Me.

111 12 23
                                        

Quando andavo all'asilo ero solita dire bugie.

Penso sia una cosa normale, per un essere umano, mentire. Lo sentivo come se fosse un bisogno primario, quasi al pari del bere e del mangiare.

Ne inventavo di ogni tipo, in ogni situazione. Vivevo di quello e non sapevo il perché. Ma per me non era sbagliato, era... naturale. Non riuscivo a dire qualcosa senza infilarci in mezzo una bugia, era la mia droga, la mia aria. Mi serviva per vivere.

Ricordo che ogni volta, all'asilo, mi mettevo a sedere vicino alla finestra, guardando fuori e inventandomi storie sulla morte di mio padre, mentre i miei compagni mi ascoltavano attenti, quasi stessi raccontando una storia, una favola. E per me era così.

Quasi mi sembrava di poter vedere quelle scene, come se stessi guardando un film che si ripeteva ogni giorno, di tanto in tanto aggiungendo, togliendo o cambiando qualche particolare.

Ora che ci ripenso, non ho idea del perché lo facessi. Che senso aveva? Era come se stessi parlando di qualcosa che non mi riguardava affatto, quando invece era palese il contrario.

Era mio padre. Stavo parlando del mio papà, eppure non mi importava. Per me era solo un tizio che non conoscevo e che era morto su un elicottero.

Non mi ricordo nemmeno quando ce lo ha detto la mamma. A me e a mio fratello. Semplicemente lo abbiamo sempre saputo, quasi come se fosse qualcosa che ci era stato impiantato nel cervello. Le nostre vite, semplicemente erano state progettate così. Io, mio fratello e mamma. Punto. Nessun padre che ci vedesse crescere. Nessun nonno o zio premuroso che aiutasse la mamma.

Nessuno.

Lei era rimasta da sola a crescere due bambini di uno e due anni. Da sola.

Senza suo marito. L'uomo che amava.

I suoi genitori che nemmeno si sprecavano più di tanto; mio nonno, troppo preso dal suo amato bar per prestare un po' di attenzione alla figlia; mia nonna troppo sfaticata per smuovere quel suo culo di merda per andare a trovare sua figlia o per offrirsi di stare con i bambini per un po'. Di mio zio non ne parliamo. Lui e mia madre sono quasi degli estranei, nemmeno si parlano, non sono neanche sicura che gli fregasse qualcosa della condizione in cui si trovava.

La famiglia di mio padre era troppo lontana per poter offrire degli aiuti concreti a mia madre, nonostante tutti i buoni propositi.

E in questo modo era iniziata la mia vita.

Dopo appena undici mesi dalla mia nascita già avevo perso una figura importante, l'uomo che sarebbe dovuto essere il mio primo amore, il mio eroe. Lui non ci sarebbe stato a vedermi crescere. Non lo avrei mai potuto abbracciare.

Sarebbe stata quella presenza invisibile che avrebbe pesato incessantemente sul mio cuore per il resto della mia vita, ma a questo arriveremo in seguito.

Come già detto, la nostra situazione non era delle migliori.

Mia madre conobbe papà quando lavorava come vigilessa e lui come carabiniere del nucleo elicotteri. Quando si incontrarono per la prima volta, mio padre mandò un suo amico a chiederle di uscire con lui, probabilmente troppo imbarazzato per poterlo chiedere lui stesso. Mia madre, semplicemente, rispose che avrebbe dovuto essere lui a chiederglielo. E così fece.

In questo modo iniziò tutto per loro, peccato che finì undici anni dopo, dopo appena tre anni di matrimonio.

Incidente in elicottero. Stavano rientrando da una missione dall'Isola di Capraia, era sera, non avrebbero neanche dovuto autorizzare quel maledetto volo, ma la stanchezza e la fretta di tornare a casa avevano preso il sopravvento.

Dear Diary.La tua prossima ossessione. Scoprilo ora