E' mattina in Florida

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Il mio nome è Trevor Jones e mi considero una brava persona. Ho quarant'anni e sono un pittore. Per un lungo periodo la maggior parte dei miei lavori ha accumulato polvere in un vecchio magazzino di Manhattan, fino a quando, di recente, una catena alberghiera ha preso in licenza alcuni dei miei quadri e questo ha permesso di pianificare liberamente il mio futuro e quello della mia famiglia.

Un panorama diverso da New York, penso, gustandomi il contrasto tra il verde della vegetazione ed il blu del mare, che forgia la baia, tagliata in tre punti da lunghi ponti sospesi sull'acqua, a sorreggere il traffico mattutino.

Alloggio al Marriott nell'aeroporto Internazionale di Tampa, in Florida, per un soggiorno che spero dia una scossa alla mia vita, bisognosa d'attenzione.

Preoccupato d'essere in ritardo per un appuntamento con un agente immobiliare, non tocco l'invitante buffet della colazione. Però sorrido al pensiero di mia moglie, che non si farebbe mai sfuggire un simile banchetto.

Una certa signora Stapleton, in tailleur giallo canarino, mi approccia quasi esaltata, "Buongiorno signor Jones. Mi scusi per il ritardo, ma il traffico è terribile. Allora, mi sembra di capire che lei voglia trasferirsi a Tampa; non è un posto meraviglioso? Ed in questo periodo dell'anno è semplicemente paradisiaca. Ho alcune case da farle vedere e, quando avremo finito, possiamo andare nel mio ufficio. Che gliene pare del programma?".

Provo a rispondere, ma lei continua a sparare parole a raffica.

"La sua e-mail mi dice che si sta trasferendo da New York, che cerca una casa spaziosa con una stanza grande da usare come laboratorio e che siete lei e sua moglie, che mi sembra di capire non essere qui oggi, giusto?", continua leggendo i suoi appunti, senza nemmeno guardarmi una volta.

"Ebbene si! Il laboratorio è molto importante per via dei miei imprevisti momenti d'ispirazione. Però la distribuzione generale degli spazi e l'ubicazione rimangono le priorità assolute. Per quanto riguarda mia moglie, fa l'avvocato ed ha preferito non chiedere permessi nel mezzo di un importante processo. Ma decideremo insieme, dopo che avrò visto le proprietà".

La prima casa che visitiamo si trova nella parte sud di Tampa.

"Ci sono tanti buoni ristoranti in questa zona ed il distretto scolastico è il migliore", mi dice.

Sarà! Ma in entrambi i casi preferisco ancora New York; però la vegetazione è accattivante.

"Avete figli?", chiede dopo avermi dato alcuni dépliant e vari fogli di carta. Come sto per aprire bocca per ribadire che si tratta solo di mia moglie e me, m'interrompe. "La Florida è uno dei mercati che sta crescendo più rapidamente in America. Farete un buon investimento qui".

Per educazione, finisco il giro delle case, ma poi cortesemente evito di andare nel suo ufficio e non appena salgo in macchina, getto per terra tutti i pezzi di carta che mi ha dato.

"Preziosa? Non ha chiuso quella bocca nemmeno per un secondo. Mi ha quasi fatto venire il mal di testa. Comunque, le case mi sono sembrate ben costruite, però senz'anima. E credo di avere bisogno di uno spazio molto più grande per il mio laboratorio. Inoltre, se dobbiamo trasferirci in Florida, tanto vale vivere sul mare. Non credi?", chiedo al sedile vuoto della macchina in affitto, mentre guido. "Basta per oggi! Prendiamoci il resto della giornata, rilassiamoci e facciamo un giro. Ho fame, non abbiamo mangiato stamattina e so quello che vuoi", continuo a parlare mentre entro nel parcheggio di un IHOP.

Ordino due pancake per mia moglie ed uno per me. Lei è magra, ma quando si tratta di pancake, gli occhi le tradiscono un certa voracità e, senza mai perdere la sua compostezza, diventa protettiva del piatto.

Adoro guardarla mangiare con tanta gioia, mentre versa lo sciroppo ed ordina altri mirtilli. In quei momenti è lei a diventare il mio cibo da proteggere.

Tutti questi pensieri mi attraversano la mente, quando arrivano i pancake con un misto di frutti di bosco intorno a due grandi fragole, sopra un triplo strato di sciroppo.

Vicino al mio tavolo, due genitori, nemmeno trentenni, danno da mangiare a tre bambini sul seggiolone. Sono splendidi nella loro innocenza e nei gradevoli risolini, all'interno di un quadretto familiare di sciroppo e colori a cera. La madre si prende cura di due figli, senza perdere occasione di sorridere a suo marito, che imbocca il più piccolo, mantenendo uno sguardo fermo, ma dolce.

Al lato opposto invece, in un tavolo d'angolo vicino alla finestra, un uomo anziano mangia da solo, affettando lentamente lo stesso pezzo di frittata, come se stesse cercando di allungare il pasto per riempire un altro giorno.

Gli scatto una foto col cellulare, senza farmi notare, perché non voglio perdere la sua espressione. Poi ne scatto una alla famiglia, questa volta chiedendo il permesso alla madre. Mi piace fare fotografie di situazioni che m'ispirano, con l'idea di trasferirle poi nei miei quadri.

Sarò un padre felice? Oppure un paziente di geriatria, abbandonato a se stesso, acido per una vita vissuta nella paura e nei rimorsi?

Continuo a fissare l'uomo anziano e la famiglia, mentre i pancake di mia moglie rimangono intonsi davanti a me.

Angelina, una cameriera di sessanta e passa anni si avvicina e mi chiede: "Sua moglie viene?".

"No!", rispondo. "Mi ha appena chiamato dicendomi di non aspettarla. Potrebbe essere così gentile da incartarmi i pancake? Le piacciono così tanto che non voglio buttare tutto questo ben di Dio".

Angelina ritorna con il conto ed una scatola a portar via. Ha la pelle segnata dalle tante ore passate al sole; il trucco esagerato e le lunghe unghie finte non nascondono le rughe intorno agli occhi che richiamano quelle delle mani. Mentre i capelli bianchi si fanno strada in mezzo ad una tintura fatta in casa. Sull'avambraccio, un tatuaggio verde sbiadito di un'era in cui tatuarsi non era una moda, rivela una vita di stenti e sogni interrotti. Almeno così è come me l'immagino. Però noto che porta una fede vicina ad un anello di fidanzamento con un piccolo diamante. Sembrano incollati al dito e, senza una controprova, l'istinto mi dice che ha un matrimonio felice, che ha resistito ad anni di traversie ed ostacoli esterni.

"Ecco fatto, mio caro. Senza fretta, faccia con comodo. Posso portarle altro? Dell'acqua?".

Faccio "no" con la testa e chiedo invece di poterle fare una foto. Le s'illumina il viso. Lusingata e sorpresa, posa per un paio di scatti, poi ritorna in cucina.

Uscendo dal ristorante, vedo un cinema nella stessa piazza. Visto che non ho molto altro da fare, vado al chiosco elettronico ed inserisco la carta di credito. In genere mia moglie aspetterebbe vicino a me l'emissione dei biglietti, spostandomi al lato gentilmente, ma con insistenza, per prenderli lei.

Preziosa evita tutto ciò che possa minimamente svelare la trama del film e si rifiuta di vedere i trailer. Per questo abbiamo stabilito che io entri nella sala a prendere i posti, mentre lei compra i popcorn.

La trovo tenerissima quando, facendosi spazio tra la folla, alza lo sguardo e mi cerca. Ci troviamo sempre, ogni volta. Ma oggi sono solo, con i popcorn sulle gambe ed una bibita nel bracciolo.

Una coppia sovrappeso, siede un paio di file sotto. Indossano entrambi magliette celebrative di Harry Potter e condividono un vassoio pieno di patatine, formaggio, caramelle e tutte le schifezze che un cinema possa offrire. Sono felici, sono molto felici. D'istinto allungo il braccio verso la grande poltrona vuota al mio fianco, cercando la sua mano per prenderla, come facciamo quando non siamo troppo presi dal rubarci i popcorn. Mi sento triste, molto triste e prometto a me stesso che non mi allontanerò mai più da Preziosa.

Il film lentamente s'impossessa dei miei pensieri. Di tanto in tanto, mi giro al mio lato e parlo sottovoce, come se lei fosse seduta vicino a me, con gli occhiali 3-D, riempiendo il mio mondo; ma lei è lontana migliaia di chilometri, presa da cose ben più importanti.

Temo di aver lasciato entrare i film nel nostro matrimonio un po' troppo spesso, illudendomi che la fantasia compensasse per quegli interessi che non abbiamo in comune.

Capisco ora che il matrimonio vuol dire costruire un grande campo da gioco, dove si possano fare diverse attività, separati od insieme, ma sempre all'interno dei bordi del campo, a vista.

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