L'enorme lampadario luminescente che risale sopra la mia testa, illumina tutto l'ampio salone, avvolgendo il restante numero di persone da cui sono circondata. Me compresa, naturalmente. L'abito lungo e di un rosa tenue che sto indossando, scivola fino a superare -di gran lunga- le mie ginocchia per poi lasciare la vista a dei sgargianti tacchi color argenteo. Le persone rivestite di altrettanti abiti suntuosi ballano accompagnati dalla musica in stile anni 80' -disgustosa e inadatta all'occasione, devo dire- mentre osservano i vestiti degli altri invitati per assicurarsi che non facciano troppa concorrenza con i loro. Ogni singolo individuo con cui fin ora ho interagito ha decisamente la puzza sotto il naso. Mi guardo in torno spaesata e prometto a me stessa di non accettare mai più un invito per una festa tanto pretenziosa da parte di un collega di mio padre. Mi tiro con la punta delle dita i guanti bianchi che ricoprono le mie mani, per pura tensione. Di mio padre non si vede nemmeno l'ombra. Probabilmente sarà impegnato a parlare con qualche suo saliente collega, d'affari. Grossi affari. Indubbiamente. La musica arieggia leggiadra in questo vasto posto, mentre passa da una canzone all'altra. Dato che non ho nessun cavaliere che mi possa concedere l'onore di danzare; poiché non conosco nessuno, punto un'occhiata sul buffè. Mi avvicino a passo di marcia e una volta arrivata davanti a migliaia e migliaia di leccornie mi concedo avventata di assaggiare un pezzetto di cioccolata. L'unico dettaglio che però ho tralasciato è che questa cioccolata è fondente. Tanto per precisare: io odio il fondente. Tento di non pensare al fatto che le mie papille gustative mi stiano mandando messaggi contorti sul fatto che dovrei sputare immediatamente il boccone e su tutti i riti voodoo che stanno emanando al mio stomaco. Ok, dov'è il bagno? Compio un atto di estremo coraggio e ingoio tutto d'un fiato. Spero che papà sia contento di tutti i sacrifici che sto compiendo per lui. In altre circostanze avrei sputato il pezzetto di cioccolato alla persona che è a capo del buffè. Ma oggi per...chiamiamolo Jimmy dai, è un giorno fortunato. In fondo ha un'aria simpatica e indifesa. Mi rimetto i guanti, che mi sono tolta per mangiare, e torno al centro del salone. Ed ecco che vedo finalmente la faccia di mio padre in tutto il suo splendore. Ad accompagnarlo ci sono una serie infinita di uomini al suo cospetto. È un imprenditore finanziario, non il presidente degli stati uniti per l'amor del cielo! Le mie labbra si sporgono fino ad accennare un sorriso che si possa definire tale. Mio padre da lontano mi punta il dito contro e mi accenna ai suoi amichetti. Pare che mi abbiano visto. Evviva! Mi vengono in contro e nell'arco di tempo in cui percorrono i metri quadri che risiedono sotto i piedi di tutti, mi preparo già psicologicamente all'idea di dover socializzare con persone sconosciute e appartenenti ad un livello culturale estremamente superiore al mio. Sarà una lunga serata. Il mio sorrisetto nervoso è ancora lì vero? Sarebbe drammatico se fosse scomparso. Eccoli che si avvicinano. Un uomo alto, decisamente vecchio, affetto da una barba bianca mi porge la mano. -Buona sera signorina Stewart.- Mi dice in tono elegante. -Sono il signor Bucket, un noto collega di suo padre e questo è il nostro gruppo di lavoro, lieto di conoscerla.- -Buona sera a lei signore, il piacere è tutto mio.- Cerco di ricambiare la cordialità. I signori sembrano stupiti dalle mie buone maniere e sorridono parlandosi sotto voce tra di loro. Nel frattempo la mia mente fa a tempo a viaggiare in posti inesistenti come ad esempio Pandora, il paese delle meraviglie e posizionato sul pianeta terra; Disneyland. Per poi tornare alla realtà e riscattare il fatto che sono ancora allo stesso punto. La situazione non è cambiata di una virgola. Vorrei tanto sbuffare. Ma papino si arrabbierebbe. Approfitto del loro attimo di distrazione per riprendere a tirarmi i guanti. Ho caldo. Molto caldo. L'uomo dalla barba bianca recupera la conversazione. -Se non sono troppo indiscreto, posso chiederle quanti anni ha?- Domanda. -Io...- -lei ha venti anni.- Mi precede mio padre. -È davvero una bella donna.- Infiltra un complimento nel nostro dialogo mentre mi bacia la mano. Bleah, ma questo tipo ha ancora i denti? Sembra di essere stati baciati da un cane bavoso. Mi lascio sfuggire una smorfia che il collega di mio padre non nasconde di aver notato. -Mi perdoni tanto Madame.- -No, non si preoccupi, non è per lei.- Mento. -È per via di tutto questo caldo.- Mento spudoratamente. -Se non le dispiace avrei bisogno di una boccata d'aria.- -Ma certamente. Prego, faccia pure.- -La ringrazio molto.- Dico a tempo di record cercando di allontanarmi il più possibile da quegli esseri umani e assaporare qualche istante di libertà. Mi adagio nel immenso terrazzo vuoto, sotto la luce delle stelle. Tengo gli occhi un po' socchiusi. Respiro calma. I miei gomiti si appoggiano sul davanzale e il mio sguardo si sporge verso le strade di Manhattan, incredibilmente tranquille. Mi guardo i polsi sperando di avere un piccolo orologio, che evidentemente, non ho. Continuo a chiedermi nella mia mente fra quanto sarà passata la serata. Perché papà mi ha costretta a venire?! Vedo due ragazzi giovani, da sotto il terrazzo, che salgono in un auto; un po' scassata, certo, ma pur sempre un mezzo di trasporto per andarsene. Furbi. Davvero furbi. Per non dire ingegnosi. Ma anch'io ho i miei assi nella manica. Potrei sempre fingermi malata. Oppure semplicemente optare per il suicidio. Ma non credo che lanciarsi giù da una terrazza che dista circa due metri da terra, sia una buona idea. Ma almeno adesso posso sbuffare in completa libertà. Resto lì ancora un paio di minuti e torno dentro. I capelli si sono lievemente scompiglianti per via del vento, l'acconciatura classica e regale che avevo prima, è svanita nel nulla ed era l'unica cosa che riusciva a darmi un atteggiamento sobrio. A proposito di sobrietà, è champagne quello che vedo di fronte a me? Sembra quasi una rivelazione. Se non fossi sicura del contrario, penserei quasi che vogliano mettermi alla prova. Guardo la bottiglia con occhi vispi e fugaci. Sarà meglio cambiare direzione. Un ragazzo, dagli occhi scuri e penetranti e i capelli di un castano altrettanto cupo; che ha l'aria di essere più grande di me di qualche anno, si avvia verso la mia direzione attirando irascibilmente la mia attenzione. Lo guardo e lui comincia a parlarmi. -Sola?-
-Uhm?- Sono un po' scossa dalla sua confidenza che definisco superba. -È qui da sola?- Mi chiede nuovamente, senza dare troppo peso al mio tono di voce guardingo. -Oh no, sono qui con mio padre.- Rispondo scontrosa tentando di liberarmi della sua presenza.
A
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Genç Kız EdebiyatıEccomi qui, alla giovane età di 20 anni, ancora ignara delle proprie ambizioni per il futuro e senza alcuno scopo nella vita. Tutto si sarebbe svolto per il meglio se avessi deciso di seguire la decisione di mio padre di andare a lavorare per lui ne...
