1.Quartieri alti.

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Tracciai la prima pennellata.
La tela inizió a riempirsi prima di quanto avessi immaginato. Non sapevo bene cosa stessi disegnando. Ecco una collina, i fili d'erba secca, un albero sottile sulla cima, e in lontananza? Al di là non si vedeva, solo un cielo all'alba, le prime luci del mattino rendevano l'albero scuro, in contro luce, e i fili d'erba dorati.
Finito.

-Signorina Breeland, non le sembra un po'... Come dire... Vuoto?-

La voce stridula della mia insegnate di disegno mi fece ingarbugliare lo stomaco. Odiavo quando definivano i miei dipinti vuoti, o statici, o silenziosi. È vero, lo erano, ma solo per dare la possibilità a chi guardava di immaginare il resto, a suo piacimento.

-Un po' signorina Fizgerald.-
Risposi con più calma possibile.
-Ma cosa importa- mormorò con aria superiore-dopotutto cosa vuoi che ne capiscano  di arte dei carcerati, non so proprio perché la scuola abbia approvato questo progetto-.
A perché tu ne capisci?
-Io non intendo regalare il mio quadro a quei pochi di buono!-
Esordì con aria lamentosa Mary Luise, la più viziata delle ochette della mia classe.
-Lo so cara, lo so, ma la scuola ha pensato che sarebbe caritatevole e che darebbe una buona immagine regalare a quegli sventurati qualche nostra opera.-
Rispose comprensiva la professoressa.
Ogni ragazza nella mia classe si mostrava più che disgustata all'idea di visitare un carcere, di parlare con dei detenuti ma la verità era che io non vedevo l'ora.
Sarei fuggita dalla routine, dai quartieri alti di Manhattan e dalla mia scuola pretenziosa almeno per un giorno. Avrei conosciuto nuove realtà, nuove persone.
Non avevo idea di come fossero le persone "cattive" che mia madre mi raccontava abitassero nei quartieri bassi. Certo, ne avevo sentito parlare, ma non avevo mai conversato con una di esse.
Di loro sapevo solo che rubavano, giravano con vestiti stracciati e sporchi e urlavano tutto il tempo. Non un minimo di contegno o di pudore, è questo che mi era sempre stato raccontato. Avevo sempre vissuto in un mondo ovattato, fatto di lezioni di canto, shopping nei migliori negozi e cene importanti.
Adoravo cantare e vestirmi bene.
Avevo pure fatto da modella quando ero più piccola, il mio fisico magro e slanciato si adattava bene a ogni tipo di vestito.
Ero molto chiara di pelle, i miei capelli erano lungi e biondissimi, quasi bianchi, e i miei occhi di un blu intenso.
Non mi era mai mancato niente nei miei 17 anni di vita, eppure mi annoiavo così tanto.
Mi annoiavo costantemente, le cose da fare erano sempre le stesse. Scuola, casa, lezioni di canto, di piano, di pittura, party formali, chiesa la domenica e niente di più. Non avevo neanche mai lasciato New York. Mio padre era molto religioso e sosteneva che avrei viaggiato una volta sposata. Sosteneva che solo allora sarei stata in grado di capire e vivere il mondo.
Le mie compagne di classe erano invece state ovunque. Avevano vissuto molto di più, a me a malapena era permesso parlare con i ragazzi.
Alle feste a cui andavo ci scambiavo qualche parola ma ero sempre attaccata ai miei genitori. Non avevo un gran rapporto con loro ma mi imponevano rispetto e disciplina, le uniche cose che conoscevo.

Per questo l'idea di andare a visitare un carcere mi riempiva di emozione. Sarebbe stata la cosa più insolita che mi fosse mai successa.
Ero elettrizzata.

-Ricordati, mia cara Elizabeth, non devi parlare con quegli uomini, non devi neanche guardarli, sono persone cattive, mostragli solo il quadro e prega per la loro anima sventurata.-
Mi raccomandó mia madre quando arrivò il giorno, prima che io scendessi dalla macchina privata.
Era raro che mi accompagnasse a scuola, di solito ci pensava Gerald, il mio autista, lei non guidava, era seduta al posto del passeggero.
-Si mamma.-
Mi affrettai a scendere dalla macchina.
Il pulmino della scuola era già pieno di ragazzine altezzose e con la puzza sotto il naso: Le mie compagne di scuola.
Mi sedetti di fianco a Shelby, era l'unico posto libero.
-Elly...-
Odiavo quando mi chiamavano così.
-Non credi che il tuo vestito sia un po' troppo, come dire, inappropriato?-
Osservai il mio vestitino rosso lungo fino alle ginocchia.
-Non direi.-
-Insomma...non ti offendere... Ma non penso che il rosso sia un colore adatto a quest'occasione.-
-E perché mai Shelby?-
Le chiesi osservando il suo vestito marrone a pua lilla.
-Non so... Attira un po' troppo l'attenzione, quelle non sono brave persone.-
-Non mi noterà nessuno.-
Ridacchiai.
Chiusi l'argomento è mi infilai le cuffiette prima che potesse dire altro.
Ero troppo emozionata per preoccuparmi del mio outfit.
Passarono un bel po' di ore, ma alle 2 del pomeriggio arrivammo all'ingresso del carcere di massima sicurezza di Attica.
Una serie di cancelli iniziarono ad aprirsi davanti a noi.

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