Mi chiamo Camilla, sono una donna di 43 anni e sono carcerata.
Sì, sono in prigione.
Il mio errore è stato quello di perdermi, mi sono persa in qualcosa di più grande di me.
Ho sbagliato, ho scelto di sbagliare inconsapevolmente.
È giusto che io sia in carcere.
La mia pena è di 7 anni, per aver trasportato droga dal mio paese all'Italia.
Avevo 3 figli e mio marito era scappato via, io non avevo un lavoro e non volevo far morire di fame i miei bambini, quindi ho accettato di fare qualcosa di illegale pur di farli mangiare.
Mi vergognavo per aver dato ai miei figli un esempio completamente sbagliato nonostante loro conoscessero le mie effettive intenzioni.
Quando sono entrata in galera tante cose mi erano venute in mente, i miei ragazzi che erano nelle mani degli assistenti sociali, che non avrebbero più rischiato la fame, che forse era meglio così.
Iniziai la mia vita da reclusa in un grande carcere in cui non ti insegnavano nulla, dove non ti esortavano a intraprendere una riabilitazione per migliorarti, io continuavo a pensare che quello che avevo fatto l'avevo fatto perché non avevo avuto scelta.
I miei figli quando venivano a trovarmi e mi raccontavano delle loro giornate a scuola mi parlavano dei loro compagni di classe, sapevano che la loro mamma era in prigione e avevano quasi paura di loro, li tenevano alla larga additandoli come "delinquenti", nonostante fossero bambini normali come loro.
Iniziai ad odiare me stessa per essere stata responsabile di questo loro disagio, se proprio vogliamo definirlo così.
Non stava cambiando nulla in quel carcere, ero solo demotivata, ero sfiduciata, non pensavo di avere speranza, volevo uccidermi.
Senza di me i miei ragazzi non avrebbero avuto problemi, in quel carcere mi sentivo più morta che viva.
Me lo merito.
Era quello che pensavo.
Effettivamente io ho meritato ciò che mi è successo, ma io avevo il diritto di cambiare me stessa, di migliorare, per non uscire dal quel carcere ed essere la stessa persone che vi era entrata.
Qualcuno di perso.
Il giorno più bello della mia esperienza in carcere fu quando mi trasferirono in una prigione più piccola.
Li era la svolta, il cambiamento, il miglioramento.
C'erano lavori che potevo fare, e imparare, iniziai a cucinare per la mensa comune, a pulire con le mie compagne, a coltivare ortaggi e frutta, imparai a cucire e riuscii a creare delle borse e dei cappelli, poi anche dei guanti e un paio di pantaloni.
Incontravo la psicologa ogni settimana e lei mi aiutava davvero molto, mi faceva sperare in qualcosa di migliore.
Nei carceri inizi ad apprezzare le cose che prima davi per scontato.
Mi mancava bere nel bicchiere di vetro, mi mancava andare al bar o al supermercato, mi mancava portare i miei figli a scuola, mi mancava guidare la macchina.
Tante cose ti mancano.
È più utile un carcere dove tutto ciò che fanno è punirti, e dove nel 70% dei casi torni a fare le stesse cose una volta uscita di lì, o è meglio un carcere dove ti inculcano una vera e propria riabilitazione? Non è meglio capire i propri errori e imparare a non commetterli di nuovo?
Dove ti insegnano ad essere migliore?
I miei figli mi venivano a trovare e io gli raccontavo le mille cose che imparavo e loro facevano lo stesso con me, volevano imparare come la loro mamma.
Finalmente uscii dalla prigione ed ero una donna forte e pronta a rimediare ai propri sbagli, ero positiva.
La società che mi circondava era piena di pregiudizi, appena sapevano che ero stata in carcere mi evitavano come la peste, il lavoro era difficile da trovare, quante persone assumono personale appena uscito di carcere?
Davvero poche, se non nessuno.
Se la società era così piena di pregiudizi e non mi dava possibilità di riscattarmi, probabilmente per mantenermi dovevo tornare a fare cose illegali.
Assolutamente no.
Ero diventata più forte.
Aprii un negozio tutto mio, un negozio di fiori.
Avevo imparato davvero molto sulla botanica e sulle diverse specie di fiori, avevo letto molti libri.
Il negozio andava a gonfie e vele, amavo il mio lavoro e ci mettevo passione ogni giorno.
Proprio perché avevo capito il vero valore della libertà e della passione nel proprio mestiere.
I miei figli si laurearono, i pregiudizi svanirono e io ero rinata.
Se fossi rimasta nel primo carcere, dove non ti davano possibilità di imparare, probabilmente non sarei cambiata.
Se la società mi avesse davvero chiusa fuori come stava facendo sarei tornata alla vita di prima.
Perché forse i pregiudizi degli altri non ti danno una vera e propria scelta.
Inoltre vi ricordo che le persone che sbagliano vanno riabilitate, non chiuse in una stanza per poi buttare via la chiave.
Tutti hanno il diritto di poter imparare dai propri errori e a volte alcune persone hanno bisogno di aiuto.
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PREGIUDIZI.
General Fiction"Il termine pregiudizio (dal latino prae, "prima" e iudicium, "giudizio") può assumere diversi significati, tutti in qualche modo collegati alla nozione di "giudizio prematuro", ossia parziale e basato su argomenti insufficienti o su una loro non co...
