Valsa la pena

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Sapevo perfettamente dove mi trovavo. Avrei voluto non saperlo ma purtroppo non potevo farne a meno. Potevo negare quanto volevo, ma che mi piacesse o no, avevo due fratelli. E per quanto continuassi a negarlo avevo avuto ricordi felici con loro, anche se ora sovrastati da quello che mi avevano fatto. Tutte le ferite, tutte le parole, affilate come coltelli da caccia. Tutto quello che pensavo vero, in realtà non era altro che un trucco. Avevo sempre voluto combattere per qualcosa o per qualcuno, ma ora che avevo per chi combattere, mi sembrava solo di tradire me stessa, di stare dalla parte sbagliata. I miei principi, quelli della fisica, della biologia, della logica, della morale, erano stati distrutti e fatti a mille pezzi piccoli, facendomeli ingoiare a forza, senza neanche cercare di addolcirli. Ed ecco come si era finiti: svenuta, nel luogo in cui sono nata, Seattle, legata dai propri fratelli e fatta digiunare. Non sapeva dove mi trovassi, sapevo solo che volevo uscire di lì, abbracciare Victor e Mikael. E mia madre, che in realtà non lo era. Chissà se avrei potuto chiamarla ancora così tornata in città. Se fossi mai tornata in città. Decisi di aprire gli occhi e farmi coraggio, dimenando i polsi sentendo la corda intorno ad essi. Mi sentiva intontita, eppure comunque percepisco un leggero dolore, che veniva attenuato dall'effetto stordente della verbena. I miei occhi faticavano ad aprirsi, mentre cercavo di analizzare la stanza. Non sembrava una tipica stanza in stile Rimè, ricordante il barocco, sembrava quasi medievale. Tutto quello che potevo vedere erano pareti di pietra e una grande porta, che dava probabilmente su una delle gradi sale della casa. Era sporca e umida, anche se con tristezza, dovetti constatare che veniva usata spesso, visto la lucidità della armi appese alle pareti. C'erano si, asce, ma anche armi come pistole nuove di zecca o  siringhe presumibilmente piene di verbena o droghe. Avrei cercato anche di urlare, se le mie labbra non fossero così secche da stare incollate. Avevo sempre odiato la sua parlantina e per una volta che la mia voce sarebbe potuta esserle utile, quest'ultima aveva deciso di non collaborare. In realtà,  non potevo sapere se fossero stati davvero i miei fratelli, ma visto e considerato come Gideon mi avevano trattata l'ultima volta in cui ci siamo visti, era più che sospettabile. Gideon voleva indietro sua sorella, che però non voleva tornare da lui. Consideravo quindi quel ragazzo, di cui il volto era confuso, come uno scagnozzo, pronta a drogarmi e legarmi per conto dei miei fratelli.

Aprii gli occhi con fatica, guardandomi intorno, confermando la mia impressione sulla stanza. Di sicuro non era in una stanza barocca. Guardai in basso facendomi prendere leggermente dal panico, quando vidi i miei polsi e le mie caviglie tenuti stretti in morse di ferro molto spesse. Finalmente fui libera di muovermi anche se limitatamente, senza dolori o stordimenti che me lo impedissero. Dietro di me c'era una grossa finestra, che puntava proprio verso la mia schiena, solo che la serranda era abbassata. Alle pareti di pietra erano appese foto di ragazzi, più o meno della mia età. Erano tutti seduta su quella stessa sedia, ed erano tutti ugualmente morti. Il panico si impossessò di me, quindi iniziai a cercare di liberarmi più in fretta che potevo. Provai metterci più forza ogni volta, finché i lividi che mi si crearono sui polsi e le caviglie mi impedirono di continuare. Il dolore faceva pulsare la pelle, facendomi quasi calmare al ritmo del cuore. La grande porta di legno cigolò, segno che qualcuno stava entrando. Con l'udito cercau di capire se fosse un umano o un vampiro, ascoltando i battiti del suo cuore. Non sentendone riuscii a constatare che si trattava di un vampiro. Vendendo  Gideon entrare, decisi di sfoderare i denti, così tirai fuori i canini. «Rilassati, sono solo venuto a vedere come stavi sorellina. Non c'è bisogno di scaldarsi.» commentò lui, facendomicarrabbiare solo di più. «Ti scaldo la testa tra due piastre per i waffles se non mi lasci andare.» dissi arrabbiata, mentre suo fratello si avvicinava a lei, con le mani nei pantaloni del suo solito completo elegante. «Sei scortese, pensavo che gli umani ti avessero insegnato le buone maniere, ma invece sei sempre la piccola puttana di sempre.»

Cominciavo a non capire, non ricordavo com'era la mia vita prima di essere adottata, ma da quello che mi era stato riferito da Mikael e Victor, il rapporto che avevo con i miei fratelli era molto buono, quindi la rabbia che mi stava per far impazzire dopo l'insulto era del tutto infondata. Giusto? No.

«Non finisci mai di stupirmi Gideon. Cavolo, non hai di meglio da dire?» gli dissi con tono amaro. «Farò di meglio sorellina. Sei così bella, non pensavo che saresti potuta diventare questa bellissima ragazza. La mamma sarebbe probabilmente orgogliosa, o forse no. Non sei quello che avrebbe voluto, lei voleva una regina, una donna. Che sapesse cosa è giusto e cosa è sbagliato . Che sapesse dare ordini. Sei davvero una ragazza stupenda, ma senza qualcuno che ti dica come, non diventerai mai una regina e credimi, di certo non una regina.»


«Se mi vuoi spiegare come funziona "quel periodo del mese", credimi so già come funziona.»

Lui si mise a ridere, mentre mi irritai sempre di più. Mi sentivo come se qualunque cosa dicessi, per quanto acida o cattiva, lui pensasse davvero che fossi solo la sua piccola sorellina stupida. Come se con quella sua risata mi stesse facendo il verso. Non avevo mai sopportato da nessuno quel comportamento, neanche da mio fratello. O almeno quello che consideravo mio fratello prima. Mi sembrava ieri che rimproveravo la mia migliore amica per volerci provare con lui. Non ci avevo dato molta importanza allora, ma ora le sembrava fosse l'ultima cosa normale mi fosse mai successa. E per quanto mi dispiacesse ammetterlo, la cosa era piuttosto deprimente. Ne valeva davvero la pena? Tutto quello. Tutto quel soffrire, quel rinunciare a cose cosi care a me. Victor e Mikael ne valevano la pena? Avrei voluto ripetermi che il mio amore per Victor mi avrebbe fatto superare  ogni cosa. E anche qualunque cosa provassi per Mikael. Ma mentre ero cosi lontano da casa, o almeno avevo quel sentore, tutto quello che provavo per i due fratelli era sfocato. Riuscivo a sentire solo la rabbia, la paura e la tristezza. Eppure nonostante quello, ero contenta che il suo sarcasmo non mi avesse abbandonata. «Ti sto facendo un favore. Ti rendo quello che i nostri genitori avrebbero voluto che fossi. E lo farò usando quella finestra che hai alle tue spalle.» disse Gideon piegandosi su di me. All'inizio pensai volesse picchiarmi, ma lui si sollevò subito e rincominciò a parlare. «Pensavo di usare la tua debolezza contro il sole, visto che il tuo anello è in custodia. Ma poi mi sono chiesto quale fosse la tua paura più grande. Tu non hai paura di soffrire, hai paura di fare male agli altri.» si avvicinò alla finestra, dove non potevo vederlo. Sentii il rumore della serranda che veniva abbassata, e a sua volta il cigolio della finestra che si apriva. «Da quella grossa finestra potrebbero passare dei corpi, non credi? Vediamo se ho ragione: da quella finestra faremo entrare il la tua migliore amica, tuo "fratello"» fece le virgolette con le mani «E il tuo ex ragazzo umano. Sono svenuti quindi non opporranno resistenza. Hai fame per caso? Sai non mangi da due settimane. E loro si sono feriti durante il viaggio.»

Allora capii: volevano farmi mangiare la sua vita da umana. Lo trovavo poetico e allo stesso tempo molto inquietante. Preferivo non parlare, invece cercavo di resistere alla fame, che in quel momento si stava facendo sentire. Decisi di urlare solo quando Gideon uscì dalla porta, senza dire una parola. Gridai il suo nome a squarcia gola, più e più volte, ma niente.
Mi aveva lasciata da sola.

SPAZIO AUTRICE

Ciao!
Sono tornata, non so se si coglie la differenza tra come scrivevo prima, e come scrivo ora. Spero di sì.

Questo è il primo capitolo spero vi piaccia.❤️

Hai finito le parti pubblicate.

⏰ Ultimo aggiornamento: Jul 05, 2016 ⏰

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