CAPITOLO 1

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Da quando mia moglie è morta, tutto è cambiato. Quando nel giorno più importante della nostra vita abbiamo pronunciato quel fatidico sì, abbiamo pensato che fosse per tutta la vita. Io e Clare eravamo sposati ormai da quindici anni, tanti progetti in mente, ma nessuno che includesse dei figli. Pensavamo a noi, alla nostra avventura così come l'avevamo definita nel momento in cui avevamo deciso di stare insieme. La nostra idea era di farci compagnia fino a quando non saremo diventati vecchi, viaggiare e aggiornare l'album della nostra avventura. Ci piaceva pensare che saremo invecchiati mano nella mano e che avremo passato le giornate nella panchina a dondolo che dava al giardino, mentre ci raccontavamo la nostra vita, la nostra bellissima vita. Quando pensavo a chi sarebbe invecchiato prima, non avevo timore: ognuno sarebbe stato il bastone dell'altro, quello che lo sorreggeva, quello con cui si rialzava. Ognuno sarebbe stato presente, sempre. In quell'album zeppo di ricordi c'erano ancora alcune pagine che dovevano essere riempite, alcune pagine che invece da quel giorno sono rimaste vuote. Un giorno che non ha bisogno di fotografie per ricordarlo, un giorno che non può essere cancellato dalla propria vita. Ho riflettuto parecchio sul significato del colore bianco: un colore che sprigiona luce, speranza, un colore che però, sa essere altrettanto triste. Si crede che il colore più scuro sia il nero. Non è assolutamente vero, il bianco: un colore che rappresenta il freddo, il silenzio, il colore della mia vita. Da quel giorno tutto è cambiato. Clare, mia moglie, mi è stata portata via. Quanto era bella, una delle donne più belle che abbia mai visto. Mi ricordo la prima volta che la vidi: ero nella platea, al Royal Opera House, lei era seduta due posti dopo di me. Ero andato con l'intento di guardare l'opera, ma di quella ricordo solo il primo atto, forse il migliore de "Il lago dei cigni". Poi fu lei l'opera: aveva lunghi capelli rossi, occhi verdi intensi e piccole lentiggini. Presi la palla al balzo quando finì il primo atto. Lei si alzò, io la seguii fino al bar dove titubante le rivolsi la parola chiedendole cosa le potessi offrire. Mi guardò, mi squadrò, e sorrise. Da quel momento iniziammo a parlare. Era una gran chiacchierona, per niente timida, anzi era riuscita a mettermi a mio agio nonostante la situazione mi imbarazzasse parecchio. Ci raccontammo un po' di noi, di dove siamo nati, di cosa ci piaceva fare e poi scoprii che era un'attrice. Un'attrice con talento, aggiunsi, dopo che la sentii recitare una delle frasi più celebri dei romanzi di Shakespeare: "Essere o non essere, questo è il dilemma". A seguito di quella piacevole scoperta mi rivelò che per via di un'operazione che aveva dovuto subire alle corde vocali, non poteva più recitare. Tuttavia la sua passione non si era mai spenta, continuava ad assistere a tutti gli spettacoli della città, o quasi. Questo era uno dei momenti che ci piaceva ricordare quando andavamo a dormire, insieme ai racconti sulla giornata passata a lavoro e ai piaceri e alle delusioni che l'avevano caratterizzata. Potremmo sembrare la coppia perfetta, ma anche noi avevamo le nostre piccole liti, i nostri piccoli difetti. Sono sicuro che a differenza mia, gran parte della sua felicità provenisse dal suo lavoro; non avrei mai potuto immaginare Clare fare la badante o la commessa. Clare era nata per recitare, e nonostante l'operazione l'avesse obbligata a rinunciare al palcoscenico, poteva ancora fare della sua vita il suo hobby. Aprii una scuola di teatro dove poteva trasmettere ai suoi ragazzi ciò che aveva imparato. La vidi insegnare, la vidi contenta di prendere sotto la sua ala quei ragazzi così inesperti e che magari, un giorno, grazie a lei, sarebbero potuti diventare degli attori famosi, delle star di Hollywood le dicevo. Mi aveva confessato che le ricordavano quando aveva iniziato: tante speranze, tanta voglia di imparare. Decise di farmi vedere la sua prima comparsa in teatro: interpretava la parte di una guerriera. Una guerriera che lottava per far sì che a suo figlio gli venissero date le cure necessarie per guarire, una guerriera la cui unica arma era la tenacia, quella di non mollare mai. Ero rimasto senza parole, se non quelle di congratularmi con lei. Io d'altro canto avevo deciso di abbandonare la mia carriera da calciatore, prendendo tra le mani un lavoro più sicuro come quello del poliziotto. Vedendo Clare rincorrere la sua passione pensavo sempre che forse avrei dovuto farlo anch'io, ma mentre lei poteva contare su una famiglia che la stimolava a rincorrere i suoi sogni, io invece ho avuto suggerimenti non del tutto incoraggianti. Mi dicevano che la scelta era mia, che se un giorno avessi avuto una famiglia dovevo assicurarmi di portare a casa lo stipendio. Da allora la mia vita ruotava intorno al mio lavoro, fino a quando non ho incontrato Clare. Ma se questa poteva sembrare una vita perfetta, in realtà c'era un piccolo puntino nero che ogni tanto macchiava le nostre vite, un puntino nero che per me era un chiodo fisso. Anche solo il fatto che qualche altro uomo potesse darle il buongiorno mentre prendeva la posta, o le arrivasse un messaggio da parte di un amico mi faceva andare su tutte le furie. Sapevo di non avere ragione, ma era più forte di me: ero geloso e lei lo sapeva. Iniziavano le domande, i dubbi e pian piano trasformavo quella che poteva essere una discussione tranquilla in una lite. Ma Clare non era certo la donna che si faceva mettere i piedi in testa, riusciva a farmela pagare fino a quando non era soddisfatta. Mi ripetevo sempre che una coppia non può essere perfetta, che è normale che ogni tanto emergano i nostri difetti, ci fanno capire meglio chi siamo, cosa vogliamo dagli altri. Essere una coppia però, rendeva quel mio difetto, il nostro difetto. Pool e Jessica l'avevano capito, avevano capito che noi preferivamo stare soli, senza nessun intruso nelle nostre giornate. Ogni tanto mi chiamano per chiedermi come sto, ma la telefonata finisce lì: nessun invito a cena, nessuna uscita, perché in fondo, quelli erano amici di Clare, non miei, e sicuramente sapevano che ero io quello che non voleva essere disturbato. Deve essere quel sentimento che chiamano pena, quel sentimento che prevale nonostante non ci sia nessun interesse nell'avere un'amicizia. Da quel giorno ho capito che ora c'ero solo io, che ero l'unico che potesse prendere in mano la mia vita e fare in modo che essa non finisse con lei. Ero l'unico che tra noi due era sopravvissuto, l'unico che avrebbe potuto fare in modo che ciò che rimaneva di Clare non andasse perduto.

CLARE #Wattys2016Where stories live. Discover now