Capitolo 1

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Siamo seduti uno accanto all'altro, i piedi che penzolano giù dal balcone, l'aria fresca, in contrasto con il caldo soffocante che c'è dentro, mi si insinua nella pelle, rinfrescandomi fino alle ossa. Sono senza maglietta, in reggiseno, ma non mi preoccupo della mia pancia non piatta, non mi preoccupo di farmi vedere così da lui. Siamo in silenzio, a contemplare le stelle e a respirare quest'aria buona, leggera, che possiamo vivere ancora per un solo giorno, prima di rituffarci in quella densa, pesante e inquinata di Milano. Ho lo sguardo fisso su un albero ancora giovane, i cui rami si muovono al vento come le braccia di una ballerina, quando sento il suo sguardo fisso sulla mia schiena nuda. Mi sento avvampare di un fuoco caldo, che mi riscalda come una coperta, così mi giro verso di lui, allaccio i miei occhi marrone scuro, profondo, ai suoi occhi verdi, scheggiati di marrone, inclino la testa e gli sorrido. Lui mi scruta, penetrando i suoi occhi nei miei, come se volesse scavarmi fino a vedere ogni singola cellula del mio corpo. Rimaniamo così per un po', tra noi sono più sguardi che parole, più sorrisi che altro.
A un certo punto mi chiede: "Non hai freddo?", sinceramente, ero talmente riscaldata dai suoi sguardi e da quel senso di fuoco ardente dentro che funge da coperta, che quasi non sentivo più l'aria fredda rinfrescarmi fino alle ossa.
"No... tu?"
"Sto bene, qualche brivido, ma è piacevole".
"Vuoi entrare?", mi chiede.
No, no che non voglio entrare. Voglio stare qui con te, per sempre, voglio guardare i tuoi occhi, che potrebbero riscaldarmi tanto da farmi stare bene anche se fossimo in Alaska, che mi fanno mancare il respiro.
No, no che non voglio entrare, voglio essere egoista e stare qui, con te solo, perché i tuoi occhi, che ogni giorno cerco di allacciare con i miei, guardino solo me, senza nessuno intorno.
E ancora no, non voglio entrare, non voglio entrare per poter stare vicinissima a te, senza maglietta, senza vergognarmi, senza pensare alle imperfezioni che ogni giorno mi fanno dannare, e che invece a te non fanno differenza, anzi, imperfezioni di cui a te non importa, perché mi apprezzi, così come sono, con la pancia non piatta e con le gambe un po' grosse.
"Si, dai, entriamo".
Tiro un bel sospiro, salto giù dal bordo verso l'interno del balcone, e Colin e io entriamo nella 106, per ributtarci nel casino che fanno i nostri compagni, ammucchiati sul letto a vedere un film, e nel caldo soffocante della camera, odorante di sudore, coca-cola e nutella.
Appena entro in camera mi appare uno scenario alquanto bizzarro.
Li avevo lasciati che erano ammucchiati sul letto, come i miei vestiti quando non ho voglia di metterli a posto, a vedere un film alquanto stupido, ma ora la televisione è spenta e i nostri amici sono tutti sparsi per la camera: chi è in bagno, chi sdraiato per terra, chi seduto sul letto contro il muro, chi ammassato sul letto matrimoniale. Il frigo mezzo aperto, la bottiglia di coca-cola, ormai quasi vuota, è abbandonata sul pavimento, lontano da tutti, nutelline aperte sparse per i comodini. E poi c'è Irene, quella matta della mia migliore amica, che balla sul letto matrimoniale, in mezzo ai corpi di chi ci è ammassato sopra, a ritmo di Turn Down For What, tra le facce sconvolte di Adam e Gianni, e le risate sguaiate degli altri.
Così, vado da Matilde, quell'altra matta della mia migliore amica, seduta sul pavimento che se la ride tanto da essere piegata in due, e le chiedo perché mai Irene stia ballando sul letto come un coniglio impazzito. Lei mi guarda, gli occhi azzurri pieni di lacrime di gioia ridotti a fessure, la faccia in tutt'uno con il suo pigiama rosso, e mi sussurra: "Obbligo o verità? La adoro".
Dopo un altro minuto di spettacolo di danza tribale by Ire, durante il quale sono morta anche io, dopo gli inchini e gli applausi finali, ecco che il tappo rosso della bottiglia indica proprio me.
"Obbligo o veritá?" mi chiede Irene. "Obbligo, ovvio" ovvio, perché in questo momento della mia vita, non c'è niente di peggio della verità. "Hmmm, okay... ti obbligo di metterti in centro al cerchio e fare in sequenza, velocemente, tutti gli esercizi di allenamento che fai a pallavolo."
"Brutta..." digrigno tra i denti,
"Dai Ire, sono le 3:00, sono stanca!" la imploro.
"No, bella mia. Facci vedere un po' il tuo lato sportivo!".
Mi sorride e la guardo storto, ma non ho scelta, mi metto in centro ai miei amici e inizio con due flessioni, continuo con due addominali, tre torsioni del bacino, e concludo con dieci secondi di corsa veloce sul posto. Mi applaudono, faccio un inchino, e mi rimetto al mio posto tra Irene e Matilde, Colin di fronte a me.
Prendo la bottiglia e la faccio girare.
Il tappo rosso punta su Adam, nostro migliore amico, il quale sceglie verità e ci rivela che l'anno scorso, quando eravamo in quarta ginnasio, gli piaceva Irene, ora tutta rossa e imbarazzata.
Dopo aver scoperto altri segreti di vario tipo, e dopo aver ammirato Colin che cercava di fare una spaccata senza imprecare per il dolore, si fanno le 04:00 del mattino e decidiamo di andare a letto poiché siamo tutti stanchi.
Io mi sdraio in mezzo a Col e Ire, Matilde vicino a lei, e Adam dall'altra parte di Colin, mentre nel letto singolo si sono messi Gianni e Matteo. Ci auguriamo tutti la buonanotte, e spegniamo la luce. Abbraccio Irene, la quale si addormenta quasi subito, e cerco di farmi prendere e cullare dalle braccia della notte, riscaldandomi a contatto con il suo corpo e affondando la faccia nei suoi capelli castani dai ricci sempre arruffati e gonfi.
Cerco di svuotare la mente dai miei problemi, da lui e dal pensiero dei mille pericoli che sto correndo e che potrei correre in questi giorni, pensiero che mi ronza in testa tenendomi sveglia e segnalandomi continuamente di non fare cazzate a modi insegna abbagliante giallo fluo, circondata da lucine di tutti i colori. Qualcosa di poco visibile.
Passa un tempo, pochi minuti, che sembra un'eternità e io sono ancora sveglia, incazzata, preoccupata, triste, agitata, innamorata.
Mi giro verso Colin e resto qualche secondo a guardarlo malinconica immaginando come starei bene avendolo al mio fianco, supportata dal suo amore, per poi appoggiarmi alla sua spalla.
Ecco, quando la mia guancia tocca la sua spalla il mio cuore fa un balzo che quasi mi esce dal petto, e inizia a battere talmente forte che riesco a sentirlo nel silenzio tombale che appesantisce la stanza buia.
Passano le ore, e sono ancora ferma nella stessa posizione, appoggiata con la guancia sulla sua spalla, tenuta sveglia e viva dai battiti del mio cuore.
Sono ancora sveglia, troppo agitata di essere così a contatto con il ragazzo che mi ha salvato la vita, così mi alzo, prendo il telefono e quando lo accendo vedo che sono le 06:30.
Torno a sdraiarmi e mi metto a giocare tanto per passare il tempo, quando sono interrotta dall'arrivo di un messaggio. Strano che qualcuno mi mandi un messaggio a quest'ora. Strano, appunto.
Piano, agitatissima, quasi con la tachicardia, apro il messaggio e leggo: Cara, piccola Gemma. Ho scoperto che sei via, con i tuoi amici. E ho scoperto anche dove sei. Troviamoci nel bosco che confina con il tuo Hotel. Avanza un po' e mi trovi. Ho qualcosa da mostrarti.
XOXO,
Sharon.
Non ci posso credere.
No, non è possibile.
Mi hanno trovato.
Non ho scelta.
Mi alzo, prendo su i primi vestiti che trovo e vado in bagno. Mi sciacquo e mi vesto.
Stringo fortissimo il lavandino, le mani tremanti, tutto il corpo tremante. Cerco di non piangere, cerco di mantenere la calma per arrivare forte a ciò che dovrò affrontare. Alzo la testa, fisso il mio riflesso nello specchio, le mascelle serrate come per tenere in gabbia un urlo che chiede la sua libertà arrabbiato e potente come un toro, come un leone. Inghiottisco, prendo un bel respiro, ed esco dal bagno per dirigermi a prendere le ultime cose. Mi abbasso e recupero da sotto il letto una pistola e dei proiettili. Mi infilo il cellulare in tasca ed esco furtivamente dalla camera e dall'hotel, per dirigermi a un incontro che tanto mi spaventa.

Via di fugaCerita yang bikin terobses. Temukan sekarang