Mi sento un errore, un dannatissimo errore ...
Non ho il diritto di stare al mondo: se solo non fossi nata, tu e papà sareste qui, a tavola, insieme, a chiacchierare, a sorseggiare un tè, a ridere senza motivo ... Invece no, qui ci sono ancora io: l'errore.
Io, Virginia, con i miei malumori, con le mani troppo chiare e troppo secche, con i capelli crespi, arruffati e con la ricrescita di una tinta fatta male, con una cera da moribonda, con i miei pendagli di ferro sulla lingua e nel naso, io che mi fumo un pacchetto di sigarette al giorno ... Non voglio questo, tu non lo meriti, tu non avresti voluto questo per me ...
Voglio scomparire.
Sai, solo sette mesi fa la mia vita mi piaceva: avevo un ragazzo stupendo, due migliori amici, tanti amici, molti conoscenti, un padre che mi amava ...
Insomma i giorni marcivano per il verso giusto.
Fino a quel maledetto giovedì sera. Come da routine avevo preparato la cena per me e papà. Sapevo che quella era stata una giornata pesante per lui, quindi gli avevo cucinato il suo piatto preferito: scampi grigliati con capesante gratinate e un'insalatina per contorno. Doveva tornare alle 19.30, erano le 20.00 e cominciavo a preoccuparmi.
Provai a chiamarlo, ma non rispose, aspettai ancora un'ora, ma non arrivava, quindi decisi di andare a letto, visto che il giorno seguente sarei dovuta andare a scuola. Mi ficcai sotto le coperte e , quando finalmente stavo per lasciarmi andare al sonno, sentii uno squillo, poi due e poi tre ... Mi precipitai giù per le scale, corsi a prendere il mio cellulare: mi stava chiamando un numero sconosciuto. Ero in pensiero, quindi decisi di rispondere. La voce era roca, molto bassa, triste e parlava, parlava molto, da non riuscire a seguirla. Capii solo che era successo qualcosa di grave e che dovevo precipitarmi verso l'ospedale. Accesi il mio otorino e accelerai al massimo per arrivare a destinazione il prima possibile. Arrivai e corsi verso un'ambulanza che non smetteva di sue terribili e assordanti sirene.
Vidi un uomo steso su una barella, riconobbi gli scarponcini infangati: era papà.
Restai pietrificata, non poteva essere lui. Non mi reggevo in piedi, vedevo tutto annebbiato, così precipitai nella disperazione ...
Mi svegliai, mi sentivo male, mi ritrovai in una stanza anonima: pareti bianche, lenzuola bianche, cuscino bianco.
All'improvviso ricordai tutto: l'incidente, papà.
Cominciai a correre più veloce che potevo verso la reception in cerca di un infermiere. Appena lo vidi, sospirai, chiesi informazioni su papà: era nella stanza numero sette.
Il sette è sempre stato il NOSTRO numero.
Era lì, debole, disteso sul letto, non si muoveva, sembrava dormisse un lungo - forse infinito - sonno.
Ritornai a casa, mi lavai e mi preparai per andare a scuola, come in una giornata qualunque.
Gli unici vestiti che volevo indossare erano neri, lo stesso colore che aveva la mia anima.
Arrivai a scuola e i miei amici mi corsero incontro come ogni giorno. Non avevo voglia di vederli, non avevo voglia di vedere nessuno. Uscii anticipatamente da quella prigione di sguardi e mi diressi dove l'aria era più pura: una panchina del giardino pubblico andava benissimo per rimanere sola con i miei pensieri.
Trascorsi una settimana nutrendomi di patatine e cioccolata. Le mie giornate erano pesanti, inutili, facevo sempre le stesse cose: mi svegliavo, piangevo, piangevo e ancora piangevo fino a quando non tornava l'ora del sonno. Mi chiusi in me stessa come una lama nel suo fodero.
Volevo dare un taglio netto alla mia vita.
Quella settimana lasciai Daniele, anche se lo amavo, Dio se lo amavo. Per isolarmi dal mondo, spensi il cellulare e con esso la mia voglia di vivere.
Mi sentivo alla resa dei conti, come se il mondo volesse mettere alla prova la mia capacità di resistere. Ma non potevo vincere la sfida.
Una sera mi sembrava di soffocare: avevo bisogno di un po' d'acqua. Sulla credenza, in cucina, trovai un coltello ... Avrei voluto che quella lama seghettata frantumasse la barriera di dolore che mi allontanava da tutto e tutti.
La lama era la mia unica salvezza ...
Una ferita sottile mi aprì il palmo della destra.
Quello fu il primo di una catena di momenti bui da dimenticare: un taglio e il dolore sgorgava fuori con il sangue, diventava consistente, tangibile, chiaro. Ogni giorno ero più debole.
Una mattina persi i sensi ed entrai in un tunnel che sembrava infinito. All'improvviso una voce morbida, famigliare, mi sussurrò qualcosa. Quello era il mio sogno e la voce era di mio padre.
- Amore mio, sei bellissima ... Noi due siamo legati da un filo. Non reciderlo, ti prego. Saremo legati all'infinito ... L'amore non può dividere, unisce! -
Mi risvegliai in un reparto d'ospedale.
Conoscevo l'odore forte del disinfettante, conoscevo quei suoni ovattati ...
Il letto di fianco al mio era vuoto.
Accanto all'armadio di alluminio riconobbi gli scarponcini ancora infangati: lui se n'era andato senza di me.
Quel dolore sordo, che per settimane mi aveva fatto compagnia, tornò ad afferrarmi lo stomaco. Un filo invisibile mi teneva legata a quel letto di ferro. Dovevo assolutamente tagliarlo.
E ora che sono qui alla scrivania, con i capelli arruffati e lo sguardo vuoto, frugo nell'anima per trovare il coraggio di vivere, ma si è nascosto bene.
Nel cassetto ho un tagliacarte: è aguzzo, perfetto. Scusa, ho bagnato il foglio con una lacrima. E' il mio saluto, prima di volare via, libera, verso l'infinito.
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INFINITY
Short Story"Ti amo e ti amerò fino alla morte, e se andremo in paradiso ti amerò anche lì." ~ STAY WITH ME♥
