinito della testa continuava a pulsarmi dolorosamente, non riuscivo a muovere le mani, persino i piedi erano bloccati, legati abilmente da una corda. Anche se, ad ogni modo, non sarei riuscita a muovermi in quel piccolo spazio buio, dove il respiro quasi mi mancava. Mi guardai attorno e non distinsi nulla ad eccezione di qualche bottiglia di vetro e dei fazzoletti, gettati accanto al mio corpo impossibilitato a qualsiasi movimento. Nel frattempo il mio udito sembrò riprendere a funzionare, come se si fosse svegliato di colpo, e riconobbi la melodia di una canzone uscita di recente di cui, in quell'attimo di stordimento totale, mi sfuggiva il nome.
D'improvviso sobbalzai in quel buio.
Tutto si fermò.
Tutto cominciò ad acquisire un senso.
Poco prima mi sembrava quasi di viaggiare su una nuvola.
Sentii il suono di un clacson, poi qualcosa sbattere violentemente e poco dopo il buio sparì, lasciando spazio alla luce calda del sole.
Forse la morte non sarebbe stata poi così male.
Una persona a me sconosciuta, di cui non riconobbi altro che la sagoma poiché la mia vista era appannata, si chinò e mi guardò per un po'. Probabilmente disse qualcosa, ma non riuscii a capire una singola parola, finché non si allontanò e ripiombò il buio, ormai straziante. Negli attimi che seguirono, mi svegliai del tutto ed elaborai tutto ciò che avevo visto, realizzando una realtà che non era mai stata così simile a un incubo. Provai ad urlare più forte che potevo, ma nessuno sembrò sentirmi, e allora mi dimenai in quello spazio piccolo e angusto dove ero stata gettata come un oggetto qualsiasi. Le lacrime scorrevano lungo le mie guance in maniera incessante e non potevo fare altro che guardarmi intorno cercando una via di fuga che non avrei mai potuto trovare.
Avevo paura, ed io odiavo avere paura.
Presto capii che non avrei potuto fare nulla di utile per potermi salvare, così mi abbandonai a me stessa, ai miei pensieri, i quali erano l'unica cosa che avrebbe potuto consolarmi.
Mi chiesi da quanto tempo fossi lì e nel frattempo nella mia mente cominciò a farsi largo tra tutto il resto un volto, incorniciato da familiari capelli corti e biondi.
Nina.
Conoscevo bene quella persona, con lei avevo trascorso la mia vita dalla scuola materna fino al momento prima che cadessi in un sonno esauritosi da poco. Eravamo come sorelle ormai. Quasi mi tranquillizzai grazie all'immagine di lei, ma un pensiero buio si insinuò e scacciò il suo volto.
Se io ero lì da sola, lei dov'era?
Rabbrividii e in quel momento riaffiorarono i ricordi, tutto ciò che mi aveva condotta a quella situazione. Chiusi gli occhi e di colpo mi ritrovai in una camera d'albergo.
